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Editoriale

Cacciatori e Agricoltori, due facce della stessa medaglia


lunedì 2 maggio 2011
    
Marco BigozziCacciatori e agricoltori sono legati a doppio filo, da una parte la passione smisurata per l’ambiente e l’attività venatoria e dall’altra un interesse economico legittimo che proviene dal lavoro della terra.

Come far conciliare interessi a volte diversi e distanti tra loro, soprattutto in fatto di priorità? Quando per priorità va inteso che il mantenere una famiglia è di gran lunga più importante che dedicarsi a un hobby.

Ma questo non deve portarci fuori strada, anche il cacciatore fornisce a chi lavora i campi una fonte importante di entrate economiche, in parte costituita dalle consistenti somme destinate al risarcimento dei danni provocati da fauna selvatica cacciabile. Mentre per i danni provocati da quella non cacciabile (esempio lo storno) il cacciatore si mette a disposizione per interventi mirati (deroghe o abbattimenti controllati), volti a recuperare il mancato reddito.

Per le Amministrazioni pubbliche quindi l’unica risorsa economica da mettere in campo per aiutare gli agricoltori in difficoltà a causa dei danni ai loro raccolti sono la tassa nazionale, quella regionale e gli introiti dell’Atc, provenienti tutti dalle tasche dei cacciatori. Si, anche le quote di iscrizione agli Atc vengono spesso usate per aggiungere risorse a favore degli agricoltori che abbiano subito danni.

A fronte di tutto ciò le associazioni professionali agricole dovrebbero porsi una domanda fondamentale: visto che il numero dei cacciatori non cresce, anzi, chi pagherà i danni alle nostre colture in futuro?

La risposta è semplice: nessuna amministrazione pubblica può oggi permettersi di racimolare milioni di euro a livello regionale o centinaia di migliaia di euro a livello provinciale per far fronte ai danni da fauna selvatica. Se poi aggiungiamo che in futuro, vista la situazione, potremmo avere una maggiore presenza di fauna selvatica sul territorio, il quadro è assai preoccupante.

Come invertire quindi questa tendenza? Mi vengono in mente alcune soluzioni.
La prima può mettersi in opera laddove gli Atc, e sono sempre di più in Italia, lavorano talmente bene sul territorio a caccia programmata da aver diminuito l’ammontare dei danni (soprattutto da cinghiale); ebbene i fondi che non vengono spesi per i danni possono essere comunque messi a disposizione degli agricoltori sotto forma di incentivi per ripristinare gli habitat naturali della piccola selvaggina e, perché no, anche di quella migratoria.

La seconda e più generale risposta è quella di investire, da parte delle associazioni venatorie e agricole, risorse sulla comunicazione e a incremento di campagne informative presso le scuole, descrivendo ai giovani i rispettivi ruoli di chi coltiva i campi e del cacciatore come regolatori dei sistemi ambientali, che sono stati inevitabilmente alterati dall’intervento dell’uomo.

Investire per far crescere nuovi “contadini” e nuovi cacciatori significa assicurare un futuro a quel delicato equilibrio e all'interconnessione che esiste tra i due mondi che traggono dal territorio da una parte  la loro fonte di sostentamento, dall'altra l'appagamento della loro passione. Invertire quindi la tendenza della diminuzione dei cacciatori è direttamente proporzionale all’aumento di fondi disponibili per il comparto agricolo.

Ma questo non basta. Perché oggi un giovane, anche raggiunto da una campagna di sensibilizzazione nella sua scuola, dovrebbe prendere il porto d’armi una volta raggiunta la maggiore età? Cosa attende questi nuovi appassionati di Diana? Non possiamo certo pensare che si alimenti un circolo virtuoso di passaparola, come avviene spesso tra i giovani, se mancano i successi, le soddisfazioni, il sano “divertimento”. Mi riferisco alle occasioni di incontro con i selvatici di qualsiasi natura. Molto spesso mettere sù un cane, il fucile, spendere e impegnarsi per dare gli esami, comprare vestiario, attrezzature e quant’altro costa. E  poi? Sarebbe un cattivo investimento se l'attività di caccia si esaurisse giocoforza dopo le prime settimane di ottobre. Anche qui il ruolo del mondo agricolo è determinante. Ripristinare siepi, filari e buone pratiche di lavoro dei campi (evitando magari l’uso eccessivo di pesticidi et simili) significa aumentare in maniera esponenziale il numero di selvatici presenti sul territorio a caccia programmata. Non sarà certo un dramma se il trattore dovrà compiere una manovra in più per finire la lavorazione di un terreno, ma ciò avrà evitato quello che alcuni definiscono l’”asfalto verde”. Vi siete mai soffermati ad osservare le nostre campagne? Soprattutto nelle zone di pianura, ma sempre di più anche in collina, si estendono a perdita d’occhio enormi prati “verdi” senza interruzione, solo fossi artificiali scavati dalle macchine e tenuti puliti dalla vegetazione.

Un vero e proprio “asfalto” dove non può nascere e svilupparsi nessuna forma di vita se non quella del prodotto seminato. Nessuna microfauna destinata ad alimentare piccoli di fagiano o lepre e nessun riparo costituito da siepi o filari per consentire loro di proteggersi dagli attacchi dei predatori (corvidi e volpi) sempre più presenti sul territorio.

Non possiamo, in sintesi, offrire un pacchetto caccia ai giovani senza che ad esso corrisponda una concreta possibilità di incontrare selvatici.

Anche i cacciatori devono metterci del proprio. In aggiunta alla diminuzione dei danni, devono impegnarsi (magari nei tempi morti delle cacce nobili) a tenere sotto controllo cornacchie, gazze, corvi e volpi, che sono le uniche specie sempre oggetto di prelievo durante la stagione venatoria e per di più (di solito) senza limite di carniere.

La combinazione di queste “idee” e “proposte” potrebbe dare un contributo notevole sia all’attività economica dei nostri agricoltori, sia alla soddisfazione di noi cacciatori, ma soprattutto al miglioramento degli habitat naturali che oggi sono messi seriamente a rischio nelle zone coltivate.

Esiste un indice che viene trasmesso dalle regioni ogni anno al Ministero dell’Agricoltura che poi invia i dati raccolti alla Comunità Europea per verificare l’efficacia dei piani agricoli europei, nazionali e regionali. Ebbene questo indice, che si chiama Farmland Bird Index (indice degli uccelli in ambienti agricoli) è in continua diminuzione, come del resto possiamo verificare facilmente passeggiando in quei luoghi dove non molti anni fa erano presenti molte specie di passeriformi praticamente scomparsi.

Protagonisti di queste ed altre soluzioni sono le associazioni venatorie che, invece di disperdere energie in mille progetti teorici e studi fine a se stessi, dovrebbero mettere in campo sinergie importanti con il mondo agricolo e con il mondo ambientalista più responsabile, interessato al miglioramento delle condizioni ambientali dei nostri territori al fine di aumentare notevolmente la biodiversità negli ambienti agricoli e di conseguenza su tutto il territorio a caccia programmata.

M.B.

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3 commenti finora...

Re:Cacciatori e Agricoltori, due facce della stessa medaglia

Errata corrige: ultima riga precedente post leggasi: e della salvaguardia dell'ambiente IN CUI QUESTA dovrebbe vivere. Chiedo venia.

da Diego Baccarelli 04/05/2011 1.35

Re:Cacciatori e Agricoltori, due facce della stessa medaglia

Cacciatori e agricoltori due facce della stessa medaglia. Nel titolo dell’editoriale c’è il passato, il presente e il futuro del mondo rurale, della sua cultura, delle sue tradizioni. Nel testo sono indicate alcune importanti soluzioni per garantire, in qualche modo, un presente ed un futuro al mondo della caccia e a quello dell’agricoltura. Ma, a mio avviso, le ipotesi di soluzione indicate dall’autore, pur apprezzabili e degne della massima considerazione,non sono sufficienti a dare una risposta virtuosa all’annoso problema del rapporto caccia – agricoltura, che è poi quello su cui si basa il presente ed il futuro della caccia nel nostro Paese. E allora che cos’è che manca nell’elenco delle proposte? Manca - sempre a mio avviso – quella più importante: l’interesse dell’agricoltore a produrre e crescere, ALLO STATO NATURALE, la fauna selvatica sul proprio fondo perché, attualmente, la fauna non è considerata prodotto della terra, ma patrimonio indisponibile dello Stato. Se riusciremo a trovare la quadratura di questo cerchio, forse avremo anche trovato il rimedio a tutti i mali che affliggono la caccia e che, in gran parte, discendono dallo scarso interesse degli agricoltori verso la selvaggina e, di conseguenza, nei confronti del mantenimento e della salvaguardia dell’ambiente in essa dovrebbe vivere.

da Diego Baccarelli 04/05/2011 0.52

Re:Cacciatori e Agricoltori, due facce della stessa medaglia

Certo che anche gli agricoltori hanno le loro responsabilità. Il profitto ad ogni costo li sta portando nel tempo a costituire una seria minaccia, sicuramente fra le più importanti, anche - ma non solo - per la fauna e l'ambiente. Quanto al meccanismo con il quale si finanziano localmente progetti proposti dalle organizzazioni dei cacciatori, (ma soprattutto degli ambientalisti),anche qui c'è di sicuro da non essere soddisfatti. Spesso, questi soldi vanno a finire in progetti che gratificano solo qualche piccola lobby di presunti tecnici/scienziati, o - peggio - idee senza costrutto. Eppure, ormai, se vogliamo davvero tutelare il nostro patrimonio faunistico, la soluzione è portata di mano. Basta con la scellerata abitudine di chiudere alla caccia altre aree, senza avere poi nè idee nè soldi per gestirle. Cerchiamo invece di finanziare quei progetti che riportano la situazione agronomica italiana al periodo anteguerra, quando la infinita varietà e complessità del paesaggio (rurale, badate bene, e non "naturale")era la vera garanzia della cosiddetta "biodiversità".

da diversamenteambientalista 03/05/2011 9.34