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Racconti

Il campo del pero


venerdì 14 febbraio 2020
    

Era consuetudine nella campagna toscana dare dei nomi ai vari appezzamenti di terreno del proprio podere, quasi fossero delle piazze o delle vie, per indicare un luogo ben preciso nel quale andare: il campo del pero era uno di questi e prendeva il nome da due grandi peri, uno “coscio” e uno “gentile ”, le due varietà estive ( Coscia e Gentile)  toscane, che facevano bella mostra di sé fra due campi di olivi, divisi fra loro da un piccolo pendio. I due campi facevano parte di un unico podere con altri campi di olivi, due vigneti e un appezzamento boschivo che arrivava molto vicino al campo del pero.


Era un  tardo pomeriggio di luglio, quando Berto, il proprietario del podere, decise di andare a controllare lo stato di maturazione delle pere per portarle al mercato il mattino successivo e, presi due panieri, si mise in cammino per lo stradello all’interno del bosco quando una magnifica lepre apparve all’improvviso dal folto e, dopo aver guardato per un attimo il contadino, schizzò veloce attraversando lo stradello e scomparendo verso il campo del pero. Erano anni che nel podere non si vedevano lepri, lo sapeva bene Berto, appassionato cacciatore e con un debole per la “baffona”, che rimase sbalordito da quella improvvisa visione, di giorno per di più, e senza che niente avesse disturbato la lepre; era come se si fosse voluta far vedere e, forse, salutare,  l’esperto cacciatore con ormai più di sessanta primavere alle spalle.


Berto riprese il cammino pensieroso, e arrivato ai peri notò subito le poche pere cadute sul terreno mangiate dalla lepre e gli immancabili segnali della sua presenza: “ E’ una femmina”, pensò, osservando le deiezioni  “e davvero grossa!”. Le pere sugli alberi erano al giusto punto di maturazione, Berto riempì i due panieri e tornò a casa ripercorrendo lo stesso stradello nel bosco e pensando più volte alla lepre che lo aveva attraversato.


Berto e la sua famiglia lavoravano tutti i giorni nel podere, sia nei due vigneti che nei campi di olivi, ma nessuno vide più la lepre e nemmeno i segnali della sua presenza né nel campo del pero né nei campi vicini, tanto che più volte a Berto venne il sospetto di aver sognato in un pomeriggio di mezza estate. Ogni tanto un vecchio maschio di fagiano si faceva sentire e, via via che le covate crescevano, i giovani maschi dell’annata  rispondevano, ma della lepre nessun segnale, come se non ci fosse mai stata, come in tutti gli anni precedenti. 


Le poche settimane che mancavano alla “prova dei cani”, come i cacciatori chiamano il periodo dell’anno di silenzio venatorio che precede l’inizio della stagione e durante il quale sono autorizzati a portare in campagna i fedeli ausiliari, trascorsero veloci e la terza domenica di agosto Berto e i nipoti alle primi luci dell’alba,  erano nel podere  dietro i loro cani : un setter maschio bianco e nero di nome Bobi, molto esperto di lepri e una femmina bianco arancio, la Brina, più giovane e alle prime esperienze venatorie.


Cercarono subito la lepre nel bosco vicino al campo del pero, ma i cani non segnalarono niente e di lei nessuna traccia, trovarono però alcune belle covate di fagiani e così nelle giornate successive:  “era un pomeriggio molto caldo- si diceva Berto fra se e se- mi sarà sembrato di vederla”.


Arrivò velocemente anche la terza domenica di settembre e, all’alba Berto e i nipoti sciolsero i loro cani  nei campi e  nel bosco del podere : ad un tratto, nello stradello che porta al campo del pero, il setter rimase in ferma e, subito dopo, iniziò la guidata “la lepre”-pensò Berto, pronto con la doppietta a incrociare la corsa del selvatico. Il cane pochi metri dopo rimase nuovamente in ferma vicino a un cespuglio di ginestre sotto un piccolo querciolo, al margine del campo del pero. Arrivarono anche i nipoti, uno, più giovane, anche lui come la femmina di setter alle prime esperienze venatorie, l’altro più grande e più esperto e arrivò anche la setter che fermò di consenso. “piazzatevi- disse il nonno-“ se schizza  nel campo non la vediamo”, sempre più convinto che fosse la lepre. Il nipote giovane rimase vicino al cane e al nonno,  l’altro salì nel campo.  I due cani non si mossero respirando l’aria del selvatico come solo i setter sanno fare. I secondi sembrarono ore e al giovane nipote il cuore batteva forte in gola: ad un tratto un fragoroso frullo ruppe il silenzio e il vecchio maschio si gettò veloce fra i quercioli verso lo stradello. Berto rimase sorpreso  convinto com’era che fosse la lepre e perse l’attimo, il nipote più esperto era coperto dagli alberi,  il nipote più giovane fallì il primo colpo, ma non il secondo e il maschio cadde fra i pini e le ginestre in un turbinio di penne. “Bravo!”- disse Berto, con un misto di dispiacere per la lepre che non c’era e di soddisfazione per il bel tiro del giovane nipote “diventerà un bravo cacciatore”- pensò, mentre la giovane setter riportava, scodinzolando, il bel maschio proprio al giovane, che lo incarnierò fiero del suo bel tiro.


La giornata passò veloce e la piccola squadra tornò a casa con 4 fagiani, ma della lepre nessuna traccia.


Berto e i nipoti tornarono con i loro cani più volte durante la stagione, altri fagiani furono incarnierati, alcuni abbattuti dal nonno, altri dai nipoti, soprattutto dal più esperto, ma anche il giovane, pur mancandone molti per l’eccessiva fretta nel tiro e forse, per il fucile inadatto,   riuscì a togliersi delle belle soddisfazioni.  Della bella lepre però, che aveva salutato l’esperto cacciatore una sera di mezza estate  nessuna traccia.


Era l’ultimo giorno di caccia, la tramontana soffiava forte da nord e il cielo era di un azzurro stupendo, quando  Berto prese la doppietta, il cane più esperto e si incamminò verso il campo del pero per valutare lo stato di maturazione delle olive delle varietà più tardive, passando per lo stradello all’interno del bosco. Sentiva il cane nel bosco alla sua destra, quando, improvvisamente non lo sentì più. “E fermo!”- pensò e si preparò al frullo di un maschio dell’annata che più volte aveva fregato lui e i nipoti.


La lepre apparve all’improvviso nello stradello, si fermò un attimo a guardare il  cacciatore baffuto che aveva già imbracciato: ma Berto non sparò, “c’era davvero allora, è davvero una bella femmina” -pensò- “ ci incontreremo l’anno prossimo e sicuramente  sarete più d’una”. La lepre pian piano si avviò verso il campo del pero.


Terza domenica di settembre,  nuova stagione venatoria, all’alba un setter bianco nero, una femmina bianco arancio, due cacciatori, uno più giovane ora più esperto, l’altro più grande e già esperto, si avviarono per lo stradello che porta al campo del pero. La setter rimase ferma sul pendio verso il campo, “piazzati”- disse Valente. La lepre schizzò veloce e Pietro la fermò al primo colpo. “E’ un bel  maschio nato a gennaio” affermò Valente soppesandola e guardandola bene dopo che la setter l’aveva riportata. “ Merito del nonno”- disse Pietro.


Berto era scomparso, portato via alla vita e alla caccia da un infarto, una sera di luglio, dopo essere stato tutta la giornata nel campo del pero a raccogliere le pere soddisfatto per aver notato che molte, a terra erano rosicchiate da un bel numero di lepri. 


Pietro Simoni (pseudonimo) 

 


Tratto da RACCONTI DI CACCIA, PASSIONE E RICORDI Raccolta di racconti in ordine di iscrizione al 3° concorso letterario “Caccia, Passione e Ricordi” A cura di: Federcaccia Toscana – Sezione Provinciale di Firenze [email protected] www.federcacciatoscana.it

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