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Racconti

In montagna a cesene e sasselli


martedì 14 febbraio 2012
    

A febbraio e marzo o durante le festività natalizie e talvolta con suo padre, Francesco si recava in montagna con le cesene ed i sasselli da richiamo. Era, questa, un altro tipo di caccia entusiasmante perché a fermo di accoppiava spesso, e naturalmente, lì s', si tirava anche a volo.

Arrivare sul posto era impresa ardua: bisognava alzarsi almeno alle tre, ore di cammino, il peso dei richiami, il fucile, le cartucce. Il sudore sulla schiena dove c'era il contatto con le gabbie bagnava terribilmente maglia e camicia e si asciugava addosso col vento di strina che procurava i suoi dolorosi effetti alle stremità. Era ancora notte fonda.

La luna accendeva la verde vallata di una luce biancastra disegnando sui frammenti di prato le curve apicali dei carri secolari.

Iniziava l'attesa dell'alba, di quel momento magico che vale più di tutta la giornata. Il freddo pungente non consentiva di stare fermi e allora ci si attrezzava a cercare ramaglie secche per fare il fuoco. Per accendere ci si aiutava con il combustibile solido che a quei tempi non era facile trovare.

Accanto alla fiamma si rifletteva e si pensava al mistero della notte che si scioglieva alle luci del giorno; nell'osservare il chiarore limpido e terzo che allontanava le tenebre, Francesco riusciva anche a pregare.
La nauta tutta sembrava non volersi piegare al gelo sidereo del livido inverno; il biancospino si avvinghiava alla roccia vicina, nell'intento di rubarle un po' di tepore.

Cerroli, Fonte Unci, Colle Granato. Che posti!

I luoghi di caccia che Francesco sceglieva erano certamente i migliori della zona e quindi, soprattutto in terreno libero, immancabile intorno alle cinque era l'approdo di cacciatori forestieri anch'essi carichi di gabbie nella speranza, avendo già visto il fuoco, di sistemarsi nelle vicinanze  dell'ambìto appostamento.

Francesco ormai conosceva i suoi polli. Dapprima costoro si presentavano educati, poi due parole generiche a mò di fratellanza e infine la classica frase con la quale manifestavano il motivo del presunto disturbo: “Damo fastidio se ce sistemamo più su ne li ginepri?”.

Generalmente erano almeno in tre; a quell'ora e con tutte quelle gabbie: sicuramente ternani; in pratica avrebbero circondato il povero Francesco o chi per lui.

Alla risposta positiva (perché non solo davano fastidio, ma non lo avrebbero fatto sparare) subito la replica: “Che siete li padroni de tutta la montagna?” e giù qualche moccolo mentre s'allontanavano.
Guai però ad avvicinarsi quando i posti li prendevano loro e ciò accadeva spesso.
In qualche modo tuttavia, tranne casi particolari, ci si accomodava sempre, perché il territorio era vasto; certo in alcune zone si sparava più di altre.

Dunque si faceva giorno; con le prime luci si dava una rassettata al capanno ricavato generalmente in un grosso ginepro; poi si appendevano le gabbie.

Francesco si accendeva la sigaretta, la più gustosa, in attesa del “tri-tri” del pettirosso seguito dal chioccolo del merlo.

Finalmente, di lontano, ecco l'appena percettibile “cià-cià-cià, qui-qui” delle cesene che si intrecciava con gli “zziii” dei sasselli.

I richiami indaffaratissimi davano inizio al concerto.

I colpi si succedevano con ritmo cadenzato soprattutto nelle prime due ore. Ogni tanto si intrometteva qualche tordela, giù protetta, mentre nei due -tre cerri da posa incessante era l'andirivieni di un paio di picchi reali intenti col becco a fare fracasso.

Il sole, filtrando tra i rametti del capanno, pian piano cominciava a scaldare e lentamente veniva meno anche il dolore ai piedi portato dal gelo.

Quando si cominciava a stare bene, soprattutto nel fisico, ci si rendeva conto che l'interessante mattinata evolveva verso il suo epilogo. Un colpo, due, poi più niente.
Tutto ha termine: si tornava a casa.

La stanchezza per l'impegnativa impresa era quasi sempre compensata dal carniere. Mentre ci si avvicinava al paese si pensava già alla prossima uscita.

L'incertezza del dove o del come, da solo o con chi, coesisteva con la sicurezza che comunque ci sarebbe stato il domani donato dalla speranza al cacciatore.

La bellezza della caccia!

Viverla dopo averla sognata; sognarla per viverla.

Antica come il mondo, stranamente variegata, entusiasmante.

Gelosamente custodita nel labirinto del suo mistero per trasmettere sempre i suoi atavici impulsi.
Eppure così sprezzata da quanti non la conoscono e offesa da quei “praticanti” che non la rispettano!
La caccia!

Averla sempre nel cuore, come “la cosa” preziosa e riservata.

Questo avveniva in Francesco.

Il desiderio di portarla con sé per tutta la vita, nell'intento di poter ricordare suo nonno federcacciatore, per tutti “Sor Checco”, che non aveva potuto conoscere.

“Sor Checco”, gli raccontava sua madre, ormai anziano, andava a caccia soltanto alle “Piagge”. Una figlia, ché erano sei, o una donna di servizio, un paio di volte durante la mattinata gli portava il secchiello con il fuoco e gli raccoglieva i tordi. Settanta, ottanta per mattina. Quando ci poteva andare, perché gli impegni erano molti e riguardavano anche la cosa pubblica: fu podestà e sindaco di Cottanello per oltre trent'anni.

Molto tempo dopo, l'incombenza amministrativa toccò anche al sor Pasquale, suo genero, che fu a lungo anche il “giudice Conciliatore” del paese. Sua moglie invece, per tutti la signora Rinaldina, fu donna di grande impegno sociale e politico, perciò fu nominata Cavaliere della Repubblica. Degna erede  di “sora Felicina”, moglie di sor Checco, che per tutta la vita seppe fare solo del bene e che al cimitero è ricordata con una lapide recante la scritta: “I beneficiati di Cottanello”.
 

Francesco Bonomo

 

Tratto da

Universale e Cappine, paro e paro - Storie di caccia povera storie di caccia nobile... e di un museo, (Trento, Stampa Effe e Erre, Dicembre 2011).

 

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