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Racconti

Cleto e Bonaparte


lunedì 19 gennaio 2009
    

Solitamente stava acciottolato davanti alla porticina della sagrestia, sul limitare dell’orto della Canonica. Più che altro sembrava un sacco accartocciato o, al massimo, un “collo di volpe” un po’ troppo grande. Per lo meno poteva essere un incrocio con un ghiro, anche se il Don, lo dava per puro. Certo che, per essere un can-ghiro le caratteristiche le aveva tutte, almeno per quanto riguarda il sonno e l’abitudine di sotterrare le provviste. Fosse stato per il proprietario avrebbe preferito un can-guro, se non altro avrebbe avuto noie con i salti, ma solo con quelli... Quando si svegliava poi, gli pigliava la smania di nascondere qualunque cosa potesse fungere da provvista. Pane, carne, scorze e spesso anche selvatici. Padre Cleto alle volte era sul punto di “dar di matto”. Lo guardava, rigirava gli occhi al cielo e diceva: ”Mio buon Signore. Quali mai saranno le mie colpe, che mi hai affibbiato un cane così folle? Va bene l’estro dell’artista, ma qui si rischia di condurmi a perdere il lume della ragione. Qualche giorno quel cane, mi farà uscir di senno con le sue stravaganze. Non potevi farlo piovere a casa di frate Mauro, che ha il miglior Bracco della Diocesi e lui, invece, non distingue un frullino da un croccolone?”. Poi ci rideva sopra. In fondo sapeva che Napo era un ottimo cane da ferma, con un istinto innato ed una ferma solidissima. La passione per le beccacce e le pernici poi facevano il resto. La genealogia? Se si fosse dovuto “studiare” quand’era acciottolato nella polvere si sarebbe trovato da ridire, ma quando si alzava e si stiracchiava raggiungeva l’apice della signorilità e della bellezza. Un Irlandese. Irish setter lo chiamano da quelle parti, sì, in Gran Bretagna, la patria di Laverack e Llevellin. Certo la stirpe degli inglesi era più rinomata, ma l’eleganza e la maestosità di un Irlandese quando guida e poi, solido ferma il selvatico… Solo gli appassionati possono comprendere cosa provava padre Cleto. L’aveva chiamato Napoleone, Napo, quando aveva fretta. La cosa era nata così. Un bel giorno, avuto in dono il canino da un caro amico non sapeva che nome appioppargli. In quel momento stava leggendo un testo e trovò un passo nel quale si narrava di Napoleone Bonaparte, del suo anticlericalismo, e della diffidenza verso la Chiesa e le gerarchie ecclesiastiche. Infuriato disse fra sè: “ Se lui si è permesso di offendere la mia Fede in modo così ignobile, merita che il suo nome sia adoperato per chiamare un cane”. Ogni volta che qualche nuovo parrocchiano chiedeva spiegazioni sul nome del cane, la risposta era sempre quella, inequivocabilmente. Forse Napo aveva anche la follia dell’imperatore, perché tante volte partiva, sordo al richiamo, con una cosa in bocca, alla ricerca del posto sicuro dove nasconderla e così scavava buche qui e lì per l’orto, per la disperazione di padre Cleto che più di una volta vedeva scalzate le piantine di lattuga o di altri ortaggi. Padre Cleto, poi, non è che si chiamasse proprio Cleto, anche quello era un diminutivo del nome. Era originario del paesello della Canonica e da bambino era una vera birba. Dopo la conversione sperava di cambiar nome, ma il giorno della Consacrazione ebbe la felice sorpresa di scoprire che il Vescovo trovava serio e penitenziale il suo, Anacleto, perciò aveva deciso di non mutarlo, come spesso si usa in quei frangenti e fu così che si trovò costretto a tenerlo per omnia saecula saeculorum. Al ritorno in paese, dopo diversi anni, la gente continuava a chiamarlo con il diminutivo che usavano i fratelli e la mamma, per cui, padre Anacleto rimase per tutti padre Cleto. Nel paesello gli volevano bene, anche se da bambino aveva combinato alcune marachelle degne di entrare negli “annales ” della storia locale; come quella volta dello scherzo al Griso. Il Griso era il capo-muta della squadra dei cani da lepre più nota dei dintorni. Un simpatico segugio a pelo duro, fulvo, di proprietà di Nicola, un caro amico di Matteo, il babbo di Cleto. Ogni volta che Nicola tirava giù qualche bicchierino di troppo, iniziava con i panegirici del Griso. “Il mio cane è il migliore. Segue le peste della lepre come nessun altro. Riuscirebbe a scovarla anche se si mettesse sotto terra. Per la volpe poi… non perdona! Gli si attacca alla coda e non la molla nemmeno se finisce in capo al mondo, fin quando lei decide di rientrare per farsi ammazzare, solo per levarselo di torno. Un fagelo d Dio Ecco perché l’ho chiamato Griso. Pare uno dei bravi di Don Rodrigo. Combatte come un leone e vince sempre, con ogni cane, anche se quello è grande come un cavallo”. I bimbetti sentivano queste storie mentre rientravano a casa e facevano crocicchio per ascoltare Nicola che esternava quanto gli stava in petto. Un bel giorno Cleto disse agli altri ragazzetti: “ Vi fo vedee io che spagheo fo prendere al Griso e a Nicola. Gli metto tanta fifa che a correre si caverà da solo la pelle”. Così detto, racimolò una pelle di volpe che il babbo aveva scuoiato il giorno prima e si preparò al misfatto. L’indomani, atteso che il babbo uscisse di casa, lo seguì di nascosto e quando vide che tutti erano appostati ed i cani pistavano alla grande, fece un giro e con uno stratagemma si portò a ridosso del Griso e lo chiamò. Quello, che conosceva il piccino, gli fece festa tutto contento ed appena gli fu vicino fu un gioco da ragazzi acchiapparlo e assicurargli bene la pelle di volpe alla coda. Legò la stessa con una forcella e fece in modo che in un ramo vi fosse legata la coda della volpe e nell’altro dei campani di vacca. Fatto questo diede il via alle danze scacciando il Griso in malo modo sicché lui, cai, cai, partì filato nella macchia e per il bosco e si portò appresso la muta eccitata dallo scagno. Un finimondo, ci misero quasi una giornata per fermare i cani, finché il Griso, sanguinante e stremato ritornò verso casa e corse per la piazza del paese con i bimbi e la gente che ridevano e gli correvan dietro. L’arrivo dei componenti della squadra completò l’opera. Il manigoldo venne scoperto quasi subito a causa della pelle di volpe con un orecchio forato da un pallettone, il giorno prima proprio da Matteo e la punizione fu esemplare. Fischiarono le cinghiate per tutto il tragitto, fino a casa; poi Cleto fu costretto a pulire il canile di Nicola per un mese, con il compito doppiamente ingrato di nutrire i cani e portarli a spasso, a guinzaglio, nei giorni di “silenzio”. Ancora oggi se qualcuno vuol far diventar serio padre Cleto e poi vuol farlo sorridere, basta narrargli dello scherzo a Nicola ed al Griso per vederlo mutar volto. Nonostante quello ed altri episodi minori, i paesani erano affezionatissimi a padre Cleto e quando lui, alla fine delle sere di preghiera, si riuniva in crocicchio e raccontava le sue avventure o le follie di Napoleone, lo stavano tutti ad ascoltare volentieri cercando ognuno di dispensare consigli sull’addestramento o citando i vecchi esperti o addirittura i mostri sacri del dressaggio, da Laverack a Delfino. Ma non vi era nulla da fare. Un cane folle come quello era impossibile da domare. Si sperava solo di trovarlo in buona giornata e poi ci si affidava al buon Dio. Una mattina partì presto, perché un vecchio legnaiolo gli aveva detto che vi era stata una consistente entrata di beccacce la notte precedente e siccome proprio l’indomani aveva deciso di fare una capatina, sfruttò la dritta e si recò sul luogo indicato. Arrivato dopo alcune ore di cammino al fontanile di marmo si sedette, controllò che tutto fosse in ordine, bevve un paio di sorsi, fece abbeverare il cane e poi lo sciolse. Quello partì come una furia, come fosse stato inseguito da un orda di vespe impazzite. Padre Cleto, si alzò di scatto, si mise le mani nei capelli e pensò di avere trovato la giornata sbagliata, per cui, a testa bassa, aspettò che il cane rinsavisse e si sedette nuovamente sul bordo della vecchia fontana. Dopo una decina di minuti, il grosso campano appeso al collo di Napo si era messo a tacere, almeno cinquanta o più metri in basso . Sulle prime pensò ad una sosta “fisiologica” in seguito alla bevuta nella fontana, poi, dopo vari minuti di silenzio prese a scendere verso la “Reggia dei Brembani”. La reggia dei Brembani era chiamata così a causa delle persone che l’avevano costruita, provenienti dalla Val Brembana. Vennero lì tanti e tanti anni prima per cercar fortuna con il taglio della legna. Costruirono una casipola, tutto sommato carina , sulla costa di un gigantesco canalone di bosco, ai confini di un terreno in leggera pendenza. In paese, all’inizio, li guardavano con diffidenza, perché era gente che parlava poco e lavorava molto. Erano silenziosi e ancor meno confidenti. Se poi si doveva menar le mani, non si tiravano indietro. Alti come marcantoni e con quelle mani che sembravano incudini, erano capaci, con quattro sberle, di mettere a tacere anche il più energico dei provocatori. Perciò, un po’ per l’invidia ed un po’ per la mancanza di frequentazione, in paese, per diverso tempo li tennero a debita distanza. Si diceva che abitassero in una reggia, come fossero nobili , isolati dal mondo, e da lì nacque il nome della loro dimora. Come spesso accade, dopo un periodo più o meno lungo avevano finalmente stretto le loro amicizie e dal momento che erano burberi ma in fondo gran brave persone, erano stati accolti con affetto e si recavano con frequenza in paese, pur abitando sempre nella loro casa che tuttavia mantenne il suo nome originario. Passata la reggia dei Brembani ed arrivato alla siepe di confine Napo si arrestò immobile, fisso, con la pupilla dilatata e le narici a mantice, nell’atto di aspirare l’effluvio. Stette così un tempo immemorabile e poi iniziò lentissimamente a guidare nuovamente e giù lungo la costa verso il centro del canale; per un attimo ebbe un ulteriore rallentamento all’altezza del vecchio castagno , poi riprese con sicurezza e si fermò nei pressi della bicocca bruciata. A quel punto sembrò entrare in catalessi. Se il vecchio Nestore fosse stato lì davanti sarebbe rimasto a bocca aperta e con la pipa in mano ad ammirare la scena, come faceva spesso quando trovava qualcosa di veramente interessante. Il vecchio Nestore aveva consumato una vita alla bicocca e, dopo un tempo non indifferente impegnato a fare il carbonaio, aveva deciso di costruirsi una piccola casipola, bassa bassa, per riposarsi nei momenti di “stanca”. Un bel giorno, rientrato in paese per il gran freddo, aveva dimenticato il braciere acceso dentro la casetta e, com’è, come non è, un lapillo balzò sul pagliericcio che usava per riposare ed in poco tempo la casetta prese fuoco. Al suo ritorno, non si scompose più di tanto. Si fermò ad ammirare il disastro, cavò dalla tasca destra la pipa, da quella sinistra il tabacco ed iniziò a riempire, a bocca aperta. Dopo un po’, finita l’operazione, prese uno stantuffino, pigiò bene il tabacco, cavò un pezzo di carbone ancora ardente dalla casetta ormai bruciata, accese la pipa tirando grandi sbuffi grigi al cielo e disse: “Mah! Si vede che doveva andar così. Si vede proprio che devo rientrare a casa a riposare. Lo dice sempre mia moglie. E dire che più di una volta l’ho ripresa.” E da quel giorno, ogni volta, finito il lavoro, andava a riposare a casa, che poi era poco distante. In seguito ritornava sul luogo, controllava che tutto fosse in ordine, dava gli ultimi ritocchi alla carbonaia e poi faceva rientro per la sera. In quel momento il vecchio Nestore non era sul posto, altrimenti una fumata di pipa non gliel’avrebbe levata nessuno, per alcun motivo. Frattanto, una catasta di frasche con un intrico di rami ed edera sembrava attirare l’attenzione di Napo. Padre Cleto si diresse con circospezione verso quel punto, cercando di fare meno rumore possibile ma, arrivato ad una ventina di metri, notò che il cane aveva ripreso la guidata ed allora cercò di assecondarlo scendendo giù nella costa verso il bordo del fiume. Napo camminò circospetto, cercando di farsi più piccino, se era possibile. Il calcio della vecchia Bayard raschiava rovi e pruni e li spostava, spinto dal nervosismo e dall’ansia di padre Cleto. L’umidore dell’ambiente, il marciume delle foglie, per lo più attutivano i rumori, ma, la guazza era insopportabile, per cui , dopo quel non brevissimo tragitto , cane e padrone erano completamente bagnati fradici, ma questo non li spaventava affatto. Napo, saltato il tronco cavo era sceso più in basso, puntando diritto sulla “pozza di Carlino” e di lì si era acquattato lungo il bordo, seminascosto tra l’erba di fiume ed i cespugli della bordura, cercando di dare nell’occhio il meno possibile. La pozza di Carlino era costituita da un piccolo “largo” ad un certo punto del ruscello montano, ben noto a padre Cleto ed agli abitanti del paese, non solo per la pesca delle trote, ma anche perchè, un certo Carlino Petroni, figlio di un altro amico del babbo di padre Cleto, tale Amedeo Petroni, un bel giorno aveva combinato una marachella così grossa che per poco non finiva in tragedia. Tutto si era concluso per il meglio e quindi era rimasta la leggenda, in paese, ma lì per lì il fattaccio era proprio grosso. Carlino, vedendo che i grandi rientravano con delle belle trote pescate per lo più a lenza o sbarrando la pozza con una rete a sacco e poi recuperandone il contenuto, volle tentare l’impresa pensando che, se i pesci erano tramortiti, sarebbe stato più facile recuperarli. Fu così che si procurò un barattolo di solfato di rame, lo miscelò con un'altra porcheria e dopo avere accuratamente tappato la strettoia della pozza con alcuni rami rovesciò il tutto all’interno. L’acqua divenne verde, poi blu, poi azzurrina con riflessi metallici. Dopo un po’ iniziarono a salire a galla i pesci, le rane, le bisce d’acqua, le anguille, le tartarughe e quant’altro popolava quella pozza e gran tratto del fiume. Resosi conto dell’enormità del guaio fuggì e cercò di dare l’allarme ma per le tre capre di Vittorio, la mucca della Guendalina e ben nove delle oche di Giancarlo non ci fu niente da fare, vennero trovate lungo la pozza stecchite e secche come legni. Per giorni e giorni fu vietato alla popolazione di avvicinarsi al fiume e soprattutto a quel tratto ed a quella pozza, poi l’allarme rientrò e si potè ritornare. Carlino venne punito in maniera esemplare. La mattina doveva andare ad aiutare Vittorio a mungere le capre e portare il latte alla latteria. Poi si doveva recare a foraggiare le vacche ed i vitelli, ed immediatamente dopo si recava a nutrire le oche ed a cambiare loro l’acqua della tinozza. Una fatica sovrumana, ma se Carlino avesse dovuto considerare le diecimila cinghiate che gli aveva promesso il babbo se non avesse svolto quei compiti per due mesi, in fin dei conti quello era un peso sopportabilissimo. Napo intanto continuava a star fermo rimuginando sul da farsi, mentre padre Cleto gli stava d’appresso tallonandolo con circospezione. Davanti a loro la bordura delle tamerici nascondeva un tratto di fitti piantoni che sicuramente facevano da rifugio a qualcuno. Presa una decisione, Napo si avviò strisciando nell’acqua come un serpente, guardingo ma risoluto , finché, arrivato sull’altra sponda, senza nemmeno scrollarsi , si irrigidì, nuovamente in ferma, mentre tremava come una foglia a causa del liquido gelato ed il corpo evaporava per lo sbalzo di temperatura. Fece per muoversi e si udì come lo sbattere di un sacco ed un : “Ooooh!”, dietro di loro, nella costa da cui erano scesi. Frate Mauro, con due confratelli, non aveva resistito e,viste le prime mosse, dall’alto, aveva legato il suo Bracco e si era seduto , estasiato , ad ammirare quel cane cacciare come un grande campione. Il migliore. Aveva avvertito i suoi confratelli.: “Il primo che fiata o spara un colpo ad un palombaccio dovrà fare penitenza per un mese. E’ un peccato rovinare una cacciata così ”. Poi si era tradito lui stesso perché non riusciva a trattenere l’emozione per quella vista. Grande esperto ed appassionato di cani aveva un Bracco italiano di taglia leggera , considerato il migliore nei dintorni, ma davanti a quella scena era rimasto senza fiato ed aveva degradato, d’ufficio , il suo pur ottimo cane, al secondo o al terzo posto. Padre Cleto si voltò, vide gli spettatori, volse gli occhi a cielo, si asciugò la fronte e si preparò agli eventi, stringendo sempre più forte il calcio della Bayard. Napo riprese a guidare e dopo altri trenta metri si bloccò, come indeciso. Aveva una fitta siepe di pruni, salsapariglia e mirtilli davanti e per riuscire a proseguire doveva necessariamente aggirarla o passarci dentro, cosa non facile in entrambi i casi, perché: primo, la siepe era molto lunga, da un lato e dall’altro e secondo, era molto fitta, impenetrabile. Napo si guardò attorno, fece alcuni passi indietro, prese la rincorsa e saltò la siepe a piè pari, volando così alto che frate Mauro si lasciò scappare un : “O Signur!” e subito si segnò, credendo di aver commesso peccato. Padre Cleto sentì l’esclamazione, si volse, scambiò lo sguardo con il confratello, portò l’indice verso il naso e disse:”Ssssssssst!”, come a far capire che era il caso di fare silenzio assoluto. Nel frattempo Napo era arrivato a ridosso di un gruppetto di alberi giovani ed era rimasto in ferma secca, in completo silenzio, con il campano che aveva appena inviato l’ultimo sonoro eco nel bosco grondante d’umidore. Padre Cleto si appressò e nel farlo ruppe un rametto rinsecchito e questo bastò a far sì che un ombra si levasse fragorosamente da terra e cercasse di porsi tra il cane ed una macchia di sporco più fitto. Fu un istante, un boato sordo, una leggera nuvola di fumo ed un fagotto di piume che scendevano leggere portate dalla brezza. Napo era scattato e con grande sorpresa di frate Mauro, ma soprattutto di padre Cleto, era tornato, tutto tronfio, con la preda in bocca, perfettamente conservata, senza sbavarla , riconsegnandola al legittimo proprietario. In pochi istanti il terzetto di frati fu vicino al padre Cleto elogiandolo per l’ottima cattura e magnificando le doti del cane, mentre lui si scherniva e Napo accettava complimenti da tutti non lesinando slinguazzate bavose agli astanti e godendosi il suo momento di gloria. Terminata la mattinata, fecero una sosta e così padre Cleto volle nuovamente provare le doti del suo splendido cane lanciandogli un “oggetto” da riportare. Quella prodezza fu subito premiata, ma dato il risultato dell’ ”operazione riporto”, è augurabile che gli oggetti piantati nel terreno diano buoni frutti e crescano rigogliosi, perché, da quel giorno, padre Cleto non riuscì mai più a ritrovare il luogo di sepoltura dei suoi guanti grazie alle magnificenti doti di riportatore possedute dal mitico Napoleone.

Tratto da: "Storie di uomini e cani" di Luca Davide Enna

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