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Racconti

In valle


mercoledì 11 gennaio 2017
    

Quando non dormo nel mio letto, non riesco a riposare bene. Il cuscino troppo alto o morbido, le coperte troppo pesanti, il materasso troppo molle. Poi i rumori che mi tengono compagnia nei lunghi momenti di dormiveglia: il gallo che canta in piena notte, la frenata improvvisa di un automobilista distratto, un gatto innamorato che mugola.


Sono andato a letto col pensiero fisso della cacciata alle anatre, della levataccia… quindi non ho praticamente chiuso occhio. Nel cuore della notte gelida inizia la nostra avventura.


Dopo aver percorso una strada secondaria, ci immettiamo sulla strada Romea, l’antica strada che collega Venezia a Ravenna. La via costeggia la secolare pineta e procede praticamente parallela all’Adriatico. Ricalca in parte il tracciato della strada medioevale che arrivava fino a Roma.


L’alto campanile dell’abbazia di Pomposa, in forma romanico-longobarda che ricorda quello di San Mercuriale nella vicina Forlì, ci dice che siamo ormai poco distanti dalla nostra meta.


La notte è ancora fonda quando arriviamo a Gorino, il primo paese sul delta del Po per chi proviene da Ravenna.


È un tipico borgo di pescatori, con le case basse, addossate le une alle altre. Sono dipinte con colori sgargianti, com’è consuetudine nelle zone dove regna, quasi sovrana, la nebbia. Il faro troneggia in cima al porto canale. Parcheggiamo l’auto a fianco di uno dei tanti canali. L’amico/accompagnatore ci saluta fregandosi energicamente le mani: fa un freddo cane. Ce ne rendiamo conto solo ora. Sandro fa il pescatore di professione durante tutto l’anno.


Pesca vongole, che qui chiamano poveracce; ma non disdegna la fiocina con cui insidia cefali e anguille. Ha pure una piccola imbarcazione con cui pratica la pesca a strascico. Qui sono tutti pescatori. Quando però inizia la caccia ed in particolar modo il passo delle anatre, affonda due o tre tinelle nella valle e le affitta ai cacciatori di città. Così, con poca spesa e fatica, riesce a mettere assieme ad ogni stagione un bel gruzzolo, che gli consente di vivere tranquillamente la sua pur modesta vita.

Le tinelle, o botti, non sono altro che grossi tubi di cemento, un tempo di legno, col fondo in legno, reso impermeabile. Sono ancorate per mezzo di una catena che, fissata alla botte, scende fino al fondo melmoso. La botte si alza e s’abbassa in conseguenza delle maree. Sono mascherate da un tappeto di cannarelle stese tutto attorno, in modo da far sembrare il complesso un ammasso di canne portate dalle correnti.

Così la descrive Don Francesco Fuschini, finissimo e sensibile scrittore romagnolo: “La tinella è una botte affondata. L’onda lecca l’orlo e qualche volta accarezza la faccia del cacciatore. All’intorno ci sono i richiami vivi (anatre e germani) e uccelli bugiardi con il becco di legno.


Ho tra le mani la doppietta. Gli occhi camminano a pelo d’acqua. Le onde cantano a bocca chiusa e i richiami lanciano inviti agli uccelli di passo. Ecco che un’anatra crede al gioco e piega l’ala. Dopo il tuffo si scrolla e si netta il collo con il becco. Punto l’arma. Mio padre soffia: «È il momento dài!». Guardo la creatura senz’ombra di sospetto. La mira è su di lei, ma per starci dolcemente in compagnia. Mio padre fa fretta con un po’ di stizza nella voce. «Porco Giuda, dài che ti scappa». L’anatra balza via come una saetta: è la felicità che s’impenna. Dico: «Dio ti salvi creatura». Mio padre commenta storto: «Solo un prete può combinare una pataccata del genere».
Tratto da Mea Culpa, Rusconi, Milano 1990.

Righe stupende! Ineguagliabili! Ci accomodiamo alla meglio sul barchino a fondo piatto che ci attende nel vicino canale, mentre Sandro, col suo parlare ostico e cantilenante, ci dice di stare attenti a non cadere in acqua. Il buio rende le operazioni un poco difficoltose, il freddo già ci attanaglia le tempie “Una mattinata ideale per le anatre” sentenzia Sandro. Speriamo che si avveri la sua previsione. Mi accompagna Walter, un contadino che ha un bel podere proprio in prossimità della strada Reale, vicinissimo al paese. Suo fratello Allegro è un tipo triste, riservato e taciturno, a dispetto del nome.
Non ha passione per la caccia, ma è provetto nel catturare e nell’ammaestrare le civette per la caccia alle allodole. Conosce diversi posti buoni dove questo simpatico rapace notturno si rintana.


Parte all’imbrunire con le sue reti e tutta l’attrezzatura alla volta di sperdute lande, dalle parti di Comacchio, dice lui, ma in realtà nessuno sa dove va a catturarle.

Appena cala la notte, ha già predisposto i suoi inganni e si prepara all’attesa, imitando col fischio il canto dello strigide. Quando sta per spuntare il giorno è di ritorno col suo bottino. Con pazienza e perizia le ammaestra a rimanere immobili sul supporto di sughero fissato su una canna (la gruccia).

Quando le sue “allieve” hanno ben imparato questo esercizio preliminare, le premia con una grassa pispola. Si passa poi al successivo passaggio, il voletto. La civetta, assicurata da una breve catenella fissata da un lato al suo tarso e dall’altra alla gruccia, se ne sta ferma e tranquilla, girando ogni tanto il testone. Un improvviso strattone le fa perdere l’equilibrio e la poverina, pur battendo le ali, non riesce a ritornare sul sughero e rimane penzoloni. Questo è il passaggio più difficile, ma Allegro, esperto qual è, in poco tempo riesce a farle compiere il breve volo alla perfezione. Allora nella Bassa Romagna erano innumerevoli i campi ad erba medica, ed anche tante stoppie dove si appasturavano migliaia di allodole. Non che fossero zone famose come al Sud, la Puglia, Crotone, la piana di Sibari. Erano tuttavia località molto frequentate, soprattutto da cacciatori locali.


Le civette perciò erano cedute in breve ai tanti cacciatori che si dilettavano con questa caccia affascinante. Ricordo di aver visto decine di civette, appollaiate sulla loro gruccia, nell’aia dell’amico.


Walter è un provetto tiratore. Caccia la lepre nei coltivi e negli arati nei primi giorni di apertura, ma la sua passione è per la caccia in valle. La prima volta che lo vidi sparare fu in occasione di una gara di tiro al passero, in un campo dalle parti della Madonna del Bosco, in quel di Alfonsine. Aveva una doppietta artigianale costruita dai fratelli Toschi di Villa San Martino (Lugo) famosi armaioli di fine ’800. La doppietta aveva una linea elegantissima, calcio all’inglese, impreziosita da cartelle finemente cesellate, sembravano dipinte, perfetta in ogni particolare.


Se l’era fatta costruire suo nonno, facoltoso possidente terriero. Insomma, un gran bel fucile, invidiato da tutti. Walter sparava che era un piacere vederlo: non si impostava il fucile alla spalla, come tutti fanno, ma lo teneva sottobraccio. Appena il “malcapitato” passero usciva dalla gabbietta con volo imprevedibile, imbracciava e partiva la stoccata. Difficilmente ricorreva al secondo colpo.


Naturalmente vinceva quasi sempre, o perlomeno si piazzava ai primi posti. Non avevo mai assistito a gare di quel genere, da noi c’era soltanto un modesto campo di tiro al piattello. Il barchino fende la notte ancor fonda lasciando una candida scia. Non ci rendiamo conto di dove stiamo andando; all’orizzonte le luci di un lontano e sperduto borgo.


Il rombo del motore s’affievolisce, la barca rallenta la sua corsa ed accosta ad un ammasso di canne palustri. Siamo arrivati. Infreddoliti, ma felici, scendiamo nei nostri nascondigli.


Il fondo della tinella è cosparso di paglia bagnata perché non è completamente a tenuta stagna. Mentre cerchiamo di sistemarci alla meglio, Sandro inizia a tendere i richiami.


Prima gli stampi, che sono legati con uno spago alla cui estremità è un peso, che li assicurerà al fondo. Fa roteare con maestria il piombo, a mo’ di fionda, poi li lancia in acqua.


Gli stampi devono assumere certe posizioni, non li si può lanciare a casaccio: la tesa è fondamentale per la buona riuscita della cacciata. Infine vengono posizionate le anatre germanate, che con i loro canti attireranno gli stormi di passaggio.


Pian piano si fa giorno: un’immensa distesa d’acqua, intervallata da barene, ci circonda in un surreale silenzio. Siamo nel bel mezzo del delta del Po. Magica caccia di valle! Sandro si è nascosto in un fitto di canne poco distante e, forse, starà già schiacciando un pisolino. Questi vallaroli sono abituati a sopportare fatiche e freddo. Lo strombettare lontano delle folaghe ci mette sul chi va là, mentre prontamente Walter mette bocca ai richiami d’osso, che si costruisce da solo. “Vecc,vecc…”. Il volo ci sorprende alle spalle, rapidissimo e se ne va indenne. Cominciamo bene! Ora è giorno fatto. All’orizzonte la riga scura di uno dei tanti paesi della bassa.


Immerso fra acqua e cielo mi sento quasi smarrito, abituato a paesaggi totalmente diversi.


Mi assale una dolce nostalgia di monti stagliati nell’azzurro, di boschi rivestiti con caldi colori autunnali, di ginepri carichi di nere “coccole aulenti”, di lieve stormir di fronde… Oh, i miei monti!


L’acqua scura s’increspa al vento che si sta alzando e si frange monotona sull’isolotto di canne che ci circonda. È un vento gelido che penetra fin dentro le ossa…

In lontananza, a pelo d’acqua, uno stormo si dirige proprio nella nostra direzione.


Pochi attimi ed è sopra di noi. Due tonfi secchi… Sandro esce dal suo nascondiglio. Non accende il
motore per un tratto così breve.


Viene avanti spingendo il barchino col paradello, una lunga pertica terminante a forcella. Si affonda nell’acqua fino a toccare il fondo, poi si spinge con forza sollevandolo per rimetterlo in acqua per la successiva spinta. Sandro è maestro anche in questo, come d’altronde tutti nella Bassa.


Ritto, si curva ad ogni spinta del paradello per rialzarsi prima di affondarlo di nuovo in una vogata ritmica. Raggiunge in breve le prede che ci lancia, complimentandosi con una battuta per noi incomprensibile, ma sappiamo che vuol lodarci per il tiro.


Sono due stupendi codoni maschi, anatre abbastanza comuni che svernano volentieri in queste zone paludose. Collo lungo, elegante, testa color cioccolato, corpo affusolato che termina con una coda nera ed aguzza, lunga, da cui il nome. Ventre bianco con una larga fascia verde sulle ali.


Gran belle prede!


Li accarezzo componendogli le penne e li sistemo, ammirandoli… Non sono avvezzo a simili uccelli.
Walter non stacca gli occhi dall’immensa distesa d’acqua, accarezzando i chioccoli che ha appesi al collo come una collana. Espertissimo, sa riconoscere dal canto e dal volo gli acquatici.


Ora strombetta alle folaghe, ora imita i germani… e così se ne va la nostra mattinata.


Il freddo non dà tregua, poi tutta questa immensità d’acqua, il cielo livido, contribuiscono ad accentuarne il senso. “Attento, attento, ho sentito strombettare le folaghe, forse arrivano dalla tua parte!”. Si materializzano infatti, dopo qualche istante, quattro puntini scuri, ma altissimi, non hanno creduto al gioco ed ai nostri ripetuti richiami e presto spariscono all’orizzonte.


Il vento rinforza e gli uccelli sono in mossa. Ecco arrivare, a pelo d’acqua, una coppia di germani che filano spediti verso la nostra tesa. Sul più bello, una scarica proveniente da un’altra tinella, li fa deviare all’improvviso, ma non tanto da evitare i nostri colpi. Galleggiano leggeri sull’acqua increspata della valle.

Arriva prontamente Sandro a raccoglierli. “Però, non sparate mica male per essere cittadini!” ci ripete di nuovo mentre ce li porge. Fingiamo indifferenza, ma siamo felici che un apprezzamento simile ci venga fatto da uno del mestiere.


Ricomincia l’attesa, mentre il freddo si fa sempre più pungente. Il volo maestoso dei gabbiani reali ci tiene compagnia. Ora volano bassi in folti stormi, ora alti ed isolati, emettendo il caratteristico canto. Si fanno trasportare dolcemente dal vento arcuando le grandi ali.


Poi, quando un pesciolino incautamente affiora, si tuffano in picchiata per ghermirlo, e non sbagliano mai un colpo. O, come dice sempre Don Fuschini “Si buscano la colazione picchiando il becco sull’acqua”.

La forzata immobilità rende le gambe pesanti. I piedi sono quasi insensibili e fanno male. Anche le mani, benché protette da pesanti guanti di lana, cominciano a dolere. L’indice destro, scoperto per essere pronto allo sparo, è quasi incollato alle canne del fucile.


Walter, abituato al disagio del freddo che queste cacce comporta, mi dice sorridendo “Dai, sopporta ancora un po’. Le anatre sono prede ambite e bisogna sapersele guadagnare! Vedrai che presto arriverà Sandro a smontare la tesa…”.


Walter fischia che è un piacere, suadente e melodico. Un volo di alzavole, dalla man dritta, arriva velocissimo come missile. “Guit, guit,” rispondono al nostro richiamo. Dopo un paio di passaggi sulla tesa, finalmente si posano fragorosamente fra gli stampi. Che spettacolo!


“Occhio, facciamo la coppiola. Tu spara dalla tua parte e sta’ attento alle onde, che possono ingannarti”. Detto fatto. I colpi partono simultanei, ma una sola anatra rimane a farsi cullare dalle onde. “Te lo avevo detto” impreca Walter mentre ne abbatte con facilità un’altra.


L’alzavola è la più piccola delle anatre europee e senz’altro una delle più belle e variopinte. Il maschio ha una stupenda livrea: testa rossiccia con una fascia verde attorno all’occhio, petto bianco sporco ed ali con un vistoso specchio verde.


Ecco che arriva Sandro a raccoglierle. “Avete chiuso in bellezza, adesso è ora di rientrare”. Raccoglie le anatre da richiamo e le ripone in un capiente cestone. Poi tutti gli stampi avvolgendo il filo che li tratteneva fermi sul fondo attorno al loro corpo.


Mentre è intento a queste operazioni, accarezziamo felici le nostre prede con dita stecchite e ormai insensibili, riponendole nello zaino.

Saliamo con non poca fatica sul barchino. Le gambe intorpidite, i piedi dolenti e rattrappiti, la barba brinata. La barca procede veloce, il vento ci taglia la faccia e qualche spruzzo di acqua gelata ci arriva sulle gambe, tanto… più freddo di così…


Ora però ci gustiamo il fascino della valle, non più il buio della notte, ma la luce chiara di una bella mattinata ci regala distese d’acqua a perdita d’occhio. Il motore canta allegro e vediamo la riva avvicinarsi sempre più. Attracchiamo.


Sandro ci aiuta a riporre in auto il nostro armamentario. “Alla prossima” ci saluta in fretta, perché deve andare a controllare alcune nasse che ha affondato stanotte, prima del nostro arrivo.


Il ritorno è piacevole, come sempre, soprattutto quando la mattinata è stata proficua.


Presto ci appaiono in tutta la loro maestosità il campanile e la secolare abbazia di Pomposa, imponenti sulla pianura sterminata.


Chiudo gli occhi e fantastico. Vedo l’immensa distesa di acqua che lambisce l’abbazia, quando nel VII secolo sorse il primo insediamento monastico.


Immagino i monaci amanuensi intenti nel miniare codici e trascrivere documenti su grosse pergamene in stanzoni umidi, freddi e fumosi.


Con il loro paziente e silenzioso lavoro tanto hanno giovato alla diffusione della cultura nel Medioevo. Mi par di udire le voci gravi che intonano canti e salmi nella fioca luce della chiesa austera e spoglia. La loro vita umile, silente… immersi tra acqua, cielo e pace.


Quanti milioni di uccelli avranno popolato allora queste paludi?


Nell’auto un dolce tepore che pian piano distende muscoli e cuore. Nei pressi delle “Mandriole”, dove morì Anita Garibaldi, imbocchiamo la strada che ci porterà a casa. Costeggia un canale dalle acque scure dove nuotano allegramente germani e folaghe. “Dai Roberto, prendi un po’ di anatre; fatti preparare un buon risotto!”. “Grazie, Walter, non siamo abituati a cucinare selvaggina di valle. Meglio gustare questi piatti dalle vostre parti. Magari prendo un’alzavola da far preparare da un amico tassidermista e, guardandola, ripenserò all’incanto della valle, alle sue albe repentine, alle piacevoli ore che ci regala la caccia ed alla vecchia amicizia che ci lega”.


La villetta bianca è a metà del lungo viale deserto. L’auto accosta. Lei esce sorridente “Com’è andata con questo freddo?” ci saluta abbracciandomi forte…

 


Roberto Randi

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