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Editoriale

Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina


lunedì 17 novembre 2008
    

Franco NobileIl Professor Franco Nobile, oncologo di fama internazionale, chiarisce i vantaggi del consumo alimentare della selvaggina.

Per una vecchia e sbrigativa consuetudine la selvaggina è ritenuta una “carne pesante”, cioè difficile a digerirsi perché sarebbe troppo ricca di  grassi.

Invece la carne degli animali selvatici possiede  certe doti  nutrizionali che ne fanno un alimento sano, ricco di proteine e soprattutto molto magre. 

Infatti  il contenuto  in grassi della selvaggina si aggira mediamente tra il due e il quattro per cento,  ben al di sotto del tasso del 30-40% dei salumi, della carne di manzo e di montone, delle uova e e di diversi formaggi. 

Come apporto calorico, le carni selvatiche sono più vicine al pesce che alle carni della zootecniche. 

Occorre considerare che gli animali selvatici, sia uccelli che mammiferi, fanno molto più movimento dei loro  cugini domestici, allevati intensivamente. Vedi i paragoni tra cinghiale e maiale, tra lepre e coniglio domestico, tra colombacci e piccioni e così via.

La veloce corsa di un ungulato e le migliaia  di chilometri percorsi dai migratori alati richiedono apparati muscolari (cioè carni) ben sviluppati, ben ossigenati, e non appesantiti dal grasso. 

La loro  denominazione di “carni rosse”  è dovuta alla loro ricchezza in ferro, cioè di un elemento indispensabile per legare l’ossigeno, elemento essenziale al movimento.  Una trota  di torrente contiene più  ferro di quelle allevate in vasca e l’agile  cervo, possiede sei volte più ferro di un pollo e quindi ha più proprietà antianemiche. 

Inoltre le carni selvatiche offrono maggiori garanzie per una alimentazione naturale rispetto all’incontrollabile giungla dei mangimi artificiali: dai cascami dell’industria farmaceutica ai cocktail ormonali, dai sofisticati composti chimici  di sintesi al riciclaggio dei più antigienici rifiuti organici e inorganici, fino ai macinati a rischio trasmissione dei  prioni della mucca pazza.

L’odierna offerta alimentare negli allevamenti a scopo alimentare carneo è talmente spregiudicata, in quanto esclusivamente finalizzata al profitto, da trasformare dei tranquilli vegetariani in  aggressivi carnivori.  in esasperati dalla cattività. Per non parlare delle manipolazioni genetiche escogitate per incrementarne la produttività,  con  posssibili ripercussioni negative  per la  salute del  prossimo.

La fauna selvatica, è abbastanza al riparo degli attentati biologici  perpetrati ai danni di quella domestica. E’ un po’ meno al riparo dalle troppe cause di nocività ambientale connesse alla crescente antropizzazione: inquinamenti batterici, intossicazioni chimiche,  contaminazioni radioattive.  

Tra il paradiso naturale dei selvatici e l’inferno artificiale dei domestici, c’è il  purgatorio di quelle specie animali il cui destino è ancora in evoluzione (o in involuzione?) nel senso che pur essendo state ridotte dell’uomo in stato di cattività, conservano ancora inalterate le loro originarie caratteristiche biologiche.  

Emblematico a questo proposito è il caso dello struzzo, la cui principale difesa dagli attentati dell’uomo-allevatore è quella di nutrirsi con alimenti vegetali semplici ed energeticamente poveri come il fieno e l’erba medica e di vivere all’interno di vasti recinti all’aria aperta: cioè in condizioni di benessere animale superiore a quello della zootecnia intensiva tradizionale, altamente inquinante. 

La carne di questo grosso uccello  è povera di colesterolo e ricca di ferro, con un tasso di grassi inferiore all’uno per cento, rappresentato dai preziosi  acidi grassi omega-3 (gli stessi del pesce azzurro) in percentuale ottanta volte superiore alla carne di pollo. Gli omega 3  sono preziosi perché prevengono i tumori, l’arteriosclerosi e l’ipertensione. Negli USA viene somministrata ai pazienti prima e dopo gli interventi di cardiochirurgia, perché anche il cuore è un muscolo.

Ma anche la carne di struzzo si sta affermando sulle nostre tavole, e viene consigliata dai  dietologi più aggiornati, restano invece le difficoltà connesse alla distribuzione al dettaglio  della selvaggina in genere, disponibile solo fra i cacciatori e i loro amici.

Dopo l’iniziale sviluppo della cosiddetta zootecnia alternativa di qualche decennio fa, quando l’allevamento di fauna selvatica rappresentava un reddito integrativo per i terreni marginali, l’apporto alimentare di carni selvatiche sui nostri mercati si  è andato sempre più affievolendo, ad eccezione forse per i prodotti di lavorazione del cinghiale.

Sulla scia invece dell’accresciuto consumo di cinghiale fresco, conseguente ad un approvvigionamento venatorio largamente diffuso in tutte le regioni italiane nonché all’affermarsi dei vari tipi di caccia agli altri ungulati selvatici (dalla caccia di selezione al all’agriturismo venatorio fino alle importate  “monterias”) occorrerebbe che le pubbliche amministrazioni prendessero in maggiore considerazione questo interessante capitolo di sviluppo economico, fino ad oggi purtroppo trascurato per cronica impreparazione culturale e per sterili settarismi ideologici

Per ottenere un costante approvvigionamento di carni provviste di maggior valore nutrizionale, non bisogna però allevare intensivamente la fauna selvatica come avviene per quella domestica. Infatti se desideriamo mantenerne inalterate le sue preziose caratteristiche  occorre promuovere gli allevamenti estensivi  allo stato semi-libero,  in modo che i selvatici possano continuare a  muoversi nei loro habitat naturali senza costrizioni eccessive e invalidanti.

Nell’attesa che si consolidi un’esperienza imprenditoriale al riguardo, potremmo intanto cominciare a valorizzare concretamente quella  più volte sbandierata funzione socio-economica delle aree protette,  aumentando la loro produttività in risorse faunistiche. Anziché stipendiare personale apposito, la manodopera esperta e competente  dei cacciatori, potrebbe gratuitamente effettuare i prelievi  finalizzati oltre che ad una razionale gestione faunistica, anche alla tutela della nostra salute, senza alcun appesantimento dei costi per i consumatori e con consistenti vantaggi per la traballante bilancia dei pagamenti riguardante  l’importazione carnea.

Si ringraziano vivamente le dottoresse EMILIA CARNOVALE ed EMANUELA CAMILLI dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione di Roma per la cortese consulenza scientifica.

Dott. Franco Nobile 
(Medico Oncologo e Presidente nazionale Uncc - Unione Cinghialai) 

Scarica la tabella esplicativa Composizione in proteine, grassi e calorie per 100 grammi di peso degli alimenti crudi

Franco Nobile Amico di BigHunter


 

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12 commenti finora...

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

...Veronesi ha piu' fama costruita che qualita nel lavoro che ha fatto! cmq ha 82 anni.....il tempo per lui stringe....

da Rudi4x4 10/11/2010 18.49

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Premettendo che non mangio selvaggina ma neanche carne in generale (pochissima), la mia passione oltre a quella venatoria in senso stretto è quella di regalare a parenti e amici la selvaggina. Secondo me è un bel pensiero, alcuni non cacciatori magari ricordano con quei sapori i tempi della loro infanzia, anche per quello è giusto commercializzarla. C'è gente che va pazza per i selvatici e non potendo andare a caccia non la può mangiare a meno che..... Idea per Natale: una bella busta di selvaggina a chi la sa apprezzare ovviamente.

da Minos 28/11/2008 10.39

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Non ricordo se fu in questo sito che lessi, tempo fa, che per morire di Saturnismo (in maniera diretta) un Germano Reale deve inghiottire una tale quantità di piombo in 2 mesi impossibile da ingerire naturalmente... Se l'articolo proviene da questo sito, la redazione potrebbe mettere qui il Link, sarei interessato a rileggere l'articolo, se possibile. Grazie e Ciao!!

da Filippo 22/11/2008 15.48

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Il piombo è velenoso anche per l'uomo se ingerito in quantità notevoli. Mangiare un'intero germano ucciso con piombo n.quattro e ingerire i 5/6 pallini che lo hanno ucciso credo faccia male esattamente come bere un bicchiere d'acqua fresca, praticamente pericolo nullo. Il Saturnismo riscontrato negli acquatici che razzolano il fondo degli stagni con acque basse e quindi possono ingerire eventuali pallini di piombo già sparati è altra cosa.

da Jerry 22/11/2008 10.34

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Ci sono studi sul contenuto di piombo nelle carni di selvaggina abbattuta con il fucile a pallini? Tipo fagiano, anatra, ecc. Non conosco il meccanismo per la cessione, se esiste, della lega di piombo dei pallini alla carne della selvaggina

da Pierangelo 21/11/2008 19.36

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

La caccia finisce sempre a tavola. Altrimenti non è caccia.

da Ugo 21/11/2008 17.27

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Io vado a caccia non solo per il piacere di passare quel poco tempo che ho a contatto con la natura, ma soprattutto caccio solo selvaggina commestibile appunto per godere di quel rapporto ke si crea con la fatica di cacciare quella determinata preda al gusto di commemorarla mangiandola, non al caso vado a caccia di beccacce.. che c'è di meglio di gustare una bella beccaccia al ginepro con salsetta.

da Maury 19/11/2008 12.39

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

carissimi moderatori del sito, sarebbe opportuno che giraste questo msg al ministro zaia considerando che da un bel pò di anni nessun autorevole docente universitario si occupa dei benefici che può apportare quanto legato al mondo venatorio in attesa di tempi mogliori saluto tutti i cacciatori e simpatizzanti

da carmine conte 18/11/2008 12.07

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Da molto tempo, di fatto, mangio solo la carne che caccio.

da Martino 17/11/2008 23.16

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Chi è stato nei paesi nordici non può dire di non aver trovato nei menù di quasi tutti i ristoranti locali la renna, frutto di caccia e allevamento brado. Da noi mangiare un arrostino di allodole non solo è un sogno ma addirittura proibito nei locali pubblici. Questo è un'esempio banale le allodole i cacciatori le mangiano con gli amici a casa propria ma Cervi Cinghiali Caprioli Daini Mufloni che arrivano da abbattimenti necessari nei parchi invece che finire a poche aziende che fanno barattolini con sughetti per la grande distribuzione non sarebbe meglio finissero, non dico in tutte ma in alcune macellerie specializzate tipo quelle equine?

da Valerio 17/11/2008 17.36

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Mah.. non sarebbe una brutta idea e potremmo avere tutti i potenziale per pterlo fare... Ora come ora "io parlo per quanto riguarda la sardegna" non è possibile se prima non si affrotano i problemi degli incendi rimboschimenti e ripopolamento di tutte le zone... Qui tra pastori e agricoltori si trovano delle zone he ormai assomigliano più a deserti che ad altro non si vedono ne alberi e ne cespugli... ma solo degli erbai che il gelo o il troppo caldo non fanno andare avanti... prima di fare una cosa del genere bisogna far cambiare la mntalità della gente e rimboschire... bisogna ricordare che i cespugli e gli alberi sono le case degli animali

da filippo lentis 17/11/2008 11.45

Re:Rilanciamo il consumo alimentare della selvaggina

Dobbiamo riprenderci ogni aspetto vero della caccia, tra questi certamente anche il consumo della carne di selvaggina a disposizione di tutti coloro che ne vogliono goderne in sapore e i benefici. La caccia futura passa anche da qui!

da Elvio Z. 17/11/2008 11.32