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Racconti

Il regalo di Filumena


lunedì 20 luglio 2009
    

Tre giorni. Tre giorni di seguito nuovamente appostato dietro quelle rocce, ma niente. Non spuntava fuori nemmeno per scherzo; era troppo furba, anche per lui. “Papà, che facciamo se esce fuori?” disse Ciccillo, e Peppeniello, di rimando “ ‘A ‘nguaiamme !”. Giusto, la voleva proprio mettere nei guai, quella dannatissima scostumata. Oramai era una specie di regolamento di conti personale. Ciccillo comprendeva l’accanimento del padre, perché anche lui aveva visto lo sfacelo causato da quella manigolda, ma iniziava a stancarsi di ritornare, tutti i giorni, dietro quelle rocce per tendere un agguato. Secondo Peppeniello, le tracce portavano proprio in quel posto, infatti, davanti all’ingresso della tana c’erano piume di pollo, a mucchietti, che incastravano la ladra. Bisogna ammettere che aveva prove schiaccianti, soprattutto, dopo la baraonda causata all’interno del pollaio.

Le galline, terrorizzate, non scendevano dai trespoli nemmeno a mangiare e, per terra, una gran quantità di uova e gusci formavano una frittata abbastanza grande da sfamare una banda musicale. Stavolta l’aveva fatta grossa, era proprio il caso di dirlo. Filumena non era nuova a queste imprese, anche se solitamente si limitava a piccoli e mirati furti, tali da non destare eccessivi sospetti, o almeno da non alimentare ulteriormente le ire degli inconsapevoli ospiti. Giuseppe, o Peppeniello, per la famiglia, l’aveva chiamata Filumena, in quanto gli ricordava il titolo di una famosa commedia di De Filippo, poi, se era una Martora e non una Maturano, a lui importava poco.

Filumena era una Martora speciale; come la povera donna della commedia aveva una prole a cui teneva e si arrabattava per tirare a campare, anche se, a differenza della signora, non voleva sposarsi con nessun Dumminicu. Filumena era astuta, ma volubile, altera, indisciplinata, insomma emotivamente instabile, come tutte le martore. Ciò che la rendeva antipatica agli occhi di Peppeniello, era la sua innata attitudine al furto con scasso o con destrezza.

La piccola nottambula si aggirava presso le aie in cerca di qualcosa da sgraffignare e riusciva sempre nell’intento di recuperare un po' di roba commestibile. Le massaie non gradivano queste visite di “cortesia” e sobillavano i mariti, incitandoli alla vendetta. Simpaticissime persone, traboccanti di derrate alimentari, tanto da farle guastare, gettavano via quintali di frutta, farina, uova, che, a furia di stare stipate, marcivano, ma guai se qualche estraneo perpetrava un furto! In tal caso, si sentivano in diritto di vendicarsi, senza pietà.

I campi nei dintorni pullulavano di selvatici ed i pollai erano talmente pieni che non si sapeva più come sistemare le galline o dove vendere le uova, tant’è che spesso gran parte delle provviste finiva a concimare gli orti o ad ingrassare i già fin troppo pingui maiali. Peppeniello, solitamente, era un uomo riflessivo, ma la nenia della moglie, ripetuta ogni sera e quelle lamentele con la vocina stridula e petulante che gli martellavano il cervello, gli facevano uscire il fumo dalle orecchie, perciò: o cacciava Rosalina, la moglie, oppure cacciava Filumena. Il figlio, Francesco, che lui chiamava affettuosamente “Ciccillo”, condivideva in pieno la filippica privata tra il padre e la Martora, tanto da farsi suggeritore, sostenitore e stratega, pur di aiutarlo a vincere quella tenzone.

La mattina avevano preparato tutto con cura. Davanti all’uscita, alla base di un albero con il tronco cavo, avevano collocato una gallina uccisa da poco, poi si erano spostati di una decina di metri ed avevano atteso. Niente da fare. Aspettarono per ore, ma la martora non si palesò. La manigolda non si fece vedere nemmeno per idea, ma quella notte accadde un fatto straordinario. Peppeniello si agitava nel letto, in preda agli incubi. Sognò di stare a tavola, in un giorno di festa e di apprestarsi a tagliare un bel cappone arrosto. Quando stava per affondare la forchetta, una furia si abbatté sul tavolo; arrivò Filumena, acchiappò il cappone fumante e poi saltò dalla finestra. Era turbato per quella visione e la mattina si svegliò con due occhiaie nere come quelle di un pugile suonato. Non ne poteva più. Desiderava metter fine a quell’inutile rappresaglia, perché preferiva andare a tirare ai rigogoli, sotto i ciliegi, o ai colombacci, presso le querce, piuttosto che perder tempo dietro una roccia e davanti ad un prato.

La giornata non era iniziata nel migliore dei modi; ad una certa ora, Rosalina era rientrata a casa e si era fiondata nell’orto. “Peppeniieeeeeeeee! Peppeniellooooo; vien’accààààà”, aveva strillato sgolandosi. Il marito era corso come poteva .”Che c’è? Ch’è suciess?” aveva risposto. “Chella scustumata ‘e Filumena s’è pigliata ‘e picciune e cummara Felicita” disse la moglie. Lui, sgranando gli occhi “ ‘O vero ‘e pccune? E comm’ha fatt?”, e lei “ Nunn’oo saccio. Cummara Felicita m’haa ritto e ‘i l’aggio ritt’ che l’avimme a fa passà nù uaio a chilla là”. “Papà, mammà. Ma come ve lo devo dire che se parlate in dialetto non vi si capisce? Fatelo almeno, per gli extra-borbonici”, disse Ciccillo. “E’ vero fgo mo.Questa volta abbiamo sbagliato e ci scusiamo”. E ripresero a dialogare nella lingua corrente. “Insomma, si può sapere cos’è capitato?” disse Ciccillo. “ Filumena è stata nel pollaio di comare Felicita ed ha preso alcuni piccioni” disse il padre, “e mammà, vuole che le facciamo passare un guaio, non a comare, ma a quella scostumata di una martora”. Il padre si sedette, sudava come un cammello, perciò la moglie si avvicinò e disse “ Si può sapere cos’hai, Peppeniè?” e lui: ” Stanotte ho fatto un sogno e mi sento sconvolto”.

E raccontò tutto l’accaduto. La moglie prese carta e penna e si fiondò in casa della comare. Dopo una mezz’ora ritornò tutta felice e porse il foglio al marito dicendo: ”Noi siamo persone oneste ma…povere! Lo sai questo. Comare Felicita conosce la smorfia a memoria; le ho raccontato quello che hai sognato e mi ha dato questi appunti. Ma prima ascoltami che ti spiego tutto. Eravamo seduti davanti alla tavola apparecchiata vero? Bene. Ottantadue, ‘A tavula ‘mbandita (La tavola imbandita).

Tu eri seduto a capotavola? Allora ,ecco cosa vuol dire: Sessantuno, O’ cacciatore (Il cacciatore) . Poi è arrivata la ladra; quindi: Settantanove,’O Mariuolo (Il ladro), ed a quel punto siamo rimasti senza parole; dunque : Settantadue ‘A maraviglia (Lo stupore) ed infine, la manigolda è scappata, Diciassette, ‘A martura (La martora)” Rimasero a bocca aperta come tre babbioni. Peppeniello infilò una giacca e corse a perdifiato in città a cercare un banco-lotto, poi, presa la cedola della giocata, si avviò verso casa con la testa che gli scoppiava. Arrivato a destinazione mangiò un brodino di verdura, si mise al letto con la febbre e rimase lì, tutto il giorno e tutta la notte, perseguitato dalle visite di Filumena che piombava sulla tavola e scappava con il pollo. La mattina seguente, dopo aver inzuppato il letto di sudore, si lavò ed uscì di casa per ritornare al banco e controllare la giocata. Ruota di N.: 82-61-79-72-17 …Cinquina!

Chiese al gestore se era tutto corretto e quello, dopo aver letto attentamente, si mise a sedere e subito tolse una bottiglia e due bicchieri da sotto il bancone e li posò tremante. “Sono quindici anni che lavoro qui, ma non avevo mai visto una cinquina secca. E’ incredibile. Ma, vi rendete conto che cosa vuol dire?” Quello lo guardò, sollevò il bicchiere e tracannò d’un fiato il vinello che il gestore teneva nascosto per le emergenze:” Veramente, non saprei. Gioco raramente. Stavolta mia moglie ha tanto insistito, anche se per me era una follia gettare questi soldi, con la miseria che abbiamo”.

L’uomo dietro il banco lo osservò sorridendo e disse:” Sono contento che sia capitato a voi, perché da oggi non saprete più che cos’è la miseria”. Peppeniello ringraziò, baciò le mani dell’impiegato, pianse e poi scappò via. Corse a perdifiato e arrivò a casa balbettando. Raccontò tutto alla moglie e quella svenne prima di aver sentito la fine. Come poteva, la aiutò a rialzarsi, poi si avviò da comare Felicita, acquistò un pollo, lo cucinò per bene, lo infiocchettò e si recò con il figlio verso le rocce di Filumena. Depose il cappone davanti alla tana ed andò via. Non ritornò più a cercare la Martora e non ebbe problemi economici. Poté tornare a trastullarsi con i rigogoli e i colombacci ed ogni volta che la comare andava a raccontargli di una visita della martora e della scomparsa di uno o due polli, lui la faceva andare nel pollaio a scegliersi quelli che voleva e si metteva a ridere, pensando al regalo di Filumena.

Luca Davide Enna

Tratto dal libro Storie di uomini e di cani

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