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Racconti

S'apre la caccia


giovedì 30 settembre 2010
    

Non mi vesto da gran cacciatore a nuovo. Tutto quello che è nuovo, mollettoni o fasce e, peggio, gambali a tromba, o gambali non a tromba, di gomma o di pelle robusta nel contempo che morbida, foderata, alla araba, di soffice pallettina gialla: anche i pantaloni da cavallo, se nuovi, anche i tasconi, la bandoliera o il carniere e perfino i fischietti e i richiami, robe nuove, mai usate, non vanno bene in battaglia: le mollettiere nuove si sfasciano non avendo ancora presa bene la forma della gamba: pantaloni da cavallo: crak! Si scuciono, si strappano: è roba da ridere! Non avete mai visto cacciatori che tornano con i calzoni cucini alla meglio dalle fantesche di Diana?

Fantesche di Diana stanno per osterie rustiche, quelle dove si vende la coda del baccalà, o la mezza paletta appiccicata allo stipite dell'uscio o ai ferri dell'architrave, insieme a rotole di formaggio, e a mezze scatole di pomodoro, e a stoppini di fiore di zolfo per cantinieri, e a gomitoli e mazzi di spago, a codette di fruste.

Osteriole delle fantesche di Diana: Fantesche di Diana! Ma il mondo è perduto pei forti ed anche per i cacciatori; perduto siffattamente che si van facendo, radissime, anche le osteriole di campagna; quelle col carrettiere sull'arco della porta e il carro fermo e il vino che scintilla dal litro al bicchiere. Si fan più rare e non c'è più religione di amore di natura.

Osteriole, una volta, con la frasca secca allo spigolo di casa; tendine rosse ai vetri e il cartello del vino. Si entrava e: drin! Suonava un vecchio campanello: appariva l'ancella Diana, in maniche di camicia, in veste rosea, col neo qui, a peli lunghi e biondi: carne, qualche volta, veramente bella, orli al collo della camicia, centinati e candidi. Ragazze dell'ostessa, di quelle belle e dagli strani rustici estatici visi! Beltà nativa, sempre in fiore, sempre desiderata dai cacciatori.

Poi si sbriscolava a carte napolitane, più o meno unte ed ingobbate. S'accendeva, a sera, il lume a petrolio, e s'udivano gran colpi di vecchi pugni, e callosi, da far tremare, tintinnare i bicchieri. Si mangiava: salame e prosciutto o frittata col pomodoro, le cipolle e il pepe, uno spizzico di erba di basilico e, maccheroni, dico meglio, pasta alla matriciana, di quella fatta con le chiare d'ovo, impastandovi, tantissimo a lungo, la farina; si condiva con lardelli di prosciutto magari rancidi o, frizzanti un poco. Si imbiancava, la pasta di formaggio, s'anneriva di pepe. E, se non stava bene di sale, se ne metteva dell'altro.

Questo mondo – o mi sbaglio? - (fu il mio mondo, fu il nostro?) è scomparso: il suo dolce clamore s'è attuito fino a spegnersi. Non si fa più baldoria. Non siamo più allegri. Stiamo tutti col muso, oggi.

Dico d'andar solo il giorno che s'apre la caccia; ma poi, quando incontrerò, come negli anni passati, gruppi di cacciatori, e specie se avrò ucciso qualche uccellino anch'io, farò volentieri lega coi cacciatori.
E, a sera, cammineremo per strade piane; incominciando quei discorsi che ho detto dinanzi: se si incontrano cacciatori buoni è un piacere starli ad ascoltare. Narrano con arte, e ci vorrebbe un piccolo grammofono buono a raccogliere i loro racconti: taluni dei quali provengono dai giorni di Orfeo in terra. Parlano a grande e sincero cuore; si inebriano di quel che dicono. Si sente, nelle loro parole, un accento che non è quello dei rapporti quotidiani fra uomo e uomo. Le frasi hanno espressione di cordialità, impossibile negli altri trecento e passa giorni dell'anno.

E donde è che io sto più ad ascoltare che ad aggiungere parole ai loro discorsi. Lascio che parlino; in questo giorno d'apertura sembrano (mentre sono uomini di quaranta cinquanta anni), fanciulli, che parlano con fanciulli, dei loro giochi.

Per l'apertura di caccia gli uomini, i cacciatori, parlano l'uno a l'altro come fratelli, e come una volta ai tempi primi, quando l'uomo abbassava meno la schiena sotto il peso delle macchine, ed era più buono.
Cacciatori sono uomini dal cuore buono, gli unici uomini ad anima aperta che siano rimasti ancora al mondo.

(Tratto dal libro L'Orso di Luigi Bartolini, ed. Vallecchi, 1933)

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