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lunedì 30 novembre 2020
    

 

 

"Del doman non v'è certezza..." scriveva il Magnifico in ben altri e gioiosi contesti. Lo so, tutti noi, in questa tragica vicenda che tutto spaura, vorremmo sapere che fine farà la caccia domani, appena da zona rossa o arancione si passerà, ce lo auguriamo, a zona gialla, in attesa di cure efficaci o vaccini che ci, ripeto"ci", preannunciano mierabolanti. I cani fremono, il profumo della cartuccia sparata nell'aria ovattata di brume ci manca, ci mancano i frulli della misteriosa beccona e dei più misteriosi ancora becchipiatti. Tutto ci manca, ma lo riavremo. Forse presto, se nei governi, locali e nazionali, si ristabilirà la ragione.


Di sicuro, però, lo dicono tutti ormai, nel medio e nel lungo periodo non sarà più come prima. Lasciamo perdere le questioni politiche, quelle sociali e culturali. Anche se volendo pensare  a quel che più ci sta a cuore, oltre la salute e al benessere di tutti noi, la questione della caccia non è avulsa dalla questione generale.

La caccia, dunque. Come per il resto, è legata allo sviluppo dell'economia, della società, della gestione del territorio. Siamo  indissolubilmente legati all'Europa. Non solo per i tanti soldi che potremmo avere a disposizione, ma perchè nello sgomitare mondiale, almeno a mio parere, da soli saremmo poca cosa. Già, purtroppo, anche in Europa, si avvertono scricchiolii su quello che era il cosiddetto green new deal: c'è il rischio che prevalga di nuovo l'interesse delle grandi multinazionali dell'industria agroalimentare, piuttosto che la linea che sosteneva la produzione di cibo sano e giusto. Il farm to fork, dalla fattoria alla tavola, che poteva prevedere anche una rivalorizzazione del "prodotto selvaggina", si sta immiserendo via via che passa da un livello all'altro del percorso previsto per l'approvazione della nuova politica agricola comunitaria, la PAC. Vedremo dove verranno collocate quelle ingenti risorse che in teoria erano previste per contrastare la crisi ambientale, la perdita dei suoli, l'inquinamento delle acque dell'aria e dei terreni agricoli. L'innovazione tecnologica (lieviti miracolosi al posto di antiparassitari, per esempio) sembra che possa aprire a grandi innovazioni green anche in agricoltura. A prescindere. Staremo a vedere.
Quello che però ha messo in luce questa crisi pandemica sono i valori culturali e sociali che ci portiamo dietro dalla seconda metà del novecento. Il vecchio conflitto fra città e campagna. Cultura metropolitana verso cultura rurale. La prima, purtroppo, responsabile del fenomeno subliminale che ha portato le nostre giovani generazioni, fin dall'infanzia, a credere che i polli nascessero arrosti e senza penne. Con tutte le implicazioni negative nel sentire comune anche nei confronti della caccia, un attività - la nostra - che pur soggetta all'avanzamento tecnologico  più "naturale" non si può.

Per questo, proprio in questi giorni, anche sulla stampa nazionale è un fiorire di interventi su come sarà la nuova società, e quindi cosa ne sarà delle nostre comunità in rapporto all'evoluzione delle città, sempre più smart, come si dice, ma al riparo da focolai di pandemie, se possibile,  incrementando il  lavoro "da remoto", con conseguente rivoluzione nei consumi e nei comportamenti. E, quindi, come si produrrà il cibo, come si combatteranno le follie del clima, cosa servirà per ridurre e possibilmente azzerare gli elementi inquinanti.

L'aureo equilibrio fra città e campagna, anche nell'era del web, ce lo ricorda come sempre quella sublime rappresentazione del Lorenzetti nella Sala del  Buongoverno a Siena. Che, non a caso, descrive una campagna umanizzata, caccia  inclusa. Protagonista. Sia nel corteo di aristocratici falconieri "metropolitani", sia nei più villici  uccellatori e caanettieri.
 
Interessante, in contrapposizione a un Renzo Piano, archistar delle edificazioni urbane, che tuttavia riconosce che le città così come sono oggi strutturate hanno bisogno di sostanziali e rivoluzionarii interventi ("ai ciechi serviva il covid per capire che la concentrazione urbana era già da un pezzo infognata nella saturazione e ripetizione delle idee", leggo in altro scritto), interessante - dicevo - una nota di Michele Serra (Robinson, 21 novembre scorso). L'umorista, ormai opinionista di vaglia, che anni fa scelse da metropolitano di vivere in campagna, in Appennino,  e si scontrò con realtà a lui sconosciute, cacciatori compresi, con i quali ebbe non pochi contrasti; fino a che - cercando con intelligenza di approfondire - non capì che l'intruso era lui, non i cacciatori, e da allora ritrovò quell'equilibrio necessario per collegare le due culture. Un nuovo senso di comunità e un diverso approccio con la naturalità.  Indispensabile a mio parere anche per le nuove "politiche" della caccia 4.0.

Cosa dice Serra? "La natura ci salverà, se noi la salveremo", dice. In campagna, per il post-covid, "non c'è rischio di movida, non esiste folla, lo shopping non chiama all'adunata generale. Il distanziamento non è una scelta virtuosa, è un dato di fatto." Anche se  non è foriera di sensazioni idilliache, la campagna. Lui, Serra,  che ci vive e lavora da remoto per la città, lo sa.  "In certe sere d'inverno la solitudine è brutale. I cani, fortunati loro, si parlano nella notte,  grazie all'antichissimo web dell'abbaio. Da qualche anno interferisce l'ululato dei lupi, sempre meno raro".  E per l'umanità inurbata "non sarà facile recuperarne l'uso e, direi, la comprensione". Perchè la campagna è diventata "il rimosso per eccellenza: è ciò che siamo (natura) e non sappiamo più di essere. Una specie di inconscio a cielo aperto, ben visibile eppure  inascoltato - se non quando l'ululato del lupo ravviva, come in sogno, memorie di libertà sconfinata e di fuga affannata, memorie di caccia e di tana".

Chi è tornato a vivere in campagna, oggi, secondo Serra, è gente diversa, dispone di una cultura diversa e una prassi ancora più diversa, ci vive per ricreazione, svago, vacanza. Insomma, "nessuno pensa alla ordinaria necessità di tenere puliti i campi, pervi i fossi, trasportare la legna fuori dal bosco". Fare il campagnolo vero, viverla veramente, la campagna - anche da cacciatore, è implicito,  aggiungerei io personalmente - vuol dire "ricongiungersi al ventre del mondo".

"Con il covid che ti spinge alle spalle - conclude dunque Serra, ipotizzando una sintesi positiva in virtù della tremenda rivoluzione tecnologica - incominci  guardare a quel vasto esterno che si apre dopo i raccordi anulari come un luogo abitabile anche al di fuori del tempo canonico del weekend".

E dunque, tornare ai "paesi tuoi", col pensiero e con l'azione. Chissà se una visione del genere potrà aiutare queste masse metropolitane impaurite a reinterpretare e finalmente capire anche il ruolo e il valore della caccia. Pensando positivo, se fossi un dirigente venatorio, un capopolo, un politico sensibile e responsabile, nel bene e nel male, un pensierino ce lo farei...
 
Vito Rubini
 

Nota: Poi c'è anche lo scettico, che di fronte alla solitudine estraurbana - dove ti devi reinventare un approccio con la natura, non quello degli ecologisti-animalisti di maniera, fracassamaroni ormai anche per il più paziente di questa terra - ipotizza l'aumento di ataviche paure e di conseguenza un incremento dei sistemi di aggregazione. Nella nuova,  agghiacciante megalopoli, ovviamente.  Mah! Staremo a vedere.
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4 commenti finora...

Re:Paesi tuoi

Concordo pienamente con quanto scritto da Pazzino.

da Fabe 05/12/2020 22.32

Re:Paesi tuoi

Ho letto con attenzione quanto scritto dal qui sopra Vito. Argomenti dirimenti non solo per la caccia, ma anche e soprattutto per questa nostra società sbalestrata dal Covid, che dovrebbero far riflettere tutti, noi cacciatori forse prima degli altri. La ricchezza dei commenti che di solito arricchiscono (??) Bighunter, fa a pugni con l'assenza di post che queste considerazioni hanno suscitato. Mi chiedo cosa significhi. Non vorrei che le folle venatorie, e i loro dirigenti, puntino al tutto e subito, piuttosto che a riflessioni di più consistente spessore. Che magari non sono in grado di fare breccia in casse craniche ormai vuote.

da A. Cheli 03/12/2020 10.25

Re:Paesi tuoi

Secondo me, questo fenomeno ci dovrebbe preoccupare. Perchè prima che i cittadini che si trasferiscono in campagna riescano a capire il problema e il valore della vita campagnola, compreso la caccia, passa del tempo e nel frattempo recinteranno giardino e orto, faranno esposti al sindaco perchè la mattina vogliono dormire, i bambini hanno paura delle fucilate, ecc. ecc. Senza contare tutti quelli che già sono anticaccia e che quindi si pongono negativamente di fronte alla realtà che non conoscono. Già succede, e se aumentaranno questi flussi ce ne dovremo preoccupare. Poi ci sono i gatti di casa, il cane "di famiglia", il coniglio Lamberto e personaggi vari, che se si allontanano un pochino sono guai. E col bicchiere mezzo pieno c'è da sperare che i cinghiali arino il giardino e mangino il cagnolino, o che i lupi li rispediscano armi e bagagli da dove sono venuti. In città.

da Pazzino 02/12/2020 17.07

Re:Paesi tuoi

I dirigenti venatori, oggi, sono impegnati a farsi la guerra fra di loro, per non perdere nemmeno un socio, salvo vecchiaia e Covid, che tirano giù un carniere sempre più abbondante nell'indifferenza generale. Siamo alla frutta, per l'insipienza e l'impreparazione della nostra classe dirigente, che è lo specchio di una realtà in gran parte tutta italiana, che non favorisce il ricambio, non premia il merito ma gli opportunisti, manda in parlamento fancazzisti (ma una ragione c'è, e forte) e fascistoidi, chiude le scuole, anche quelle di partito, si attarda ormai a consumare le briciole di un passato di abbondanza, come si vede immeritato. Siamo la settima potenza del mondo, è vero, ma stiamo per essere sommersi da valanghe di denaro cinese e masse di disperati africani e beduini. La caccia, ovunque, soffre dei cambiamenti epocali a cui siamo quotidianamente sottoposti. Noi, italiani, siamo i più impreparati, incapaci di prefigurare il futuro, buoni solo ad inveire contro chi abbiamo mandato a governarci. L'Europa, si, sarebbe la nostra almeno temporanea salvezza, ma noi, cacciatori per primi, non sappiamo neanche qual è il suo ruolo e il suo potenziale. Aspettiamo, come da tradizione, che ci mandino degli aiuti a pioggia. Speriamo che non grandini, ma certi nuvoloni all'orizonte non preannunciano niente di buono.

da Bernacca 01/12/2020 10.37