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Racconti

UNA STORIA QUALUNQUE


lunedì 29 giugno 2009
    

Ermes disse che nemmeno lui sapeva perché quella sera era sceso in riva al fiume e quando lo vide, il figlio di Albino già annaspava nell’acqua, su e giù, e neanche gridava perché ormai non aveva più aria nei polmoni.
 

- Il sole che tramontava l’avevo proprio negli occhi e da lontano, quel gorgo pensai che fosse un mulinello, e quasi quasi tiravo via dritto! — Così la raccontava con la bava alla bocca, poi si stringeva nelle spalle, non si sa bene se per simulare il freddo dell’acqua o la paura passata. Anche perché, confessava, non era mai stato un gran nuotatore e anche lui, da ragazzo, c’era mancato poco che annegasse proprio in quel punto. E quando andava a tagliar canna, piuttosto che remare, preferiva sedersi sul fondo del barchino aggrappato alla traversa, mentre il compagno era costretto a tagliare le onde, se il fiume era solo un po’ mosso. Ecco come stavano le cose e tutti avevano tirato un sospiro di sollievo.
 

Ma si sa che i fatti della vita vanno come la gente vuole che vadano e basta poco per complicare le cose semplici. E le cose semplici, una volta rese complicate, sono più difficili da ricomporre di quelle complicate per davvero.
 

Una sera che l’osteria stava per chiudere, qualcuno se ne uscì a dire che a quella storia mica ci credeva, perché Ermes non avrebbe rischiato la vita nemmeno per sua madre. Durante la guerra era l’unico che avesse, non si sa come, carne e latte, uova e farina gialla, lui che aveva sempre fatto il raccoglitore di canna e non sapeva distinguere una spatola da uno svasso. E non sapeva allevare nemmeno una gallina. Quel ben di Dio, poi lo rivendeva soltanto a chi pagava con l’oro di famiglia e non gli importava niente se la gente moriva di fame.
 

Non tutti la pensavano così, ma intanto il sasso era stato lanciato e se uno tira un sasso nell’acqua, anche volendo, non può impedire ai cerchi d’allargarsi. Ed è ciò che avvenne: una parola tira l’altra e i fatti fbrono stravolti, al punto che quelli ritenuti veri alla fine sembravano inventati, e quelli sospettati di essere falsi, vennero raccontati così bene da sembrare veri.
 

Tosca difendeva il marito con tutte le sue forze. All’uscita da messa lanciava invettive taglienti come lame da macello contro chi riteneva essere i fomentatori, cioè quasi tutti. Che non era poi vero, perché molti la pensavano come Selmo, il quale sosteneva che se non era vera la prima storia, non lo era neanche la seconda.
 

- Non ho mai sentito dire che se ne sia approfittato. Durante la guerra era un povero Cristo come noi, e anche lui col vino allungava la minestra! — E mentre parlava gli si gonfiavano le vene del collo.
- Hai ragione, - gli rimbeccavano — ma noi siamo rimasti come allora, mentre lui lavora solo per passare il tempo. Ma prova a contargli le biolche di terra, se ti riesce! —
 

- Questo non vuol dire! C’è gente che si mette le calze coi buchi anche la domenica per piangere miseria, e intanto ingrassa il maiale sotto il letto! — replicava Selmo, e le sue bestemmie parevano i tuoni d’un temporale. Persino don Remo s’azzardò a intervenire. - Se non la piantate, farete scoppiare un’ altra guerra peggiore di quella appena finita! — Poi s’allontanò in fretta per non provocare. Ma i discorsi si ripetevano all’infinito, anche da un barchino all’altro, senza soluzione. La verità, come al solito, non la sapeva nessuno. Soltanto Tosca, molti anni dopo, la raccontò giusta durante un ‘filò’ nella stalla di Selmo. E doveva essere vera per forza perché aveva costretto Ermes a confessarle tutto, per filo e per segno, che di cose sul suo conto ne sapeva anche troppe.
 

Quella volta, cominciò Tosca con la voce che tremava, Ermes era sceso in palude non per caso, ma per incontrare Eves con la quale aveva appuntamento. E la Eves aveva il figlio dietro perché Albino era ancora a canna e non poteva certo lasciarlo solo a casa. E poi le faceva l’alibi, come il rotolo di panni da lavare che si stringeva al petto.
 

Avevano scelto un punto della riva nascosto dai salici capitozzati, così fitti che neanche stando sulla sommità del clivio si sarebbe potuto intravederli.
Era già autunno e l’aria era fresca, ma Eves si sentiva bruciare dentro e si sarebbe gettata in quell’acqua verde che pareva l’altra faccia del cielo.
 

- Va’, - disse al bambino — ma sta’ lontano dal fiume, e ogni tanto chiama. Intanto io faccio il bucato... -
Poi si chinò per rinfrescarsi le braccia. Sapeva che Ermes la osservava e quando le si appressò, non si voltò nemmeno. Mentre si possedevano nessuno disse una parola, soltanto mugolii soffiati nelle orecchie e niente morsi per non lasciare segni.
 

Alla fine Ermes disse soltanto: - Tu sei mia più di prima! — e la guardava con gli occhi dilatati.
Perché Albino aveva sposato Eves col ricatto, approfittando di una retata dei fascisti. Un giorno corse a dirle: -Avvisa Ermes di nascondersi ‘sta notte! — e fin che parlava le sorrideva e le scopriva il seno.
A cose finite Ermes andò subito a cercarla, ma era ormai troppo tardi. Loro, però, ripresero a far l’amore solo guardandosi negli occhi, per strada e perfino in chiesa. Al mercato del giovedì, incontrandosi per caso, non perdevano occasione per strusciarsi e per allungar le mani tra la gente che spintonava. Finchè, in luogo del desiderio a lungo represso, rimase soltanto un po’ di prudenza.
E fu mentre si brancicavano ancora che s’udirono le grida.

Tosca, che sapeva da sempre, s’era sforzata di comportarsi come se non sapesse, nella speranza che dopo lo sfogo iniziale, tutto si sarebbe risolto da sé. Ma s’accorse d’essersi sbagliata e si preparò a sopportare. Per molto tempo, prima di coricarsi, mentre si scioglieva le trecce annodate strette come corde di canapa, s’era chiesta perché anche Albino esibisse tanta indifferenza e non trovasse il coraggio di reagire. Siccome non capiva, lei che era mite e perfetta come una garzetta, si meravigliava che la vita non si prendesse la briga di far sì che gli uomini si stancassero di complicarsi l’esistenza, che non se ne avvertiva il bisogno.
 

Alla sagra di ferragosto, quando i madonnari dipingevano sull’asfalto bollente putti e beati, e tutti fingevano d’essere più buoni, per un po’ s’illudeva. Ma quanti pianti versò mentre pregava in chiesa, con la sola compagnia del coccodrillo che pendeva lassù, appeso a una catena, e dei ‘fantocci’ di cartapesta allineati nelle nicchie lungo la navata. Ma anche Albino, intanto, pagava la sua bravata, e doveva bastargli di addormentarsi ogni notte, più ubriaco che vivo, accanto a quel corpo che gli dava di spalle e si vendicava.
 

E la gente, per dimenticare stanchezza e tribolazioni, si divertiva a congetturare, o, per meglio dire, ad inventarsi una vita peggiore di quella reale.
All’altezza del paese il fiume scorreva lento perché improvvisamente s’allargava e a fatica si riusciva a vedere una riva stando sull’altra. E le rive, basse e rigonfie, potevano solo essere immaginate, confuse com’erano dall’ibisco, dall’orchidea e della malva. A valle era tutto un intrico di canneti e per arrivarci bastava remare piano aiutati dalla corrente, per poi incunearsi tra gli isolotti, tutti uguali e tutti diversi, dove solo i tagliatori sapevano districarsi.
 

Albino uscì prima dell’alba, senza far rumore perché Tosca non sentisse. S’era vestito da caccia, col giubbotto di tela, gli stivali di gomma e con la doppietta a tracolla.
Girò attorno al paese ancora deserto, tagliò giù dal pendio proprio dietro la chiesa e raggiunse il pontile. Quivi sostò a contemplare tutta la valle illuminata da un sole che usciva dall’acqua a fatica. Il cielo sbiancava straziato da poche nuvole cupe. Un vento leggero faceva ondeggiare crocchi di tifa.
Salì nel barchino e si staccò dalla riva con lenti colpi di remo. Quando il paese scomparve nascosto dalle basse colline, sedette sulla traversa e si lasciò trasportare.
 

E così abbandonato rivisse il momento in cui, quella sera, sbucando da un’ansa, vide Eves avvinghiata e restò senza fiato.
 

Poi udì le grida, capi, ma non ebbe il coraggio di fare un solo gesto, né di dire una parola.
Sentì Eves che diceva: - Presto, corri brutta bestia! — Poi Ermes: - Ma io non so nuotare! — E ancora: - Impara presto, perché quello è figlio tuo! —
- Eves, ma io non so nuotare! — Eves, allora, si sbracciò immersa fino al collo, prese per i capelli il suo bambino e riguadagnò la riva.
 

Dio mio, c’è mancato poco! E adesso cosa raccontiamo? — Ermes sembrava una canna spezzata dal vento e non batteva ciglio. Albino, invece, si piegò su se stesso e pianse piano perché nessuno lo udisse.
Ormai albeggiava e l’acqua riluceva di riflessi d’argento. Albino chiuse gli occhi, si prese il capo tra le mani e attese che il barchino s’andasse ad incagliare tra i cespugli sulla riva opposta, spaventando alzavole e germani.
 

E nessuno udì il colpo di fucile che echeggiò, subito dopo, attraversando tutta la valle. Nemmeno quelli che avevano atteso il mattino nascosti nei giochi da caccia in attesa del passo, mangiando fette di salame alte un dito e bocconi di polenta
fredda.

Luciano Celotti

 

 

 

Concorrente al 18° Concorso Nazionale per Racconti di Caccia "Giugno del Cacciatore"

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