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Racconti

Beccacce dell'Altopiano


mercoledì 22 febbraio 2012
    

Devi assumerti la responsabilità personale. Non puoi
cambiare le circostanze, le stagioni, o il vento,
ma puoi cambiare te stesso.

JIM ROHN
Il più eminente esperto d’America nel campo degli affari


Per una volta vorrei che questa introduzione fosse letta attentamente, interpretandone i singoli contenuti in modo da poterla fare propria, come io stesso ho avuto la fortuna di fare [nonostante i dolori provati], di vivere e di mettere in pratica in tutti questi anni, in tutte le mie Licenze di Caccia, in Italia e all’Estero.
Chi avrà la pazienza di leggere queste righe preliminari per quanto riguarda le Armi, i Fucili e le Munizioni in generale e la Loro Pericolosità, sia esso un Cacciatore maturo oppure un principiante, mi auguro abbia la prudenza di valutare le reazioni Istintive ed Emotive che potrebbero scaturire da sequenze simili a quelle narrate, poiché le Armi da Caccia [come “Tutte” le Armi] se utilizzate in maniera incauta o mal gestite possono causare “solo morte”.
Mi dispiace riportare questi miei pensieri utilizzando termini dei quali non uso servirmi, se non altro perché sono da sempre una Persona Positiva ed il mio Atteggiamento Innato è Positivo, ma le Esperienze che ho vissuto sulla mia pelle e che di seguito racconterò a titolo di esempio, così come ciò che ho avuto modo di sapere o di vedere coi miei occhi, mi hanno indotto ad espormi perché possa essere d'aiuto, di utilità e di insegnamento a chiunque.
A me per primo.

La mia Storia con le Armi e le Munizioni

Primo Episodio



Non puoi mai imparare meno, puoi solo imparare di più.
Il motivo per cui so tanto è che ho fatto tanti errori.

BUCKMINSTER FULLER
Matematico e filosofo che non si è mai diplomato al college,
ma ha ricevuto 46 dottorati honoris causa


Avevo festeggiato da poco i tredici anni in compagnia dei miei fratelli, dei miei numerosi cugini e di qualche amichetto.


Le Radici della Nostra Stirpe, la Razza “Sogatin”, affondavano all’inizio della borgata di Rubbio giungendo dalla strada comunale che porta a Bassano del Grappa.
Nella prima casa che s’incontra ancora oggi sulla sinistra abitava la famiglia di mio Zio Ruggero [il terzo in ordine di nascita dei fratelli di mio Padre], nella terza a destra, affacciata sulla strada, abitavo io con la mia famiglia, poi la carreggiata svoltava a sinistra salendo con un tornante, di fronte al Grande Piazzale adiacente [il Nostro Campo da Calcio per almeno un ventennio], dove si elevavano la popolare Osteria “Al Cacciatore” di proprietà di mio Nonno Massimo ed a confine di quest’ultima la casa di mio Zio Fioravante [il secondogenito del nutrito gruppo di fratelli].
Continuando per qualche centinaio di metri verso “Cima Caina”, si erigeva sottostrada l’inconfondibile Fattoria di Famiglia, per me un Monumento di Vita e di storie vissute, impresse nella memoria.
La Stagione di Caccia era iniziata da alcune settimane, quando un tardo pomeriggio di Ottobre, un maledettissimo bastardo 29 di Ottobre 1972, lo ricordo molto bene come se fosse ora, io e mio Padre eravamo ad una Battuta di Caccia da poco conclusa. Stavamo giungendo all’auto parcheggiata [un Furgoncino Volkswagen a doppia cabina con cassone retrostante, di color Verde Oliva], mentre nei paraggi già si trovavano altri frequentatori della Zona “Monte Cimo”, fra cui i rappresentanti della Famiglia "Maragonsei” di Sant’Eusebio, alle porte di Bassano del Grappa.
A quei tempi, quando i Cacciatori “al rientro” avevano modo di incontrarsi, al contrario di ciò che accade oggi si accomunavano fra Loro per raccontarsi più che altro le vicende di giornata, spesso ornate da qualche bonaria menzogna [non per niente esistono famosi detti popolari come “Nessuno dice tante balle quante il Cacciatore a Valle” oppure “I Cani da Caccia hanno le orecchie all’ingiù per non sentire le bugie dei Cacciatori”…], e per abbeverare le loro gole assetate facevano scorrere “fiumi” di buon vino, accompagnati da pane fresco, soppressa, salame e formaggi vari, che ognuno con orgoglio si portava da casa.
Solo quando avevano esaurito le scorte, si decidevano ad “alzare le ancore” tutti insieme, sempre in gruppo, e portarsi prima di tutto al Punto d’Incontro della Zona — in quei tempi dell’intero Altopiano di Asiago per chi scendeva verso la Pianura — ossia la citata Osteria “Al Cacciatore” di mio Nonno.

Quel giorno viceversa, per motivi di famiglia, il Gruppo dei “Maragonsei” doveva rientrare per forza in anticipo e seppur dispiaciuti, salutando tutti i presenti risalirono nelle proprie auto prima degli altri. Ricordo che saranno state all’incirca le 17:00-17:30 di quel maledetto pomeriggio.
Trascorsero forse una quindicina di minuti quando ebbi modo di osservare un’auto rossa [una Fiat 128 per la precisione] che a gran velocità, nello sterrato della comunale che congiunge “Malga Monte Cimo” col Piazzale del “Cason dei Rosseti”, si dirigeva verso di Noi, alzando in quel modo un polverone tale da rendere irreale lo svolgersi degli avvenimenti successivi.
Mentre il veicolo si avvicinava, sia a causa della vivace tonalità di Rosso Vivido, sia per le particolari forme della carrozzeria dell’auto, i presenti [circa quindici Cacciatori che erano ancora lì, oltre a me e mio Padre], rimasero stupiti sia nel riconoscere il conducente, sia nel vedere gli altri a bordo, che se n’erano andati solo pochi minuti prima.

Quando fu arrivata, sobbalzando sul prato a causa dell’alta velocità con cui era entrata nello spiazzo, dall’auto scese in modo molto concitato Bassiano “Maragonseo”, e senza fornire alcuna spiegazione si rivolse direttamente a mio Padre dicendo:

“Rissiiri, monta in machina e cori casa, fa presto, xe sucesso qualcosa de bruto a to nipote, al fioeo de Rugero…” [Rizzieri, sali in macchina e corri verso casa, fai presto, è accaduto qualcosa di brutto a tuo nipote, il figlio di Ruggero]

Ed ancora:

“Te prego fa presto, i gà bisogno anca de Ti!!”
[Ti prego fa presto, hanno bisogno anche di Te]

Io dal canto mio, avendo seguito la situazione, non capivo proprio di cosa si potesse trattare, mentre mio Padre non aveva avuto bisogno di ulteriori spiegazioni per capire le gravità di ciò che era successo.
Salimmo senza batter ciglio nel Furgone, dove avevamo già caricato DICK che stava accovacciato e dormiente sul sedile posteriore e poi via, a più non posso in direzione di casa.
Nel corso delle manovre che facemmo per uscire dal parcheggio, ricordo bene di aver notato lo stesso Bassiano e Suo fratello che nel frattempo era sceso, mettersi le mani sul viso per poi allargare le braccia al cielo in segno di disperazione, ed infine piegarsi in avanti quasi a voler maledire il Mondo Intero, al che mi girai verso di Loro, mentre mio Padre ripartiva a tutta velocità bestemmiando ad alta voce.
Restai girato in quel verso per diversi istanti, al fine di comprendere cosa significassero quelle gesta inconsuete, ma ci allontanammo rapidamente ed io, che non avevo assolutamente il coraggio di chiedere spiegazioni a mio Padre visto il Suo stato d’animo, mi sentivo sempre più confuso.
Destreggiandoci come Sandro Munari, il Pilota di Rally più famoso di quei tempi, e facendo stridere le gomme sull’asfalto, in breve arrivammo al Piazzale dell’Osteria, dove dalla disperazione si prostravano con gesti di tutti i tipi decine e decine di persone, fra cui Amici, Parenti, Conoscenti, una marea di persone alquanto insolita per quegli orari, soprattutto al termine di una Giornata di Caccia. Sul Portone d’Ingresso al Locale c’era un cartello con scritto “Chiuso”.
I Battenti erano Sbarrati e pur comprendendo che c’era qualcosa di doloroso, non riuscivo a capire che cosa fosse.
Quando il nostro Furgone fu sul punto di fermarsi, venni “risvegliato” bruscamente dai miei pensieri dalla voce roca e piuttosto aggressiva di mio Padre, il quale mi disse:

“Tu stai fermo qui, non muoverTi per nessun motivo fino a quando non verrò io a chiamarTi…”

Per poi aggiungere in tono ancora più irruente:

“Mi hai capito bene?!”

Non ebbi che rispondergli timidamente di sì con la testa, poiché le parole non mi uscivano dalla bocca, infatti mai prima di allora mi si era rivolto in quel modo.
Lo osservai attraversare la folla dei presenti, dove qualcuno in segno di conforto gli dava una pacca sulla spalla, e lo vidi bussare con forza sul portone sbarrato.
Uscì subito mia Zia Giovanna [detta Giovannina la “Jopa”, che non ho mai saputo cosa significasse] che per reazione, tutta rossa in viso, gli si attaccò al collo gridando e piangendo, poi entrambi entrarono all’interno ed i Battenti vennero richiusi di nuovo.
Non so con esattezza quanto tempo trascorse, anche se notai il mio genitore uscire dall’Osteria e dirigersi verso la casa di mio Zio Ruggero, per tornare dopo una mezz’oretta sui Suoi passi, rientrando da dov’era uscito. Infine, quando ormai era già scesa l’oscurità, lo vidi aprire ancora il Portone e venire verso di me.
Mentre si avvicinava, sebbene fossi felice di potergli parlare, avrei voluto sprofondare sotto il sedile, sotto terra perfino, e scomparire.
Aprì la portiera e questa volta con tono più pacato, col viso sbiancato e gli occhi rossi come il fuoco per le lacrime versate, ebbe a dirmi:

“Io adesso porto il Fucile e le Cartucce di sopra, mentre Tu accompagni DICK nel Suo box e gli prepari da mangiare. Poi aspettami là, senza muoverTi, che passo a prenderTi e Ti porto a vedere una cosa Molto Grave che è successa. Orami sei Grandicello e devi vedere coi Tuoi occhi per capire cosa non dovrai ‘mai fare’ in futuro. Ti è tutto chiaro?!”

Annuii ancora una volta.
Scendendo lungo il viale che porta ai garage di casa mia, notai la Gran Confusione nel Piazzale di fronte alla residenza di mio Zio Ruggero ed il continuo via vai di persone, oltre a vedere tutte le finestre dell’abitazione illuminate.
Passarono alcuni minuti, e mentre DICK mangiava nella Sua ciotola senza curarsi dei rumori assieme a SABA DI CAVAION [detta “DIANA”] e TEA DI CAVAION [detta “PERLA”], giunse dal buio più tetro mio Padre.
Mi guardò con profondità, con una mano si asciugò le lacrime che venivano giù dal Suo volto e mi porse l’altra, forse per farmi coraggio o forse per cercare di farsi forza attraverso di me, non saprei quale delle due, ricordo solo che furono istanti solenni, passati in assoluto silenzio, con un continuo scambio di sguardi e movimenti che però dicevano tutto.
Strinse forte e mi obbligò a seguirlo a casa di mio Zio Ruggero appunto.
Il tragitto da percorrere non era certo molto, anzi tutt’altro, ma ricordo bene che non terminava mai.
Giunti di fronte all’ingresso si fermò, e rivolgendosi verso di me disse con la voce interrotta dall’emozione:

“Tuo cugino Denis è morto, purtroppo. È morto per un incidente causato dal Fucile di Tuo Zio. Ora sali con me, cerca di farTi forza e di non fare inutili scenate, voglio che Tu veda cosa accade quando da incompetenti si maneggiano le Armi, i Fucili e le Munizioni.”

E poi:

“Che questo Ti sia di lezione per il futuro…”

Così dicendo aprì l’uscio e salimmo le scale in assoluto silenzio, avendo cura di non provocare rumori.
Giunti in cima alla rampa, si presentò sulla porta intermedia mia Zia Giovannina ed intravidi nel disbrigo attiguo dei carabinieri in divisa.
La sorella di mio padre tutta sorpresa ed infastidita dalla mia presenza esclamò:

“Ma cosa fai, sei matto?!… È ancora troppo piccolo, è solo un bambino…”

E mio padre rispose:

“Lui è mio figlio e lo conosco molto bene, di sicuro meglio di Te. So bene cosa devo fargli vedere. Egli ha la mia stessa Passione per la Caccia, anzi molto più di me, per cui è indispensabile che abbia modo di ‘toccare con mano’ per comprendere cosa si può fare e cosa no. So che diverrà un accanito Cacciatore però con le Armi in mano non si scherza e non si deve mai scherzare…”

Dandomi una stretta alla mano, alle mie esili dita con le Sue manone, mi condusse all’entrata della camera di mio Cugino Denis, poi, sapendo la macabra scena che mi si sarebbe presentata, mi guardò diritto negli occhi e mi disse con voce tremante:

“Vedi cosa succede quando non si ascoltano i propri genitori?! Adesso promettimi che Tu non toccherai mai un’arma senza prima avere il mio assenso, promettimelo…”

Ed infine, nel totale silenzio che era sceso nonostante la presenza di tante persone intorno, aggiunse:

“Adesso Ti mostrerò cosa cercava di combinare Tuo cugino. Osserva bene: vedi quel foglio di carta coi cerchi concentrici disegnati, simili al bersaglio del tiro a segno, posto di fronte a Lui?!… Bene, lo stava andando a fissare sulla testiera del letto laggiù [indicando il letto con il dito], per poi spararci col Fucile di Suo Padre, Tuo Zio Ruggero. Tu promettimi che non lo farai mai, non dovrai mai farlo!!”

Fintanto che ascoltavo quelle ed altre frasi che in parte nemmeno credo di aver udito, rimasi attonito ma allo stesso tempo anche freddo e concentrato nell’osservare la terribile scena che mi si presentava e ciò non mi permetteva di rispondergli a parole, dovevano bastare i miei gesti di assenso. Per il resto rimasi ammutolito, incapace di agire.

Mio Cugino Denis, un bambino di appena 8 anni, versava raggomitolato su sé stesso, come se avesse avuto dei forti dolori allo stomaco [più avanti scoprii che il Colpo di Fucile gli era “entrato” dalla schiena, appena sotto le spalle, “uscendo” dalla pancia all’altezza dell’ombelico…], ai piedi del primo letto nella stanza Sua e dei Suoi fratelli.
Contemporaneamente ebbi modo di osservare con attenzione che tratteneva ancora nella mano la banana sbucciata che stava mangiando, mentre il pezzo mancante gli fuoriusciva dalla bocca spalancata, in parte fra i denti ed in altra parte riverso sul pavimento, vicino alla testa.
Gli occhi erano sbarrati, bellissimi e splendenti di quell’azzurro mare che anche mio Zio Ruggero, Suo Padre, portava in dote, proprio come li ricordavo l’ultima volta che l’avevo visto vivo, appena il giorno precedente, e sembravano dire “Perché?!… Perché proprio a me?!”.
Il viso era ricoperto da riccioli castano-biondi e manifestava un’espressione come quando si accusa un forte colpo alla pancia o al basso ventre, un’evidente espressione di dolore infinito.
Attorno al Suo esile corpicino c’era un’enorme pozza di Sangue Rossastro, dall’aspetto compatto e molto denso, che forse in quelle condizioni mi riempì ancor più di disgusto.
Sopra il letto vidi la Maledetta Doppietta aperta e Due distinte Cartucce “a Palla”, notando i toni dei Bossoli dal colore Rosso Antico [che mi sembrava lo stesso della macchia insanguinata], una purtroppo Vuota e l’altra ancora Carica.
Poi mi rivolse nuovamente lo sguardo dicendo:

“Vuoi salutarlo?”

E al mio cenno di assenso continuò:

“Allora toccalo con la mano e fatti il segno della croce, poi recita qualche preghiera in Suo nome. Lui ha finito di esistere fra i vivi, ma ciò non significa che non rimarrà con Noi per sempre.”

E con queste frasi gli scappò più di una gigantesca lacrima lungo le sbiancate tristi guance.
Io, con una sicurezza che non so spiegarmi vista la situazione, forse per via dell’incoscienza dettata dalla mia giovanissima età, mi avvicinai al corpo di Denis, lo toccai con le dita della mia mano destra sentendolo freddo, quasi ghiacciato, e la riportai sulle mie labbra per potergli trasmettere un caloroso bacio, un abbraccio fraterno, poi lo toccai di nuovo con dolcezza sulla fronte, salutandolo un’ultima volta, per sempre.
Mio Padre, osservando che i miei Zii lì presenti cercavano di scomparire nelle stanze accanto per non mostrare le loro emozioni, senza pronunciare una sillaba e piangendo anche Lui in continuazione mi prese di nuovo per mano e mi accompagnò giù per le scale per tornare a casa.
Nel vedermi osservare ciò, mio Padre ebbe una veemente reazione d’istinto, quasi a voler “troncare di netto” ogni mio possibile pensiero o, forse più logicamente, per prevenire ulteriori disgrazie viste tutte le persone presenti, e con un movimento fulmineo della mano raccolse ambedue le Munizioni mettendosele in tasca.
Prima di entrarvi mi si raccomandò dicendo:

“Ora sali di sopra, sappi che c’è anche Moreno… mangia assieme a Lui quello che c’è di pronto sul tavolo e poi, senza farTi capire, anzi non raccontandogli proprio nulla di quello che è successo a suo Fratello, prendilo per mano e accompagnalo in camera Tua, stasera dormirà con Te e Tuo fratello.”

Salii le scale controvoglia, non mi sentivo pronto ad incontrare mio cugino e mi domandavo come avrei fatto a nascondergli tutti quegli incresciosi eventi senza farmi scoprire.
Dentro di me pensavo che fosse impossibile e nel frattempo continuavo a piangere a dirotto, non riuscivo proprio a fermarmi, per cui decisi di aprire la porta intermedia che si trovava in cima alle scale, in assoluto silenzio, ed introdurmi 
sgattaiolando nel bagno a fianco senza farmi notare da nessuno.
Trascorsero istanti infiniti, ma io non potevo tradire la fiducia di mio Padre, perciò mi feci coraggio, mi lavai il viso in modo da nascondere le lacrime e prendendo fiato uscii per andare in cucina, dove oltre ai miei fratelli c’erano Moreno, mia Madre ed un paio dei fratelli di Lei, anche loro miei Zii.
Mia Madre, che già sapeva quanto mio Padre aveva appena fatto con me, mi lanciò uno sguardo fulminante al fine di assicurarsi che non avrei detto nulla di quanto purtroppo in mio sapere, ed esclamò:

“SiediTi con loro che Vi preparo latte e biscotti. Dopo mangiato, Tu che sei il più grande dai l’esempio come si deve e andate in bagno a lavarvi i denti, e poi tutti a letto. Mi raccomando di non provare a far salire la persiana della finestra perché stamattina si è rotta e non vorrei che ci fossero altri danni.”

Io capii al volo le Sue intenzioni, poiché quella finestra offriva piena visuale sulla casa di mio Zio Ruggero e Moreno “non doveva vedere” …
Tutto si svolse in un’atmosfera rarefatta ed anche se nemmeno i miei fratelli, oltre a mio cugino, avevano compreso nulla di ciò che era accaduto, l’aria si poteva “tagliare con un coltello”, inoltre io, che non ero di certo loquace per natura, in quella occasione parlavo meno ancora delle altre volte.

Terminata la cena [durante la quale non riuscii ad ingurgitare alcunché] andammo in camera fra le mille e più domande dell’insistente Moreno, il quale non capiva come i Suoi Genitori potessero essere partiti per un viaggio senza alcun preavviso, portando con Loro solo Denis, Luca ed il neonato Lucio, mentre Lui avrebbe dovuto starsene per qualche giorno con Noi.
Io da parte mia gli rispondevo gesticolando, anche perché mi venivano di quei groppi alla gola da soffocarmi e così, nel giro di un’oretta, spegnemmo la luce e ci addormentammo.
Nel mezzo della notte sentii un rumore insolito e sobbalzai nel letto, intravedendo per quel poco che si poteva attraverso i bagliori esterni filtrati dalla persiana, la figura di Moreno che, incredulo per quello che gli era stato raccontato [Lui a Sua madre era molto legato, perciò non riusciva a darsi pace], cercava risposte guardando verso casa Sua.

Lo richiamai dicendo:

“Se arriva mia madre Ti picchia, lo sai che non scherza [questo era risaputo a tutti…].”

E Lui incurante mi rispose:

“Come mai a casa mia è ancora illuminato a quest’ora?!”

“Boh, Tua madre si sarà dimenticata tutto acceso. Sai, se è partita con la luce del giorno è possibile…”

“Io non credo che sia partita, per me è di sicuro a casa, forse si sarà arrabbiata per quei casini che ho combinato a scuola, ma Denis ne fa sempre più di me, anche se a Lui tutto è concesso…”

“Beh, non so proprio che dirTi, comunque ascolta, domattina dopo aver fatto colazione andremo insieme a vedere, così potrai accertartene. Ora tira giù la serranda e rimettiamoci a dormire.”

Com’era ovvio Lui non si fidò e rimase tutta la notte ad osservare casa Sua e tutte quelle luci artificiali che con il loro splendore nascondevano quella più bella e più gradita, oramai non più splendente, quella di Suo fratello Denis.


Questa durissima Esperienza mi ha segnato per tutta la vita, in ogni mia scelta ed in tutti i miei comportamenti riferiti alla Caccia, oltre che nel mio rapporto con le Armi e le Munizioni che fino ad oggi è stato contrassegnato da un misto di timori, paure e pressanti attenzioni, a volte anche esagerate, soprattutto nei confronti degli altri [per questo ho sempre preferito Cacciare col Cane da Ferma, in modo da potermi muovere da solo o quantomeno lontano dagli altri].


Per di più ha condizionato le mie ulteriori decisioni personali obbligandomi a non creare situazioni simili per i miei Figli [motivo principale per cui non li ho spinti a coltivare la mia stessa Sviscerata Passione], affinché non dovessero “MAI” Rischiare di Vivere quello che era toccato a me. Forse ho sbagliato, però…
Qualche anno fa è venuto a mancare anche mio Zio Ruggero, e da qualche mese Sua moglie, mia Zia Giselda, ovvero i Genitori di mio Cugino Denis, per cui ho creduto opportuno solo dopo la loro morte, proprio per non coinvolgerli in ricordi così spiacevoli, riportare uno dei più Grandi Drammi che ad oggi mi hanno “toccato” ma anche il Primo Vero Insegnamento della mia vita.

Nota: I testi e le annotazioni dei vari racconti narrati nel presente Libro “BECCACCE DELL’ALTOPIANO”, così come è stato per il precedente “IL SETTERMAN E L’ARTE DELLA BECCACCIA”, sono dettati dalle Quotidiane Memorie riportate di volta in volta nei miei Voluminosi “Diari di Caccia”, che con dedizione ho tenuto a trascrivere sin dagli inizi della mia Vita di Cacciatore e di Appassionato dell’Arte Venatoria. Proprio quello che ancora oggi mi impegno a fare in relazione alle mie innumerevoli Esperienze Venatorie, Cino-Venatorie e di Sana Vita all’Aria Aperta, godute e guadagnate nello scorrere degli anni sin qui vissuti, sia fra gli Ambienti “di Casa”, come quelli Nazionali ed Internazionali, che nel resto del Mondo, e che con orgoglio ho gelosamente raccolto e custodito.

 

Oscar Pietro Pizzato

 
 

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