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Editoriale

Discorso sulla coturnice, ma non solo


lunedì 4 marzo 2019
    

 
Esistono animali per i quali il mito non è abbastanza: non si accontentano di affollare i sogni del cacciatore, ma si spingono fino ad avvisare l'uomo della realtà di tutti i giorni. E' il caso della coturnice, ad esempio: la regina delle vette non è soltanto il selvatico da penna più raro e difficile da insidiare, ma rappresenta uno dei bioindicatori più sensibili e dunque attendibili per la nostra montagna. E proprio come il suo regno, la coturnice sta soffrendo. Abbandonata come lo è la montagna, la sua regina risente in maniera drammatica della scomparsa dei pascoli, delle colture in alta collina, del progressivo rimboschimento che si riprende i prati sommitali, in estrema sintesi della perdita, da parte dell'uomo, delle sue origini e tradizioni millenarie.

Difficile, nell'epoca del "5G", ipotizzare un'inversione di tendenza e conservare i crismi dell'attendibilità. Purtroppo la specie umana viaggia a rotta di collo verso l'estrema urbanizzazione, con numeri demografici impossibili da contrastare. Ciò non vuol dire, tuttavia, che non si debba porre mente alla montagna se si vuole evitare, un domani, che proprio dalle alture arrivino i problemi più seri per le comunità. Frane, smottamenti, incendi: tutti fenomeni che possono essere ridotti, prevenuti e controllati se si pongono in essere azioni utili alla salvaguardia delle sommità. Il che, guarda caso, coincide anche con la salvaguardia dell'habitat della coturnice.

La pulizia dei fossi e dei canali di montagna, per esempio, contribuisce a incanalare a dovere l'acqua piovana evitando il pericolo di smottamenti e, al contempo, favorisce la "viabilità" in risalita delle coturnici, offrendo loro rifugi sicuri ove riparare difendendosi dai predatori. Allo stesso modo, lo sfalcio degli erbatici alti e secchi si sostituisce all'assenza di pascoli ovini, un tempo abbondanti sulle Alpi e sugli Appennini: attraverso questa operazione si argina notevolmente il pericolo che si propaghino gli incendi durante la stagione estiva e, contemporaneamente, si favorisce la ricrescita dei germogli, di cui le coturnici si nutrono. E ancora: piccole colture a perdere in montagna, fossero anche di poche centinaia di metri quadri di estensione - ad esempio maggese fiorito -, contribuiscono a creare il giusto habitat per migliaia di insetti, indispensabili per la nutrizione e lo sviluppo dei nuovi nati durante le prime settimane di vita. Non solo. Questi piccoli appezzamenti, realizzabili dal punto di vista legale anche ad altitudini considerevoli - dato che a livello catastale molte aree montane risultano ancora classificate come "agricole" -, offrono rifugio, riparo e nutrimento a una vasta gamma di specie animali, sia cacciabili sia protette: dalla lepre ai piccoli passeriformi, passando per i piccoli mammiferi e i già citati insetti di ogni ordine e grado, contribuendo così alla biodiversità senza che vengano spesi milioni di euro in progetti costosi quanto fallimentari. Inoltre, curare un terreno agricolo posto in montagna significa anche poterlo ripulire dalla vegetazione infestante, vale a dire ginestra e - più su - ginepro. E' chiaro che si tratta di operazioni, quelle appena descritte, che comportano l'impiego di tempo e risorse economiche: ecco perché ogni singola regione, ogni singolo Atc farebbe bene a impiegare in tal senso parte dei soldi che si buttano, invece, ogni anno per i ripopolamenti "pronta caccia". E, a dirla tutta, non è che ce ne servano poi così tanti, di soldi.

Riguardo la fauna presente in montagna, senza dubbio andrebbe contrastata con metodi drastici la presenza del cinghiale oltre i 1300-1400 metri di quota. I danni arrecati dal suide alle giovani nidiate sono irreparabili, e le perdite impossibili da sostituire nel corso della stagione. Senza dubbio utile, poi, sarebbe l'immissione in altura di consistenti nuclei di starne selezionate, vale a dire provenienti da allevamenti certificati o - ancora meglio - di cattura. In questa maniera i predatori naturali della coturnice - aquila, volpe, grossi falchi, corvidi di ogni ordine e grado (questi ultimi soprattutto per le uova e i pulcini) - diversificherebbero la loro pressione venatoria, offrendo respiro alle popolazioni di Alectoris, specialmente durante il delicato periodo post-riproduttivo.

Quanto alle cotorne, non è certo un mistero, versano in condizioni di sempre maggiore isolamento, con una progressiva riduzione degli habitat e una conseguente assenza di contatti tra i vari nuclei che perdura ormai da decenni. Ecco perché, ora più che mai, è fondamentale che le aree protette si "scambino" fra loro quante più coppie possibile di coturnice, attraverso catture mirate durante la primavera. Soltanto così si può nutrire una speranza concreta di rinsanguare le varie popolazioni, salvandole dall'eccessiva consanguineità nella quale versano attualmente. Non è un caso, infatti, che le brigate di coturnice che si incontrano in montagna si fanno via via sempre più rare e meno consistenti dal punto di vista numerico. La consanguineità spinta determina un successo riproduttivo minore rispetto alle condizioni normali, con una media di nuovi nati che si attesta ormai, di regola, intorno ai 3-5 per coppia. Ciò significa dire addio alle brigate da 10-12 elementi, quelle che - per intendersi - ti butta(va)no a terra col loro frullo; ma, soprattutto, è un chiaro segnale d'allarme circa lo stato di salute e conservazione della specie che, pur protetta in lungo e in largo praticamente sull'intero territorio nazionale, non riesce a invertire la tendenza verso il declino, nella quale è progressivamente piombata a partire dalla fine degli anni Settanta.

Ancora una volta, escludere una specie dal calendario venatorio oppure apporre un cartello con su scritto "Divieto di Caccia" non equivale a proteggere, men che meno a tutelare. Senza un'oculata e pragmatica gestione della montagna, la coturnice è destinata a scomparire: e, con essa, la cultura che ci ha condotto sin qui attraverso i secoli.

 
 
Daniele Ubaldi

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6 commenti finora...

Re:Discorso sulla coturnice, ma non solo

Nei paesi culturalmente evoluti, i montanari hanno uno stipendio collegato alla loro presenza e alla qualità del territorio che sostengono. Le nostre Alpi sono semi abbandonate, se si escludono i centri turistici. Dell'Appennino meglio non parlare. Eppure sarebbe un bel banco di prova per i nostri ambientalisti che sono specializati solo per il no alla caccia.

da Abbasso la filosofia del NO 08/03/2019 8.07

Re:Discorso sulla coturnice, ma non solo

Più l uomo lavora e invade per star comodo , più la cotorna diminuisce.

da uno che parla poco 07/03/2019 6.51

Re:Discorso sulla coturnice, ma non solo

I cotorni una volta erano il diletto dei cacciatori di montagna (quelli veri con passione oltre i limiti della resistenza umana ) come il sottoscritto modestamente, purtroppo da quando hanno istituito il parco del Cilento dove io cacciavo non ho avuto più la possibilità di vederne una e sottolineo una ! Sono circa 27 anni che esiste il parco e le cotorne di conseguenza non si sono più cacciate, da allora non si sa quei branchi che esistevano ancora in quel periodo antecedente al 1992, adesso quale sorte hanno dovuto subire visto l'abbandono che si è potuto forse verificare con l'avvento delle aree protette. Quello che dice Daniele Ubaldi è vero per quanto riguarda il rifacimento degli habitat di montagna favorevoli a questo meraviglioso selvatico, ma visto che quasi tutto l'appennino Italiano, quindi tutto lo stato montano è stato trasformato in aree protette, bisognerebbe andare a vedere questi proteggi tutto cosa hanno fatto per questi ambienti abbandonati dall'uomo allevatore e coltivatore che una volta viveva prettamente in questi luoghi e di conseguenza cosa hanno fatto fino ad ora per questi selvatici. Pace e bene.

da jamesin 05/03/2019 14.52

Re:Discorso sulla coturnice, ma non solo

Il sistema su cui è impostato il cosiddetto progresso travolge inesorabilmente la precedente e residua "civilta". Che non era "natura selvaggia", ma sapiente applicazione di principi di "gestione", sedimentati nei millenni e rimasti quasi del tutto intatti fino a oggi (a ieri sera). La soluzione? Ripensare il nostro futuro. Non certo una "decrescita felice" (smentita anche dal suo inventore, alla cui fonte si dissetano i grillini), ma una saggia e morigerata applicazione (app) della moderna tecnologia ai territori e alle attività che vi si svolgono. In Italia, poi, per due terzi coperta da colline e montagne, conservare e recuperare la sua tradizione rurale non sarebbe solo la salvezza della caccia e della sua fauna pregiata (selvaggina), ma della nostra civiltà e dell'uomo in quanto tale.

da Licurgo 05/03/2019 9.34

Re:Discorso sulla coturnice, ma non solo

Dagli anni 70 ad oggi ,il bosco e la macchia hanno raddoppiato la loro estensione ,a discapito di coltivi,spesso cerealicoli,habitat x le pernici in genere (mi riferisco alla a.barbara)....inoltre le fonti dove loro si abbeveravano ,con l’abbandono delle campagne,spesso si sono asciugate x la mancanza di manutenzione ,effettuata dall’uomo in tempi remoti.....in più i pasticci effettuati dai vari gestori con immissioni di dubbia provenienza ,hanno dato un bel colpo alle pernici.......nel frattempo gli ungulati trovavano il territorio adatto alla loro espansione,riprendendosi territori dove erano stati cacciati anticamente,,,,,,,,,la mancanza dell’uomo e delle sue abitudini nella gestione dei nocivi (corvi,cornacchie,volpi ecc) ,ha accentuato le difficoltà delle specie terricole in genere......anticamente il sant’arrangiati delle persone in campagna ,dava benefici a tutti ........parere personale sia chiaro.......adiosu

da Lisandru 04/03/2019 16.59

Re:Discorso sulla coturnice, ma non solo

hai ragione , ma la coturnice è delizia di pochi cacciatori di montagna, gente silenziosa, che non provoca problemi, che non sbraita. cosi come sparirà la coturnice spariranno anche loro i cacciatori di montagna , i veri cacciatori! Weidmannsheill

da Robert 04/03/2019 16.57