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Editoriale

LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ


lunedì 26 marzo 2012
    
La storia non va mai dimenticata né accantonata. Ed il discorso deve potersi estendere anche per quel che concerne la nostra passione inestinguibile. Così abbiamo provato, tanto per divertirci e per tentare un allargamento dei nostri confini, a scovare qualche notizia sull’attività venatoria dei nostri progenitori tanto per smentire il luogo comune (retaggio dei nostri detrattori) del cacciatore distante dalla cultura seppur spicciola.

Iniziamo da lontano, molto lontano.

Romolo e Remo andavano a caccia spinti soltanto dalla necessità di procurarsi il cibo quotidiano: lo racconta lo scrittore romano Livio. La caccia, vista come limitazione del numero degli animali e conseguente protezione dei boschi e dei campi coltivati, era nelle mani di cacciatori professionisti reclutati nella cerchia degli schiavi. Soltanto con la sottomissione della Grecia, nel II secolo a.C., i romani conobbero i piaceri della caccia sportiva. Polibio ci informa che il primo romano a manifestare una passione venatoria fu Scipione, il distruttore di Cartagine, che imparò la caccia in Macedonia e la portò a Roma. Da questo momento, l’attività venatoria si diffuse nella classe senatoria anche se, in realtà, un generale sentimento di disapprovazione nei suoi confronti prevaleva ancora nel I secolo d.C.; infatti, la caccia era considerata un passatempo frivolo praticato con inutili sforzi fisici e poco supporto mentale. «Meraviglioso come lo spirito sia eccitato dall’attività e dai movimenti del corpo; poi i boschi tutt’intorno, la solitudine e lo stesso perfetto silenzio che la caccia esige, favoriscono una grande eccitazione del pensiero», scriveva Plinio il Giovane raccontando una sua esperienza, quando aveva catturato tre cinghiali. Vero però che Plinio si metteva tranquillamente seduto presso le reti, meditava, scriveva e solo per caso i cinghiali s’impigliavano nelle maglie; di una vera e propria caccia non si può certo parlare, almeno secondo quello che intendiamo tradizionalmente. I romani nobili e ricchi della prima età imperiale tendevano a condurre una vita sempre più comoda e confortevole; così la caccia sportiva non assunse mai il valore educativo che ebbe presso i greci. La situazione cambiò con gli imperatori spagnoli Traiano e Adriano, che andavano letteralmente pazzi per la caccia e il fatto non sorprende neanche un po’, visto che la Spagna, come la Gallia e tutto l’Oriente, disponeva di enormi zone venatorie ricche di selvaggina. Il giovane Adriano a quindici anni fu mandato per il servizio militare nella sua terra natale in Spagna, dove si dedicò - si racconta nella Historia Augusta -
«con tanta passione alla caccia da giungere a riceverne biasimo».

A partire dal II secolo d.C., la caccia come delizioso passatempo divenne sempre più benvoluta presso l’aristocrazia romana, e fu praticata prevalentemente nelle province dell’impero, abbondanti di selvaggina. L’enorme diffusione raggiunta dalla caccia è documentata ampiamente nei sarcofagi di marmo, scolpiti con scene mitologiche, che cominciano a diventare, dall’età di Adriano in poi, i monumenti funebri più pregiati delle persone benestanti. Le decorazioni figurate di questi sarcofagi mostrano spesso l’uno o l’altro dei tanti miti greci connessi alla caccia, come per esempio la caccia di Meleagro al cinghiale calidonio, di cui si sono conservati quasi duecento esemplari soltanto a Roma. Il simbolismo di queste scene è chiaro: il successo nella caccia equivaleva alla vittoria in guerra come pure al trionfo sulla morte; se il valoroso Meleagro aveva attaccato e vinto la bestia feroce, nello stesso modo il defunto poteva affrontare e superare la morte. Ancora più espliciti sono i sarcofagi del III secolo d.C., che rappresentano la caccia al leone: al centro è il cacciatore a cavallo con il giavellotto sollevato, pronto ad abbattere il felino e dietro si trova Virtus, figura femminile elmata, spesso con un seno denudato, che personificava il valore e l’eroismo. Non è difficile capire che qui il defunto desidera trionfare sulla morte, sconfiggendo valorosamente la bestia. Ma non soltanto i sarcofagi con scene di caccia ebbero molto successo presso i romani; anche l’arte ufficiale, sia nei rilievi di stato sia nelle monete, si ispirava ormai spesso alle scene venatorie, mettendo sempre in primo piano il coraggio e il valore dell’imperatore. Ogni caccia cominciava con il sacrificio a Diana, dea della natura, regina dei boschi e dei monti, protettrice degli animali, ma anche della vita degli uomini. Il cacciatore pregava Diana per ottenere assistenza nella caccia e, per non incorrere nella sua ira, le prometteva solennemente una parte della preda.
 
Tutti, infatti, conoscevano la storia di Atteone che, avendo sorpreso la dea mentre si bagnava, la fece infuriare e fu da lei trasformato in un cervo che venne subito divorato dai suoi stessi cani. Sebbene i romani fossero increduli davanti a questo mito, i pericoli erano grandi e accadeva frequentemente che una preda, a prima vista facile, avesse attaccato con le sue ultime forze i cacciatori e i cani, ferendoli a morte. Per questo era importante che i cacciatori si vestissero leggeri con una tunica corta, che permetteva una maggior libertà nei movimenti, e di colore discreto per non stanare la selvaggina; alti gambali o mollettiere proteggevano invece le gambe da sterpaglia e spine. L’arma più importante del cacciatore era il venabulum, un lungo e robusto giavellotto di legno con una punta lanceolata di ferro, che serviva ad affrontare l’animale inferocito e a finirlo; comuni erano anche il giavellotto con la punta biforcuta - utilizzato per infilzare le lepri - il coltello e la fionda. Le reti erano di diverse specie: per circondare il terreno destinato alla battuta e per impedire alla selvaggina di scappare lontano, serviva una rete di lino a maglie larghe, fino a 55 m di lunghezza; per la cattura, i romani utilizzavano una rete a maglie strette, più resistente per il cinghiale, di semplice spago per le lepri. Il compagno più prezioso del cacciatore era il cane, che trovava il nascondiglio della preda, la stanava e la inseguiva, e soccorreva il padrone nel pericolo. Dell’allevamento, dell’educazione e dell’allenamento dei cuccioli si prendevano cura schiavi specializzati, i magistri canum, che godevano di notevole stima. Quanto grande era l’amore per i cani, lo dimostra un epigramma di Marziale: «Allevata in mezzo agli addestratori degli anfiteatri, cacciatrice, feroce nelle foreste, dolce in casa, mi chiamavo Lidia, fedelissima a Destro, il mio padrone (…) Non mi uccisero né i lunghi giorni né l’inutile vecchiaia, come toccò ad Argo, il cane di Ulisse itacese: mi uccise la rapida zanna di un cinghiale bavoso, grande come il cinghiale di Calidone o quello di Erimanto. Giovane giunsi alle ombre infernali, ma non provo rancore. Non avrei potuto morire di una sorte migliore».

La caccia preferita dai romani era la grande battuta, possibilmente a cavallo, se il terreno lo permetteva, altrimenti a piedi, aizzando i cani contro l’animale e uccidendolo alla fine con il giavellotto. Allora il cacciatore poteva dimostrare il suo coraggio e la sua bravura, soprattutto se la preda era un cinghiale, un orso o un leone, considerati belve feroci e pericolose. Mentre il cinghiale e l’orso si trovavano frequentemente nelle foreste d’Italia, la presenza del leone, già allora considerato il re degli animali, si limitava alle regioni dell’Africa e dell’Oriente. Pregiata era anche la caccia al cervo e al bisonte, animali veloci e svelti e perciò preda difficile. La lepre, invece, non godeva di una grande stima presso i cacciatori romani valorosi, che consideravano troppo facile la sua cattura. Non sempre la caccia era condotta in un modo leale e sportivo: erano all’ordine del giorno metodi fraudolenti, quali lacci di tutti i tipi, fosse dissimulate da frasche e altre trappole. Oltre agli animali fin qui nominati, cacciati per divertimento e passatempo, nelle province dell’impero i romani catturavano ogni specie, dal coccodrillo allo struzzo, dalla giraffa all’ippopotamo, per mandarli vivi a Roma, dove li aspettava una fine orribile nei circhi e negli anfiteatri. Le venationes del circo furono uno spettacolo assai crudele, ma molto gradito ai romani; si arrivò ad abbattere fino a 5000 animali in un solo giorno. Certamente esistevano anche rappresentazioni inoffensive con bestie addomesticate, come le pantere che tiravano docilmente un carro, o gli elefanti che scrivevano con la loro proboscide frasi latine nella sabbia; ma per la maggior parte gli spettacoli negli anfiteatri erano terribili e cruenti.

Tanto per spostarci un attimo in Grecia, “Ulisse uccise un gigantesco cervo con il giavellotto” (Odissea 10, 153-181), “Enea abbatté sette cervi con le frecce” (Virgilio, Eneide, I, 184sq.). I romani invece, li cacciavano più spesso, come detto, con una grande battuta a cavallo con cani robusti e veloci. La mandria veniva spaventata dalle forti grida dei cacciatori e dall’abbaiare dei cani, poi inseguita a cavallo e spinta verso le reti tese, dove rimaneva ingarbugliata nelle maglie. Meno leale e più indegno era tendere delle trappole, fatte di un laccio a cui veniva legato un tronco di legno; il cervo rimaneva impigliato con una zampa nel laccio e, nella fuga, trascinava il tronco che urtava contro il corpo, rallentando la sua corsa in modo che era facile colpirlo. La lepre era piuttosto diffusa in Europa; la caccia era abbastanza facile e la carne molto apprezzata. La capacità di riproduzione della lepre era proverbiale, come riferiva Senofonte già nel IV secolo a.C.: «L’animale è così prolifico che, nel medesimo tempo, la femmina ha una cucciolata, ne partorisce un’altra e ne porta una terza». La caccia alla lepre era così affascinante, che, sempre secondo Senofonte, «anche un innamorato, al vederlo, si scorderebbe dell’oggetto della sua passione». Per la sua cattura, i cacciatori tendevano le reti in vicinanza del covo, poi liberavano i cani, che mettevano la lepre in fuga spingendola verso le reti, dove poteva essere catturata senza fatica. Benché la caccia alla lepre fosse un passatempo praticato molto comunemente, i romani non la tenevano troppo in considerazione, poiché era troppo semplice e non metteva in risalto le doti del cacciatore.

Anche nell’Alto Medioevo la caccia era, per la popolazione, uno - se non il principale - dei mezzi d'approvvigionamento del cibo. Per i nobili costituiva invece un vero e proprio rito ed un modo per allontanare l’ozio. La selvaggina di piccola taglia, lepri e conigli, era abbattuta usando arco e balestra, ma in genere venivano praticati due tipi di caccia: la "venatio clamorosa" rumorosa con cani e corni (una sorta di monteria), e la "venatio placita" silenziosa con falconi e reti.

La prima era riservata alla cacciagione di grossa taglia, dove si potevano dimostrare resistenza fisica, tattica e coraggio nello scontro corpo a corpo. Fra le prede più ambite c'erano orsi o lupi, animali che avevano un valore simbolico, come anche i regali cervi da cacciare a distanza con l'arco, o i demoniaci cinghiali da battere con la spada.     

Federico II nel “De arte venandi cum avibus”, trattando della venatio placida divide gli uccelli da preda, tra quelli che si impadroniscono della
selvaggina con gli artigli, “accipitres”, a quelli che la uccidono direttamente con il becco, “falcones”.

Dal VI sec. gli aristocratici si riservarono tecniche, territori e prede peculiari. Agli uomini di chiesa era consentita solo la caccia silenziosa, così come al popolo quella con reti e trappole. Vennero create riserve venatorie subordinate al consenso del re, ogni nobile o monastero possedeva la sua dove era permesso cacciare anche ai coloni, previa autorizzazione e pagamento in denaro o parte degli animali catturati.     

E come accade ancor oggi quando ci lasciamo trasportare dai sogni nelle serate davanti al camino della casa di caccia, anche gli antichi nelle leggende medievali dette “melusiane” immaginavano e descrivevano i territori di caccia quali luoghi d'incontro di fate e donne misteriose.

Fantasia e mistero, passione e cimento. Forse la caccia non è cambiata poi tanto nel corso dei secoli e, soprattutto, non è cambiato lo spirito dei cacciatori. Auguriamoci di resistere anche all’era contemporanea.


Michele Maria Barillaro

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9 commenti finora...

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Colgo l'occasione per complimentarmi con il dott. Barillaro anche per gli articoli che ha scritto sull'ultimo numero della rivista Weidemansheil . Condivido appieno l'analisi dello stato in cui si trova la caccia di selezione in Italia, ove praticata. Spero che la sua voce autorevole possa essere presa a riferimento dalle amministrazioni competenti e sopratutto dai cacciatori (nella speranza di un ritrovato buon senso).

da Jager 30/03/2012 12.24

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Provaci, comunque. La nostra caccia ha bisogno di pluralità di pensiero

da Pietro B. 28/03/2012 16.51

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Caro Pietro B. Sono lusingato del tuo invito, ma non credo di possedere l'autorevolezza adeguata. E' da poco che ho scoperto il sito, che visito perchè utile strumento di confronto e crescita per chi, come me, è ammalato di caccia. Waidemannsheil

da Napoletano 28/03/2012 15.41

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Napoletano, perchè non contribuisci anche tu, magari con tuoi scritti e tue sollecitazioni a questa crescita culturale? Fatti leggere su bighunter. a meno che, dietro il tuo nick, non si nasconda qualcuno degli amici di BH.

da Pietro B. 28/03/2012 11.42

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Mi complimento per l'editoriale. La caccia italiana ha bisogno di riavere la dignità culturale che le spetta e che (anche per colpa di alcuni suoi seguaci) ha perso. Waidemannsheil!

da Napoletano 27/03/2012 13.49

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Assolutamente eccellente. Bravo Barillaro, il mondo venatorio ha bisogno di gente come te.

da Martino, Bologna 26/03/2012 23.01

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

sentite la brambi, le ne sa più di tutti, soprattutto ora che s'è messa a capo del movimento, con wwf e lipu. chi la ferma più?

da ghigo 26/03/2012 15.16

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

mi piacerebbe sapere la "storia"delle ass.animalare....chi si fa sotto...?,da dove partite dal "baffetto...ho da chi....?forza,wwf,lav,lac,luc.lov,amici de quà ,amici de là,raccontateci la vostra "nobile"storia.....

da max 60 26/03/2012 13.01

Re:LA CACCIA NELLA STORIA, PASSIONE E NECESSITÀ

Complimenti per il lavoro fatto! Non pensavo una tale coltura sulla caccia dei greci e dei romani.

da Laura 26/03/2012 10.56