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Racconti

DANZA D’AMORE E DI MORTE


martedì 9 aprile 2013
    

Si avvertirono cuoi ululati.  La foresta si animò. Altre volpi fuggirono verso un sicuro nascondiglio. Alcune tortore appollaiate sui grandi alberi tubarono, sorprese dagli eventi; falchi e civette svolazzarono strepitando perché sua maestà era in movimento. Un falco si levò più alto di tutti, attraversò lo specchio lunare e rimase in cielo a librarsi. La corte di Mantoscuro si portava verso Fontefredda.

L’uomo era in ascolto a capire, a dare un senso al succedersi degli eventi che impenetrabili nella natura, si fanno misteriosi nelle tenebre. La prima coppia di belve già avanzava, inseguendosi. Gli occhi brillarono nella notte e si potè distinguere il comportamento nervoso e inquieto  del maschio e la più dimessa cadenza della femmina. Poi il branco si precipitò a valle. Fuoriuscivano dalla selva saltellando, trottando, ululando, digrignando i denti a consumare un rito dove il rischio della vita era alto, perché altrettanto imminente l’inganno della morte. L’atavica diffidenza delle belve era scomparsa all’incanto della luna. L’intera corte di Mantoscuro era al completo. Le belve si rincorrevano al trotto. Poi si fermarono fissando la luna e ululando a lungo. Era il richiamo primitivo della forza creatrice della vita, l’universale anelito all’amore. Mentesaggia osservava il comportamento dei lupi e voleva capire. Tante altre volte aveva assistito a quei riti, a quelle iniziazioni lupesche. Ma ora qualcosa lo sorprendeva. Si girò verso Roviniero. Tutti tacevano. Anche Roviniero era perplesso, e nel silenzio i due capirono: in quel branco non c’era Mantoscuro, il re era assente, il dominatore della corte mancava. Mentesaggia si girò intorno intimando il silenzio. Chi non conosceva il re della foresta? Quel Mantoscuro seminatore di morte e razziatore per eccellenza? Che fosse morto, carico d’anni? Che fosse stato vittima dell’orso bruno? Il lupo era stato visto tante volte in quell’inverno. La sua vitalità era ancora prorompente. Roviniero ne ricordava l’ultima azione di caccia, quando aveva addentato il più caro degli agnelli ed era fuggito con la preda stretta fra le fauci, verso l’impenetrabile suo regno.

La lupa Musochiaro lanciò un messaggio al branco. Le belve tacitarono. Il re procedeva lentamente, col capo sommesso, senza ululare, zoppicando e trascinandosi. La belva, per sua natura vivace ed aggressiva, dallo sguardo fulmineo ed attento, appariva l’ombra di se stessa. Arrancò verso il centro del branco. Mentesaggia capì che Mantoscuro era morente. Roviniero trasecolò. Non credeva ai suoi occhi. Rivedeva nella memoria le azioni di caccia della fiera, le fulminee aggressioni, i canini che penetravano nella carne delle sue bestie. Giustino scrutava fra le tenebre e sentì qualcuno vicino che gli sussurrò: - Mantoscuro è morente! – Nell’uomo s’insinuò la sottile ironia di chi apprende  la notizia liberatrice.

Mentesaggia osservava la belva tanto odiata dai valligiani. La conosceva da anni. La fine di Mantoscuro gli segnava il corso del tempo; era vecchio e solo, con la memoria dei figli lontani, con pochi capi di bestiame a fargli compagnia. Intanto Mantoscuro si trascinò ansimando e moribondo al centro del branco; s’accucciò su una zampa sola, perché l’altra era cadente e inattiva; dolente ed in affanno sbirciò di sottecchi la luna, aprì le fauci, sguainò la lingua, mostrò ai presenti, uomini e bestie, gli affilati canini, ricompose il muso e cercò la posizione più comoda per stare accoccolato. Non reggeva. Ritornò sulle quattro zampe, fermo; azzardò, arrancando, un giro intorno al branco; parlò guaiti d’amore e morte con la femmina e ritornò nel mezzo, a riconquistare l’antico dominio. Gli mancavano le forze; spalancando le zanne verso l’alto emanò l’ultimo grido: lunghissimo ululato, a richiamare dagli abissi le forze perdute.

Mentesaggia rabbrividì a quel grido che serpeggiò pauroso fra i presenti, ed anche la montagna ne rimandò l’eco, che si moltiplicò nella valle, a disperdersi nella voce silente del vento che foriero correva ad annunciare l’evento. Fu quello l’ultimo grido alla vita, l’ultimo richiamo d’amore alla luna, l’inno lupesco alla morte. Mantoscuro s’accasciò e morì. Mentesaggia fece segno ai più vicini di non scomporsi, di non parlare, di non accendere le torce. Musochiaro, la lupa, si avvicinò al corpo di Mantoscuro, lo annusò e ritornò al suo posto. Altri del branco si levarono sulle zampe, s’avvicinarono al capobranco, lo annusarono e tornarono ad accucciarsi. Le fiere non capivano il significato della morte. Musochiaro nuovamente si portò al suo maschio e lo solleticò. Non capiva che da quel sogno non si sveglia più né uomo né animale. Lo lambì col muso ed anche quelle carezze rimasero senza risposta. Poi latrò di paura per il fatto insolito, straordinario, e ululando tornò al suo posto. Intanto il branco, formato da una ventina di lupi, si scompose e le belve si avvicinarono a Mantoscuro, girandogli intorno per scoprire segni di vita; per intuire il senso della morte. Ne sentirono il fiuto sulla pelle, ne avvertirono lo smarrimento negli occhi spenti. Nessuno osò addentarlo. La luna tramontava e la brezza antelucana portava il messaggio della morte fin lassù, al campo degli amori, dove viveva Cucciolo, il lupo solitario.

Mantoscuro era stato colpito a morte da Orsobruno, esaurendo le ultime forze a Fontefredda, dove era finita la vita del predatore non sempre in armonia con le leggi della natura, perché uccisore fuori posto, soprattutto ai danni di Roviniero. E la foresta, in consonanza con la morte, sprigionò le note profonde della vita. Così il cervo bramì e fu seguito dalla corte. L’aquila emise un lungo stridio che moltiplicò i bramiti dei cervi. Orsobruno aveva difeso gli orsacchiotti nella lotta contro Mantoscuro che si era avvicinato alla caverna dell’orso, con la solita ferocia, deciso a far razzia della prole. Il duello era stato duro, ma infine l’orsa ebbe la meglio, infliggendo ferite profonde, con gli unghioni affilati che penetrarono nella carne della belva. Orsobruno aveva avuto ragione di chi voleva spadroneggiare senza ragione e rispetto. Così i cervi si portarono verso la caverna a salutare il vincitore. Anche Cucciolo lasciò il campo degli amori e scese più a valle per onorare l’orsa. L’aquila volò alta a grandi spirali. Gli stambecchi e i camosci saltarono sui crinali spartiacque, a rendere omaggio al più forte. La foresta aveva eliminato l’usurpatore oltre misura che giaceva morto, a valle, in quella notte del nove di maggio.

Nelle tenebre si annunciavano i prodromi del nuovo giorno, le brezze che l’alba scompone per segnalare ai viventi l’avvento della luce. E’ il tempo in cui gli uomini dormono un sonno profondo e profetico prima di precipitare nella vita. Ma i pastori e i contadini di Fondovalle non dormivano; avevano assistito alla fine delle inquietudini, alla liberazione dalle paure. Finalmente i lupi intuirono dal fiuto del sangue che il capo non si sarebbe più riavuto e, lanciando l’ultimo grido alla luna, ulularono al vento l’ultimo lamento alla morte. Girarono frenetici, si inseguirono ringhiando e fuggirono nella foresta, nella fitta vegetazione.

Mentesaggia si avvicinò al corpo di Mantoscuro mentre i pastori si levavano dai nascondigli per osservalo da vicino. Il vecchio fissava la belva con sacrale silenzio.   La favola del tempo che passa gli si parò davanti agli occhi, sollecitata dalla memoria. Aveva più di ottant’anni, e nel libro del passato rilesse gli appostamenti, le cacce, le notti trascorse proprio là ove giaceva il corpo della fiera. Tanti lupi aveva ucciso per ricavarne la pelle, per proteggere il gregge. Ma ora quel tempo era passato, i lupi non erano più tanti. Il vecchio si chinò a fatica e accarezzò il pelo di Mantoscuro. Fu quel gesto un segno di riconciliazione dell’antico cacciatore con la preda. Ivi si confusero odio e amore, vita e morte. Poi si levò in piedi, sorretto da Roviniero e volse lo sguardo al sole  nascente. Mentesaggia intuiva nella morte di Mantoscuro, nel volto umile di Roviniero, nello sguardo innocente e timoroso di qualche bimbo che incautamente s’era accompagnato col padre, che l’alba di quel giorno apriva un nuovo capitolo di storia per i valligiani di Fondovalle. Qualche rondine pettobianco era già in movimento. Dall’oriente le diagonali del sole davano corpo alla speranza. Ma il silenzio incombeva ancora su quella morte. I lupi, messi in fuga dalla fine del capobranco, non sarebbero più fuggiti dalla foresta. A Fontefredda non si sarebbe più ripetuto il rito del plenilunio. Era la lunga esperienza del cacciatore che profetizzava, perché la belva non torna mai sul luogo della morte e della sconfitta.

Poi Mentesaggia sussurrava a Roviniero parole che nessuno ascoltò. Fra i due ci fu un lungo abbraccio e un cambio di consegne. Il padre patriarca offrì a Roviniero l’arma e il bastone e levò le mani al cielo in segno di preghiera. Il volto si confondeva col pallore luminescente della luce nascente e gli occhi, una volta vivaci e luminosi, ora portavano la stanchezza di una vita lunga e piena di inquietudini e traversie. I panni malridotti, che indossava, si confondevano con la nera terra che per tanti anni aveva battuto. I radi e bianchi capelli si arruffavano alla brezza del primo mattino al pari delle ultime foglie che il soffio d’autunno spazza dai rami secchi.

I presenti, in silenzio, si specchiavano nel vecchio patriarca. Mentesaggia, con le mani levate verso il cielo avvertiva un grande vuoto dentro di sé; il fiume della vita gli si inaridiva, guardava l’infinito, poi volgeva appena il capo alla foresta che aveva conosciuto da giovane e ne invocava lo Spirito. Si sentiva coinvolto dagli elementi che la vista, fattasi debolissima, ancora riusciva a percepire. Un raggio di sole gli illuminò il volto e l’uomo apparve in tutta la sua saggezza, pur debole e stremato nelle forze. Lo Spirito della foresta lo aveva illuminato per l’ultima volta. Mentesaggia ormai non vedeva più e scambiava il giorno nascente per la notte; le mani gli tremavano, le gambe e il corpo gli venivano meno. La foresta sembrò precipitargli addosso, il cielo lo soffocava. Tentò un segno di croce e precipitò per terra. Morì. Il suo spirito si dilatò nella valle dell’infinito, nel regno incontrastato della libertà. Roviniero lo seppellì nei pressi della fonte,accanto a Mantoscuro. Nessun grido di pianto si levò fra i pastori che si inginocchiarono al cospetto del grande padre e una croce lo ricordò ai posteri.

Chi gli sarebbe succeduto come patriarca della valle? Tutti fissavano Roviniero che tanto aveva amato Mentesaggia e scoprirono nell’uomo povero la saggezza antica dei pastori, il silenzio delle valli, l’amore per il pascolo, il rispetto per la foresta. Roviniero si mosse dirigendosi verso la capanna di Mentesaggia che gli aveva affidato il gregge. Molti lo seguirono e fra questi c’erano Giustino, Bartolomeo e Torquato. Si era stanchi per la notte insonne, quindi riposarono al tiepido sole della nuova primavera.
 

Domenico Gadaleta

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1 commenti finora...

Re:DANZA D’AMORE E DI MORTE

Il cacciatore nell'esercizio della sua passione non perde la sua umanità fatta di gioie e dolori,speranze e paure, fantasmi che circolano nella mente e diventano lupi che aggrediscono, pastori in miseria che si disperano, desideri di riscatto. Ma poi tutto si ricompone nella pacificazione e nell'accettazione del mistero della vita e della morte.

Voto:

da da L'Amante della natura 10/04/2013 7.18