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Racconti

Un capanno ai colombacci


mercoledì 17 dicembre 2014
    

Il colombaccio (columba palumbus) è diffuso in tutta Europa a cominciare dal 65° grado di latitudine, predilige le foreste di conifere, è volatore rapidissimo ma molto timido, in terra cammina bene portando il corpo ora orizzontale ora eretto e si appollaia sulle cime o molto dentro la chioma di alberi alti, il volo è bello rapido e agile, produce un rumore scrosciante, poi sibilante, si riconosce da lontano per la lunga coda e le stelle bianche sulle ali.

I colombacci in questi ultimi anni migrano sempre in minor quantità rispetto ad un passato anche recente  per tre motivi:1) La caccia spietata e senza limiti di numero in ogni parte e in ogni tempo nei loro habitat e durante le loro migrazioni; 2)Il cambiamento del clima che li spinge  a non partire dai luoghi di nidificazione; 3)  La formazione di colonie stanziali in molti luoghi dell’Italia e dell’estero.

Nonostante queste condizioni negative i cacciatori seguitano a impegnarsi  con diverse modalità di caccia per poterli catturare. Una delle principali è quella  di costruire su gli alberi un capanno con l’impiego di richiami vivi (piccioni domestici) su posatoi (racchette) e volantini (piccioni liberi)per farli avvicinare.

Il nostro capanno ai colombacci era situato al centro dell’azienda faunistica che a quel tempo frequentavo; per arrivarci si passava da una strada sterrata da cui si usciva prendendone un’altra ancora più piccola e malferma che entrava in un boschetto al margine di un grosso canale alberato che portava al capanno. Nel percorso s’incontravano spesso alcuni fagiani che al mattino prediligono andare sulle strade, dai campi e dal bosco per restare più asciutti, qualche coniglio vivace e allegro scattava mettendosi fuori dalla vista mostrando un attimo il codino bianco prima di sparire, anche qualche gruppetto di pernici rosse appena svegliate, dalla leggera gola bianca e il petto macchiato  ancora apparivano gonfie e infreddolite dal sonno.
Il capanno era costruito molto in alto ad oltre venti metri su un impianto di tubi innocenti, vagamente rossastri, inseriti tra quattro piante di cerro in quell’anno cariche di ghiande, cibo prelibato per i cinghiali per gli stessi colombacci,  per gli uomini simboli di fortuna, lucide e brune inserite nel perfetto tondo del contenitore come un piccolo bicchiere di champagne, poteva contenere tre cacciatori, era ben coperto da rami di cerro piegati, induriti da rami di cipresso spesso portati a mano. Davanti biancheggiavano alcune cime di pioppi canadesi coperte di foglie grigie, da un altro lato un leccio scuro e possente saliva gigante alcuni metri più in alto escludendo l’ampio panorama di colline che si allargava e allungava tra i paesi di Villamagna e di Orciatico. Il pavimento poteva essere rialzato da una parte per far tirare qualche cacciatore più basso degli altri da una pedana smontabile di legno chiaro. I “colombai” della situazione, cioè gli amici che curavano e addestravano i piccioni  domestici, possedevano illustri nomi d’imperatori romani e di loro avevano la stazza e la forza fisica e in più erano vivi: Claudio e Cesare, avevano anche costruito l’impianto con impiego di fatica e di maestia spingendosi pericolosamente in alto sugli alberi come novelli Tarzan spinti da una  passione non facile a capire, sconosciuta ai più. Io avevo qualche dubbio a salire così in alto per cacciare anche se la salita ripidissima e faticosa era attenuata da ripiani di legno su cui si poteva sostare. La discesa era meno impegnativa anche se poteva creare delle vertigini a guardare in basso perché si apriva una specie di baratro sotto i piedi con la terra che si vedeva laggiù lontanissima. Nonostante ciò presi a salirci anch’io abbastanza frequentemente sfidando il sonno per alzarmi presto la mattina dal letto caldo e accogliente, fare un percorso in auto e arrivare a prendere il posto lassù come un’aquila stanca nel nido tenuto fermo da quattro cavi d’acciaio. In quel mese di ottobre le giornate erano state per la maggior parte belle  e il sole scherzando fra le nuvole leggere e le foglie dei  cerri ocra dal bel disegno trinato, colpiva e riscaldava i nostri  volti attenti, vigili ad ogni segno di volo lontano o vicino; spesso i colombacci venivano dalla direzione del sole e allora gli occhi restavano abbagliati e il cielo pareva riempirsi di piccole e mobili  macchie nere che ingannavano le iridi.

Quel giorno passava qualche raro branco in alto nel cielo, l’azzurro  delle penne dei colombacci e il bianco si confondevano con l’azzurro, li guardavo ammirato, ma subito Stefano mi avvertì: “attento spara te, ci sono due colombi dalla parte del sole, mi sembra siano interessati, attento stai giù, sennò ti vedano”.

I due uccelli arrivarono subito ma erano ancora alti, guardavano le racchette ma uno solo si precipitò ad ali chiuse come una palla sul capanno girandogli  poi intorno “a pancetta” mostrando il petto rosa, il celeste delle penne, il bianco del collo e delle stelle sulle ali. Sparai velocemente: “Bravo, l’hai colpito in pieno”; il colombaccio senza nemmeno aprire le ali precipitò lasciando un ampia traccia bianca per le numerose penne cadute per l’impatto con il terreno.

Un branchetto di colombi stava venendo verso di noi, sembrava molto interessato ai richiami: infatti tutti arrivarono sopra in formazione ma leggermente distaccati uno da l’altro, sparai a quello  che mi sembrava più vicino, nello stesso tempo e con la stessa sensazione l’amico Stefano sparò anche lui, l’uccello rimase colpito da due direzioni e cadde svirgolando su se stesso. Altre emozioni altri tiri più o meno fortunati, qualche opportuna padella, poi verso le undici scendemmo  per fare un giro con il cane, raccogliere i colombacci colpiti e vedere se si  poteva  fare un tiro anche ad un fagiano per un tipo di caccia diversa. La discesa fu veloce, solo uno sguardo distolto dal  lontanissimo terreno, le mani si tenevano  con forza sui lati delle scale per essere più sicuri nell’ipotesi infausta della rottura di un gradino.

Il giorno dopo si ripeteva  la scena: lo stesso paesaggio libero e felice tra i colori sfumati e incredibili, gialli, nocciola, verdi, rossi dell’autunno inoltrato. Li stessi battiti del cuore, altri colombacci che curavano il capanno, gli spari dei cacciatori che rimbombavano nella vallata precisi o meno contro quei magnifici uccelli.

Una  passione vera, con l’unione di più persone, aveva dato forma e consistenza ad un impianto del genere, una passione che come altre che costellano la vita, di varia importanza e forza, rendano felici o tormentano ma sono le sole sensazioni in cui ci si riconosce per cui vale la pena  di vivere. Ma tutto ciò non deve far dimenticare la morte di tante creature meravigliose, selvagge, colorate come fiori, come nuvole, gli uccelli,  a cui dobbiamo il massimo rispetto, lo stesso dovuto agli dei dall’antica cultura e filosofia greca nel lontano passato con l’aiuto e l’intelligenza, la civiltà insigne, giustificava e spiegava i misteri della morte, inesistente senza la vita e le sue passioni.
 


Alfredo Lucifero

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