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Editoriale

La lepre del... prete


lunedì 27 aprile 2020
    

 
 
 
Per addolcire un po' quest'aria cupa che ci circonda da mesi, pubblichiamo un delizioso racconto del tempo che fu, in un piacevole vernacolo della Valdichiana, con l'auspicio che queste atmosfere incantate ritornino presto. E che comunque restino nei nostri cuori, a mo' di consolazione.

 
 
IL LEPRE DEL …… PRETE
 
 
 
Ricordo i giorni di caccia, dei primi anni cinquanta, quando el mì’ préte “Don Antonio”, nome di fantasia questo, buon préte, ma soprattutto ottimo cacciatore, arrivava su una bicicletta da donna di marca “Legnano”, con a tracolla la sua tanto adoperata doppietta a cani esterni che il sudore delle mani aveva ormai mangiato tutta la brunitura delle canne, l’appoggiava al muro, vicino alla porta della cantina, forse perché, così al ritorno dalla caccia, “ el mì’ ” zio gli faceva trovare un bottiglione di buon vino rosso toscano. Com'era solito fare appena arrivato toglieva lo schioppo a tracolla e mi chiamava con quella forte voce da predicatore, Eugenio andiamo! Io che fin da piccolo mi portavo dentro lo spirito del cacciatore non aspettavo altro e via per i campi a scovare lepri. I preti di una volta, portavano sopra ai pantaloni la classica tonaca nera, chiusa sul davanti da una quarantina di bottoni, che gli arrivava fino ai piedi. Portava però un paio di scarponcelli alti di pelle nera di “vacchetta” con sotto le classiche “bullette” di ferro per non consumare la suola, le conoscevo bene, erano come quelle del mì’ babbo che io mettevo di nascosto in pieno inverno per scivolare insieme agli altri ragazzi nel ghiaccio della “regghia” che, piena d’acqua, lentamente passava sotto casa. Per poter ben camminare, quindi, prendeva il fondo davanti della tonaca e la passava sotto la cartucciera che, pressata con la sua rotonda trippa, non gli ricadeva sopra ai piedi. C’incamminavamo per i grandi campi arati della Val di Chiana in cerca delle lepri, perché allora, così come oggi, lì si rimettono le lepri della pianura.

Tutti gli anni gli facevo abbattere sette, otto lepri che giustamente si portava via per potersele gustosamente mangiare dopo che la sua perpetua le aveva ben cucinate.

Quella mattina, come diciamo dalle mie parti “mi prese l’ora del bischero” vista una lepre a covo fra le zolle, la feci schizzare senza avvertirlo se non con un ehiiii!!! Quando la lepre aveva già fatto un paio di lunghi balzi, partirono due schioppettate, la lepre continuò la sua corsa verso il vicino campo di tabacco. Lui non poteva certo imprecare, ma la papalina (basco tipo militare carrista) che portava in testa veniva continuamente mossa in avanti ed indietro dalla mano sinistra del préte, e nemmeno poteva andare in mezzo al tabacco, chi lo conosce sa che questa pianta sporca quasi irrimediabilmente gli indumenti che portiamo addosso. Don Antonio, l’ha padellata! Dissi io. No, rispose, forse è ferita o morta fra il tabacco, corri vai a vedere! Come accadeva spesso andai alla ricerca del lepre fra una fila e l’altra di tabacco; vedi niente? No! Risposi, continuai la ricerca, la vidi…… era morta sotto le grandi foglie di tabacco, ma feci finta di niente. Se l’ha presa, gli ha fatto poco, oppure l’ha padellata alla grande! Dissi. Cerca ancora! Riprese; ed io non sapevo e non so tuttora se ad un préte gli passano parolacce per la mente in questi casi, poiché dalle sue labbra non uscivano parole. Continuai la ricerca in tutta altra direzione, non si dava per vinto, ma, passata una buona mezzora, decise di andare a scovarne qualche altra vicino alle tabelle della riserva di caccia. E’ andata, pensai fra me. Verso mezzogiorno, udimmo le campane suonate dalla perpetua; decise di smettere e di tornare alla canonica, si pose il fucile a tracolla, inforcò la sua bicicletta, con la sporta con dentro il bottiglione di vino attaccata al manubrio e se ne andò. Lo spiavo da lontano, si fermò vicino a quel campo, il sangue si ghiacciò in tutto il mio corpo, poi, con mio grande sollievo, riprese a pedalare verso il paese, era fatta pensai. Nel tardo pomeriggio quatto, quatto, mi allontanai da casa con un po’ di paura e mille accortezze, mi guardavo continuamente intorno; entrato nel campo di tabacco dal vicino fosso camminavo a gattoni per non far spuntare la testa al di sopra delle piante, recuperai “il bel lepre”. Adesso e solo adesso veniva il difficile, non potevo certamente portarlo a casa dai miei, lo avrebbero sicuramente portato al préte, con la scusa che lo avevo ricercato tutto il pomeriggio, così preso un coltello di nascosto lo “sgusciai” diedi l’interiori in parte al gatto che mi aveva seguito e in parte li sotterrai insieme alla pelle, (pensare che potevo venderla e ricavarne cinque o dieci lire come si faceva per quelle di cuniglio). Cheto cheto, schizzai in cantina, l’unica stanza sempre fresca, lo riposi dentro un tino vuoto richiudendo accuratamente il “mizzule” nell'attesa di poterlo cuocere o comunque di una soluzione.

Vivevo in una grande famiglia ed i miei cugini e mio fratello, tutti più grandi di me “annusarono” qualcosa, cominciarono a fare domande, a chiedere, a lusingarmi con promesse di silenzio, “dai, tanto un se dice niente a nissuno” finché gli confidai la cosa, ed essi anziché brontolarmi e prendermi a scappellotti o andare a raccontare tutto ai nostri genitori, misero in atto un piano e due giorni dopo fregarono una padella dalla rastrelliera posta dietro l’uscio nella parete del “cantone” del focolare, un po’ d’olio dallo ziro un mezzo pane e con il rosmarino preso dietro casa ed il lepre, andammo in mezzo ai campi. Laggiù c’era un “rio secco” con le alte sponde che ci potevano benissimo nascondere, accendemmo un fuoco nella buca dove i carabinieri e gli artificierei dell’esercito fecero brillare le tante bombe e cariche di cannone lasciate qua e là ammucchiate vicino ai mori (gelsi) dagli americani in avanzata in tempo di guerra, facemmo cuocere quel “ben di Dio” succulento, buono da “rincoglionire”: mandava un profumino nell’aria che avemmo paura di essere scoperti, cosi io rimasi di guardia sopra il “grottone” (argine) e lo divorammo! Tornammo verso casa pensando cosa dire se i nostri genitori avessero chiesto dove eravamo andati. Tutta la famiglia era raccolta nella grande cucina, la nostra nonna aveva preparato la solita “minestra di pane con il soffritto d'olio, pomodorini, cipolla, fagioli ed altri odori” (oggi si chiama ribollita, molto ricercata dai buongustai, ma allora si mangiava troppo spesso), cominciarono le nostre scuse, non avevamo fame, che lo stomaco e la pancia non erano a posto, che questa sera quindi non si mangiava. Oh questa è bella! Sbraitò la zia, come sarebbe a dire: “non abbiamo fame?” Io stavo zitto e a capo basso seduto nella panca del “cantone” focolare, erano i più grandi che dovevano parlare e mentire, intervenne anche la nonna che aveva preparato la cena e, sperando di farci cosa gradita, propose di riscaldarla e farla saltare in padella con un po’ d’olio; non venne accettato, ancora le sento brontolare la nonna, la zia, la mamma; stranamente gli uomini stettero zitti, anzi quasi tentarono di smorzare la tensione, forse avevano annusato qualche cosa ma non tutto con precisione, in fin dei conti anche loro via, via facevano delle cenette.

Adesso per me giungeva un altro ostacolo quasi insormontabile, qualche cosa che brucia dentro ma che non puoi far venire fuori, che gira e rigira nel cervello e ti fa stare sempre sul chi vive. Noi ragazzi eravamo abituati a frequentare la chiesa, andavamo a scuola dalle suore, e di tanto in tanto, andavamo a confessarci……… dal préte, come comportarmi? Cosa fare? In fin dei conti “on se dice” che la confessione è segreta? Ma se è lo stesso préte ad ascoltare la confessione? Te lo dico io come va a finire! Io comunque non l’ho mai confessato, forse faccio in tempo adesso che è passato tanto tempo e sono fatto vecchio!
 
 

Eugenio Contemori

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12 commenti finora...

Re:La lepre del... prete

Bellissimo racconto..... Sento un po' la nostalgia di queste stupende storie.Mi ricordo alle elementari nei libri di lettura c'erano alcuni racconti venatori, che bei tempi.....la civiltà contadina sana, vera e fraterna. fraterna. Un saluto affettuoso all'amico Eugenio con pregiata di andare a confessarsi.

da ENRICO VOLPINI "THE FOX" 04/05/2020 23.54

Re:La lepre del... prete

Bel pezzo... un bel po' di tempo che non ri leggevo in vernacolo chianino, complimenti .

da Marco Contemori 03/05/2020 11.04

Re:La lepre del... prete

bellissimo racconto,complimenti alla memoria storica della famiglia Contemori

da Stella 02/05/2020 19.00

Re:La lepre del... prete

Gran bei ricordi caro Eugenio, purtroppo tempi che furono, il disastro ambientale determinato dalle coltivazioni massive con impiego di tonnellate di concimi chimici e diserbanti ha depauperato in modo irreversibile le pianure della selvaggina prima presente in grandi quantità...e danno colpa a noi...

da rolando 29/04/2020 12.13

Re:La lepre del... prete

Bel racconto Eugenio!!!!Mentre leggevo ho rivisto tantissime cose della mia i. Ciaonfanzia, questo era il nostro mondo

da Mario C. 29/04/2020 12.04

Re:La lepre del... prete

Bel racconto Eugenio, aspettiamo il prossimo

da Luca Gironi 29/04/2020 9.04

Re:La lepre del... prete

bel racconto certo che ne combinavi....fregare un prete eh

da aurelio 28/04/2020 19.54

Re:La lepre del... prete

Eugenio complimenti per il racconto che mi ha fatto emozionare e tornare alla mente tanti bei ricordi del passato. Giovanni

da Giovanni L. 28/04/2020 17.45

Re:La lepre del... prete

Ciao, mi hai fatto ''ringiovanire'' oltre al racconto gradevole, le parole in dialetto aretino Mi hanno riportato ''Al Rio'' Un abbraccio Piero

da anonimo 28/04/2020 17.20

Re:La lepre del... prete

Grande Eugenio, non ti smentisci mai. Un abbraccio da Nicolino Cupido.

da enalcacchia Chieti. 28/04/2020 13.05

Re:La lepre del... prete

bel racconto e bei tempi.. bisognerebbe chiederci se volessimo che tornassero....

da francesco 27/04/2020 19.39

Re:La lepre del... prete

racconto divertente. un tempo questo era il nostro mondo. si cresceva più sani e più umani.

da parducci f. 27/04/2020 11.06