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Racconti

Le Lodole dell'Aquilaia


venerdì 30 novembre 2018
    
Adorno conservava un’invidiabile forma fisica dentro il telaio curvo di uomo ottantenne. Aveva rallentato, non fermato, il suo lavoro di contadino. La sordità dall’orecchio destro gli dava noia, ma lui era solito ripetere che gli amici morti… loro sì che erano sordi, oltre che muti! Nascondeva la calvizie sotto un Barbisio in feltro che gli dava un’aria di professionalità cittadina. Il velluto marrone pareva essere la sua stoffa preferita e se ne vestiva d’estate e d’inverno.
Fu il primo a svegliarsi. Il vento dal nord pigiava senza sosta sulle imposte di castagno e lui toccò col gomito l’Emma.
“Chiamali, è l’ora.”
I due anziani contadini tenevano pronta per i pistoiesi la camera grande, corredata di quattro letti a una piazza. Il vecchio riattizzò il fuoco sonnacchioso mentre la moglie metteva sui fornelli a gas le pentole per il latte e l’orzo.
Emma era una di quelle donne impagabili che riescono a fare le cose prima ancora che qualcuno le abbia solo pensate: se occorreva un asciughino, lei l’aveva già tra le mani che l’offriva, così se occorresse un bicchiere o altro. Una donna inestimabile, silenziosa, generosa, mai ferma. Quanto Adorno era di costituzione minuta, tanto lei era rotondetta e forte, ma pareva che quella società funzionasse bene così, ognuno aveva fatto sempre più della sua parte e s’erano condotti meravigliosamente per tutta la vita, nel nome dell’amore. Teneva i bianchi capelli in ordinata ghirlanda ravviata in alto, le sue sottane e i vestiti riferivano a un ostinato blu scuro, a pallini, stelline, fantasie impercettibili, ma sempre blu notte.
La donna aprì la porta dei cacciatori, investita dal tanfo d’aglio e di vino, respirato e ruttato.
Contemporaneamente uscirono i sogni, senza farsi vedere.
Erano stati lì dentro, pigiati, per ore e si sfogarono per la casa. Sogni di voli di lodole, e fucilate, coppiole, triplette e mazzi di uccelli. Lodole che strisciavano e credevano al gioco, tiri al limite dell’orizzonte, civette, scarponi, cartucce a volontà, nelle borse e nelle tasche.
I cacciatori non erano del tutto svegli, ma nemmeno addormentati come ghiri.
“Emma… tira?”
“C’è c’è… stamani, di Tramontano, ce n’è quanto ne volete.”
“Oggi se ne vedrà delle belle!” Augurò Mazzino.
“Zitto… porta male.” Accennò Ugo.
Cesare stava a occhi aperti da un’ora. Anche lui s’era svegliato al sibilo del vento. Stava chiocciando al calduccio sotto il coltrone rosso e giallo. I suoi  pensieri vagavano per la redazione e i colleghi, poi erano scivolati sulla moglie Susan.
Fuori casa si commiserava per il fatto di lasciarla sola, ma non riusciva a vivere senza caccia e senza amici. Per lui cacciare non era solo sparare, anzi, il bùm era il finale non del tutto necessario di tutta un’operazione che faceva capo allo svegliarsi a buio, osservare il mondo riposare, percepire gli odori portati dal vento e poi il sole o l’acqua, il caldo torrido delle stoppie, il ghiaccio cricchiante sotto gli scarponi, la tavolozza mille colori dell’ottobre, gli alberi spogli e tristi dell’inverno, il primo tordo di fine settembre, gli amici, Adorno, l’Emma, il podere della Vaccamorta, l’Aquilaia… cacciare era un modo di interpretare la vita, per il giornalista.
Del matrimonio senza figli non aveva fatto addebito alla moglie, non si erano sottoposti a test per conoscere da chi o cosa dipendesse il mancato allevamento.
Si sforzava di non farle mancare niente, se non se stesso, il che è tutto dire,  ogni sabato e domenica da settembre a gennaio: il rammarico sconfinava dagli argini di un presunto egoismo, dilatando un  complesso di colpa, da lui alimentato sempre più.
Nessuno aveva formato la Squadra dell’Arca, che si era accozzata da sé; come molecole che si attraggono e si aggregano per somiglianza, così anche i quattro: nessuno aveva mai tentato di sopravalicare l’altro e le decisioni erano rimesse all’interno del gruppo. Cesare rappresentava il deus ex machina, interpretava il ruolo defilandosi e ponendo agli amici più domande che risposte.
Gli altri lo consideravano amico, ma anche un animale strano, lui ‘aveva studiato’. Ora bisognava scegliere se cacciare all’Aquilaia o vicino al mare. Non era una decisione da poco perché la caccia alle lodole presuppone arnesi in quantità, è una caccia da appostamento, richiede tempo per preparare il ‘gioco’, come si chiama l’insidia: l’insieme e l’artistica disposizione di gabbie, stampi, affili, civetta, inganni…
Al tavolo, con il pane ammollato nelle tazze da litro di latte tinto con l’orzo, ognuno disse la sua.
“Al mare non andrei perché il Tramontano soffia da più di dieci ore e secondo me l’Aquilaia è piena di uccelli.” Suggerì Mario.
“Anch’io la penso come te.” S’accodò Mazzino.
“Se il Tramontano è forte, gli uccelli entrano dal mare, ma con fatica, alle prime praterie che trovano si buttano e nell’interno non arriva nulla, è già successo altre volte, vi ricordate a Canino, due o tre anni fa? Al mare, a Montalto di Castro, tirarono e noi, dieci chilometri nell’interno, non se ne vide e ci si puppò le dita… non  ricordate?” Commentò Ugo, mentre Cesare ingollava un cantuccio di pane inzuppato. Sapeva di dover dire la sua  e tutti avevano parlato prima di lui, guardandolo. Nessuno voleva una decisione qualsiasi, la Decisione era sociale, ciononostante il giudizio di Cesare era importante e ben accetto. Mazzino e Mario s’intendevano di caccia più di lui e forse anche Ugo, ma lui aveva la capacità di riassumere. Bevve un sorso di latte caldo, non sopportava l’orzo.
“Noi, le lodole, l’abbiamo sempre  morte all’Aquilaia; i ricordi più belli sono legati a quella prateria. Però anche Ugo ha ragione. Io direi, se siete d’accordo, d’andare a buio a fare le parate nelle solite fossette all’Aquilaia, lasciare l’attrezzatura nel furgone parcheggiato vicino, piazzare la Luigina e aspettare giorno. Se ce n’è di buttate, la Luigina ce le porta in mano, nel frattempo si controlla la situazione. Se non ce n’è  e non ne passa, si monta sul furgone e si va alla marina, ci sono cinque o sei chilometri, più di mezz’ora di caccia non si perderà.”
Decisero che la strategia era giusta e si mossero, mancava un’ora al giorno.
I fari illuminavano i campi d’erba medica. Il Transit fu fermato ai margini della prateria, delimitata in testa da una fossetta perimetrale profonda un metro, che pareva fatta apposta per nascondere i cacciatori.
Ognuno prese la sua tela di balla rinfrascata con paglia e rametti di àlbatro e camminarono alla luce delle pile fino ai rispettivi posti.
Capanni e controcapanni, così cacciavano le lodole: Cesare vicino a Mario, Mazzino a Ugo. Ognuno la sua parata, disposte a largo ferro di cavallo e distanti un tiro di fucile  l’una dall’altra: tutti sparavano sul solito gioco. Ogni coppia otto gabbie, sospese a uno stecco, venti metri avanti. La Luigina nel mezzo del prato, con una lamierina, dietro, a protezione.
Appena Mario infilò lo stecco per appendervi la gabbia della regina, una lodola piolò poco lontano. La Luigina faceva in versi anche a buio, piano piano: si udivano una, due, tre, quattro lodole rispondere  vicine. Gli amici si radunarono, contenti e increduli.
“Il campo è pieno…che si fa?”
“Si scarica tutto?”
“Ragazzi… oggi è banda!”
“Via, che si aspetta?” Incitò Cesare. E scaricarono tutta l’attrezzatura. Mario prese la Crespìna, la civetta, la canna alta e s’incamminò per il mezzo dell’appostamento, per piazzarla. La Crespìna era specialista in ‘riverenze’ e con gli scatti della testa, gli occhioni gialli e bonari ammaliava, ipnotizzandole, anche le lodole più diffidenti. Legò lo spago alla canna e lo condusse alla sua parata. Mazzino agguantò la balla degli stampi di penna e li dispose a semicerchio col becco al vento; in mezzo, due lodole vive e accodate, legate con moschettoni alle canne incrociate, per affilo.
Prese vanga e rastrello e cominciò a lavorare su un pezzetto di terra, rivoltando e interrando l’erba. Era il compito più scomodo e toccava sempre a lui, coltivatore diretto. In mezz’ora ribaltò un bel quadro di piallacci d’erba e terra, al centro della tesa, a tiro di tutti e quattro i fucili.
Quando le lodole sono buone e credulone, con la voglia di buttarsi, si dirigono con i carrelli abbassati sulla terra vangata di fresco, gli fa gola raspollare e prendono le prime fucilate a fermo e il resto per aria, quando s’involano. Difficile che ne scappi qualcuna.
Mario portò il furgone a un centinaio di metri, dietro un ammasso di presse di paglia. Ritornò di corsa, cominciava a far giorno. La Luigina, in preda all’eccitazione, piolàva e faceva in versi, affermando la sua supremazia canterina. La Crespìna stava ferma sul tappo di sughero, solo movendo il capo a scatti con autorità, infastidita da tutta quella luce.
La prima lodola venne, solitaria, a brillare una diecina di metri sopra il capo della civetta. Una schioppettata di Ugo la fece cadere vicino alla base della canna.
“Se tu ammazzi la Crespìna, ti tiro a pallettoni!” Urlò Mazzino che era l’addestratore dello strigide, e che per tutto l’anno non le faceva mancare lucertole e topini. Alle sue parole la Luigina rinfittì il pìolo, una quindicina di lodole venivano basse basse verso il gioco, sgretolando il loro canto di richiamo. Erano buone, di passo, dettero una strisciata sulla tesa, si allontanarono, poi si volsero indietro di nuovo su quell’interessantissima terra vangata da raspollare. Chiusero le ali e vennero giù a sasso. I nostri contarono mentalmente fino a due come al solito e al ‘tre’ la fucilata sociale ne stecchì una decina in terra. Le altre rivolarono, Mazzino con una coppiola staccò le due più vicine, un’altra toccò a Cesare, mentre l’ultima stava cercando di defilarsi lontana, ma la sinistra dell’Imperiale di Mario ne fece uno stoppaccio a quarantacinque metri, prima che Ugo sparasse, già imbracciato. La terra fresca abbisognava di essere tenuta pulita, cosicché Ugo lasciò la fossa per raccattare, con l’S 55 in mano.
“Fermo, fermo, sta giù… buttati giù!” Gli urlò Cesare, avendo scorto un altro volo credere alla tesa. Ugo si schiacciò in mezzo all’erba rada e adocchiò un branco di una trentina puntare deciso su di loro. Con l’amico fuori del riparo non venne rispettata la regola di attendere che gli uccelli si buttassero. Come furono sopra, si alzarono in piedi, sparavano e le lodole piovevano giù... la Luigina rinserrava il verso alle scampate che facevano per tornare, ma vedevano Ugo e si allontanavano. Mario tirò l’affilo e tentennò la Crespìna che svolazzò: tre le credettero… poi altre cinque.
Gli occhi e le A1 del Biffoli  lavoravano ch’era una meraviglia; Ugo si alzò per ripulire, raccattò  tutte quelle che trovava mentre gli amici uscivano a loro volta dalle parate.
Si ripromisero di ribatterne qualcuna, scarseggiata e ferita, in momenti di quiete. Pareva che tutto il cielo fosse pieno di lodole, quella mattina.
Da sole, in coppia, dieci, venti per volta, entravano disposte a credere all’insidia della Squadra e immolarsi. Le lodole passavano per l’Aquilaia come fosse un’autostrada, un imbuto; verso le undici gli amici scarseggiavano di cartucce.
“Vado io.” Disse Mazzino e con l’Effeenne in spalla si diresse verso il furgone.
Avevano tirato circa duecento fucilate per uno e, salvo contarle, a una media del trenta per cento, avevano nelle parate più o meno trecento lodole. Assenti, stranamente, le pispole, numerosi erano passati i fringuelli, che quasi ignoravano. Mazzino s’affrettava, era quasi arrivato al furgone.
Tre fucilate… si voltò indietro, gli amici stavano sparando a un branchetto di lodole che giocavano sulla tesa. Ne vide cadere tre, poi due… rubare diverse schioppettate e venire nella sua direzione. Con una corsetta si nascose dietro le presse di paglia, mettendosi il fischio d’osso in bocca. Piolàva di gola, rugliando senza fretta: brìo…brììo…brìììo…brììììo… brìo…brììo…brìììo…brììììo…credevano, eccole! Un doppio giro per allontanarsi, ma il fischio di Mazzino era irresistibile, brìììììo…una fece l’ombrellino e sulla fucilata gonfiò del doppio, mentre l’altra strisciò d’ala dietro la prima che cadeva e si rialzò, brillando, ferma per aria, per la bòtta più facile.
‘ummhh… se non ve l’ammazzo io, padellai che non siete altro…’ pensò con soddisfazione rivolto agli amici lontani, recandosi a raccattarle. Trovò subito la prima, mostrava il bianco della pancia all’aria; la seconda lo stava facendo ammattire.
‘eppure dovrebbe essere qui,’ pensava, ma non gli riusciva scorgerla, era indeciso se mettere in moto e portare le cartucce agli amici o insistere nella cerca, perché lasciare una lodola in terra, lì, al pulito, gli dispiaceva. Ricaricò senza guardare le cartucce. Una non gli entrava nel serbatoio.
“Porca miseria…vaffanculo Ugo!” Esclamò. Non era una cartuccia, ma un corno rosso di plastica che Ugo, noto superstizioso cultore di malìe, teneva tra le cartucce e, chissà come, era andato a finire nelle tasche di Mazzino. Insistette credendo impossibile non trovarla…
“Dev’essere qui, per forza.” E tornò al punto da dove aveva sparato, per ricreare le condizioni e le coordinate del tiro.
“Ecco perché, la cercavo troppo vicina.” E allungò la ricerca. Aveva ricaricato e meditava  che non poteva più perdere tempo, ma gli amici sparavano e davano segno di non essere ancora a secco del tutto. La vide finalmente, ma, accanto alla lodola morta, un leprone al cuccio, all’improvviso, schizzò da fermo come una molla compressa. Prima di domandarsi come non l’avesse visto prima, Mazzino scattò nell’imbracciatura più sciolta e veloce di cui disponesse: gli mollò la prima canna, padellandola, con  ignominia, a venti metri.
Con paura dello smacco, quando fu a venticinque metri sparò di nuovo, sbagliando ancora. A trenta, con la terza la centrò. La lepre fece una capriola e ripartì con minor baldanza, girando intorno a sé, ferita, poi allungando piano piano. La bòtta l’aveva presa e sentita, ma il piombo  dell’undici è da uccelli, non da orecchione.
Mazzino, col cuore a mille, guardava la lepre che a stento si allontanava, frugando in tasca per trovare una corazzata. Si mise a correrle dietro, si fa per dire… gli scarponi lo inciampavano, la giacca larga lo gonfiava, colazione e bottiglietta del vino sbattevano nella carniera da tutte le parti, impossibile tenere tutto a bada. Trovata la corazzata, la infilò nel carrello aperto. Il clàk di chiusura dell’Effenne gli dette conforto, ma la lepre era già sui sessanta metri; per fortuna, mezza rincoglionita dalla fucilata, girò a novanta gradi, avvicinandosi. Con l’affanno padrone delle vene, che pompava nel cervello più adrenalina che sangue, si fermò, la incannò, dette poco anticipo e sparò con la fifa dell’unico colpo a disposizione.
La lepre mostrava il fianco e dette in un ribaltone, sussultando e scalciando con le gambe posteriori, emetteva un vagìto come il malinconico belare di un agnello. Mazzino, col fucile scarico, carotide e tempie in pressione, le fu addosso, piazzandole finalmente un piede sulla testa.
“Ora tu non mi scappi più!” Disse, soddisfatto per il tiro e il piacere del possesso.
L’afferrò per le zampe posteriori, posò il Browning e, dopo averla alzata, le inferse un tremendo fendente col taglio della mano rugosa tra capo e collo. Alla Bruce Lee.
L’orecchiona s’avanzò a grandi passi verso il paradiso delle lepri, tutto erba medica e orzo per chilometri e chilometri, niente cani nè cacciatori.
Le sedette vicino, rosso in faccia, col cuore che stava rallentando i battiti e con l’emozione dilagante. Alla tesa gli amici non s’erano accorti di nulla, sempre con le lodole sulla testa, anche se non più con le frequenze precedenti.
Estrasse il coltellino di Scarperia, affilato come una lametta. Ricordandosi che anni indietro una lepre morta gli aveva pisciato addosso, le compresse il ventre e poi l’aprì, vuotandola degli intestini; nella cavità pigiò una manciata d’erba medica e ortica. Le accarezzava il pelo morbido mentre il budellame in terra fumava. Il Tramontano aveva abbassato la temperatura, ma lui, per la corsa, era accaldato e sudato. Insisteva nel toccarle le orecchie; la pelliccia fulva era soffice e calda, meravigliosa come tutta la lepre, che stimò sui quattro chili.
Che bella sorpresa! Si dette una pulita alle mani strusciandole sull’erba, poi tolse il pane, il cacio e la bottiglietta del vino dal sacchetto del supermercato e tentò di infilarci il leprone, ripiegandolo in tondo, ma non fu possibile, così l’appoggiò sulla poltroncina del furgone, rimettendo a posto la colazione.
Scaldate le candelette del Ford, ripartì verso gli amici con la massima soddisfazione stampata tra i baffi esili che gli incorniciavano il sottile labbro superiore.
“Ohè… delinquenti, aiutatemi a scaricare!” E aprì il portellone posteriore, dando mano al favoloso pecorino che Ugo forniva senza insegnare da dove venisse. Mario e Ugo scaricarono due scatoloni di cartucce mentre Mazzino biascicava pane e cacio sentendosi protagonista e regista assoluto della situazione.
“A discorsi siete bravi, v’ho visto… avete padellato quelle due lodole… se lo sapessero al bar.”
“Macchè… erano fuori tiro, saranno state a sessanta metri, non c’è arrivato neanche Mario.”
“Sì… sessanta metri, allora io… a quanto gli ho tirato? A proposito, ho sparato… non so neanch’io che lodola sia, guarda un po’ lì davanti, l’ho appoggiata sul sedile, è grossa, guarda, che sia una calandra reale?”
Ugo aprì la portiera e la lepre, messa a bella posta tra sedile e portiera, gli ruzzolò addosso spaventandolo, tra le risate degli amici che, abbandonate le parate, stavano aprendo i sacchetti delle colazioni.
Sul mezzo del giorno il passo s’era acquetato, solo fringuelli, calenzoli e fanelli insistevano senza pause, anche brevieri e voli di fossacci e ballerine bianche e gialle.
Si lavarono le mani sporche di sangue con l’acqua della stagna, ben disposti a farsi raccontare da Mazzino l’accaduto.
L’ortolano aveva scancellato le due padelle reali dalla mente e dalla realtà.
“D’acciaio… ve lo dico io, più gliene mettevo addosso e più accelerava, codesta lepre è d’acciaio, poi ho messo una corazzata di queste…”
E mimando l’accaduto, prese una cartuccia nella tasca dove teneva le corazzate.
“Porca miseria… guardate qui. Ho sbagliato cartucce.”
I quattro amici, a caccia chiusa, effettuavano battute alla volpe insieme ad altri cacciatori e Mazzino s’era confuso: invece di mettersi in tasca tre o quattro corazzate per fagiani e lepri, ne stava tirando fuori con piombo n° 0 e pallettoni da volpe.
“Gli ho tirato una Gyttorps a piombo dello zero!”  
“Ci credo che l’hai fermata!” Disse Cesare sorridendo.
“Che culo hai avuto!” Soggiunse Ugo, tastando la lepre. “Guarda, un pallino in gola, guardate che buco!”
Mazzino insisteva nel dire che l’aveva colpita con quattro fucilate e gli altri a sfottere bonariamente. Aprirono il cartoccio delle cipolle, si servirono e le tuffarono nel sale.
Pane e cipolle, pecorino e vino di Vinci.
Un rutto cavernoso, baritonale, tremendo e incredibilmente lungo, si sparse su quel convivio. Era la firma di Ugo che decretava la soddisfazione comune: tutti ne erano in attesa, domandandosi perché avesse aspettato così tanto tempo a rinnovare la consuetudine.
Fu Cesare a riportare il furgone alle presse di paglia. Cacciava con un semi-auto Beretta A 300 calibro 12,  comprato dal Giovanetti del Bottegone dieci anni prima. Adoprava anche un altro Beretta, una doppietta 20, modello 410 E  per lodole, fringuelli e tordi, quando era solo. Prendeva il 12, il Vecchio Trombone come lo chiamava ora, quando erano necessari 36 grammi di piombo grosso per colombacci, o quando cacciava con gli amici, per non regalare nulla.
Ai fagiani si trovava bene con le cartucce da piattello con 32 grammi di 7 ½. Ora aveva appoggiato il fucile, scarico, sul sedile, ripensando a quanto l’avevano criticato i suoi amici per aver mimetizzato il suo fucile.
Cesare, appassionatissimo di caccia, lo era ancor di più di armi ed era abbonato da anni a Guns & Ammo, la prestigiosa rivista americana di armi e caccia. Era al corrente delle mode USA e beveva con ghiottoneria gli articoli di caccia alle oche, al tacchino selvatico e alle tortore. Non aveva molta disposizione verso la caccia a cervi, caprioli e capre, capretti e caproni di qualsiasi tipo, ma seguiva con particolare interesse le dispute che avvenivano di là dall’Atlantico su cartucce, fucili e strozzature. S’innamorò di una fotografia che mostrava un cacciatore americano talmente mimetizzato nel vestiario e nel fucile da essere invisibile non solo al Wild Turkey, ma anche a chi leggeva il giornale, e questo lo indusse a  elaborare il Vecchio Trombone.
Per prima cosa si recò da un falegname amico e cacciatore.Un seghetto ben manovrato fece sparire dal calcio l’impugnatura a pistola, sempre odiata perché chiusa, non bella aperta come sui Browning a mollone.
A Cesare piaceva molto l’Effeenne di Mazzino, ne gustava la sottigliezza del sottocanna e del calcio all’inglese, magro come quello d’una doppietta di classe. A casa manovrò raspa e tela vetrata sempre più fine; dopo due giorni di lavoro su sottocanna e calcio si sentì soddisfatto. Era scomparso lo zigrino, ma l’amico Biffoli lo ripristinò. Ora la mano agguantava il calcio in modo più veloce, non obbligata dalla posizione della pistola troppo curva e corta.
Poi con lana d’acciaio finissima, intrisa di diluente, lavò tutto il fucile smontato. Con tre pennellini nuovi e tre piccoli barattoli di vernice mat da modellismo militare, si dette al lavoro di mimetizzazione, camouflage, come dicevano di là dall’onde. Il color sabbia opaco era quello tipico dei Tigre, i carri armati tedeschi dell’Afrika Korps e lui ci pitturò tutto lo schioppo, legno e metallo e già così il Beretta era di suo maggior gradimento. Con il verde di una Willys, la jeep degli americani, dette colpi di punta con un altro pennello. Infine con il marrone di un camion russo terminò l’opera in modo che le quantità dei tre colori fossero ben divise in parti uguali, mimetiche e amalgamate.
Quando lo tolse la prima volta dalla custodia, tutti risero a bloccaganasce; il più sarcastico fu, al solito, Mazzino:
“Che non ti scappi da pisciare… se tu l’appoggi a un albero, non lo ritrovi più!” Rideva e rideva diventando rosso indicando il Beretta, non credendo ai suoi occhi.
Gli altri lo seguivano nello scherno perché non c’è niente di più esilarante del contagio della risata: spesso stimola più il riso vedere gli altri ridere che il motivo alla base del dileggio.
Ma si calmarono perché la canna di quel Beretta… la conoscevano bene, una 67  forata 18,3 strozzata due stelle, scelta tra mille, che non restava dietro a nessuna.
Cesare chiuse il furgone a chiave e prese il ‘camaleonte’ al quale s’era affezionato perché diverso da tutti gli altri e perché era il suo, cucito addosso come un vestito: nasello 36 millimetri, tallone 58, deviazione 10; calcio centimetri 35 ½ . Tra le mani se lo sentiva comodo e veloce. Lo caricò e tenendo la cucchiaia elevatrice in dentro, dopo aver pigiato la cartuccia nel serbatoio fino al clik, scarrellò infilando un’altra cartuccia sotto la cucchiaia. Un trucchetto che tutti i proprietari dei Beretta serie 300, 301 conoscono bene. Si diresse dagli amici di buona lena perché verso le due era ricominciato un po’ di passo.
Nel prato, quasi tra i piedi, gli schizzarono via due lodole stridendo arrabbiate;  imbracciò veloce, ma il gilè aperto gli s’imbrogliò col calcio del fucile. Sparò a quella di destra che zigzagava con la coda sbiancheggiante, non la prese e dovette tirarle di nuovo. Cadde con un’ala spuntata e sparò all’altra due fucilate alla fine del mondo, senza colpirla. Corrucciato, rincorse svelto quella ferita, l’acchiappò, senza batterla in terra, perché l’ala era stata appena toccata da un pallino. La porse a Mazzino che nella Squadra rappresentava il crocerossino degli uccelli: una vecchia tradizione sostiene che gli uccelli feriti riescono, nel canto di richiamo, tra i migliori e l’ortolano osservava zelante la consuetudine. Lesto, legò le ali accostate al corpo con due elastici e infilò la lodola in una scatola vuota di cartucce che provvide a bucare.
Arrabbiato per quell’azione insufficiente sulle due lodole di rilevo, Cesare riprese possesso della sua parata, raggruppando con i piedi i bossoli sparati. Sempre con il fucile caricato con quattro cartucce, sparò a una lodola solitaria, poi ci furono discreti voli di fringuelli che curavano poco sia la civetta che l’affilo. Ma quella era un’incredibile zona di caccia: spesso avevano sostenuto che all’Aquilaia avrebbero rimediato un gran carniere anche senza gioco. I quattro amici sparavano bene e la giornata si stava rivelando una di quelle poche memorabili che fanno sopportare anche le maledette tante volte, e sono le più, in cui si rimane a becco asciutto. Seduto sul panchetto ripiegabile, Cesare apprezzava l’esperienza logistica della loro organizzazione. Le tele dei capanni, alte all’incirca 80 centimetri, erano in due parti. Lasciavano due aperture laterali in direzione della fossa, per cui uno poteva uscire sia a destra che a sinistra: quattro paletti d’alluminio, verniciati di marrone opaco, tenevano verticale il telo anteriore e quattro quello posteriore. Abbondante spago, cucito a larghe impunture sull’esterno della tela, tratteneva paglia e rametti di àlbatro.
La novità dell’anno riguardava un bastoncino con un ventaglio mimetizzato da infilare nei paletti per riparare gli occhi dal sole in faccia. Scorse all’improvviso quattro fringuelli puntarlo diritti in faccia, s’era mosso… quelli s’avvidero dell’insidia e fiancarono. Erano a tiro.
Si rifece dall’ultimo e via via che sparava, colpiva risalendo il gruppetto. Tirò all’ultimo che era quasi a 50 metri, ma l’occhio, il Vecchio Trombone e le cartucce autocentranti non si smentirono. S’alzò dalla postazione, contento, per andare a raccattarli mentre quella simpatica canaglia di Mario gli urlò:
“Ce ne puoi...!” Ridendo e battendo le mani per prendere per il culo, era contento.
Calò il Tramontano, la giornata era di quelle da raccontare a veglia.
Al pomeriggio le lodole erano più cattive, curavano meno e sul vangato se ne buttarono poche. Aumentarono le padelle, anche per la stanchezza.
I branchi che calavano sul gioco non entravano a tiro e s’allontanavano senza tornare, la Luigina s’era zittita, la Crespìna, stanca, s’era buttata dondoloni e Mazzino l’aveva tolta dal sughero e rimessa in gabbia, con un lodolino per pranzo. I quattro s’erano sfogati, apparivano stanchi, soddisfatti e i riflessi erano tornati nel loro mondo, tutto specchi e vetrate. Qualche fucilata al limite del tiro, nel mezzo di branchetti, non sortiva effetto alcuno, perchè, com’è noto, la padella più sicura si ottiene con una fucilata in mezzo agli uccelli, senza mirarne alcuno.
Mario e Ugo avevano la spalla destra dolorante; Ugo anche lo zigomo. Quando il passo si fermò del tutto, gli amici si dettero a vagare per il prato, a raccattare, a inseguire qualche lodola ferita, a ribatterne qualcuna buttata vicina. Ripulirono con cura tutto il luogo d’appostamento. In un sacco tutti i bossoli, le bucce di mele, pere, le carte delle colazioni, le bottiglie dell’acqua e del vino; in altri le parate arrotolate; in un altro gli stampi. Mazzino era arrivato col furgone e disposero le gabbie, le canne, vanga e rastrello al loro posto. Un’occhiata scrupolosa li rese certi che stavano lasciando il luogo come l’avevano trovato. Andarono a salutare l’Emma e Adorno pagando il disturbo; erano le sei e con gioiosa tristezza guidarono verso casa dandosi il cambio. Si fermarono a un rinomato bar di Siena per un buon caffè e un panforte fuori classifica. Ugo pensava già al vitellone da macellare, comprato in località Ferruccia; Mario a quello stock di biciclette da donna. Mazzino aveva solo sonno e Cesare, appagato dalla caccia, provava piacere dell’amicizia e del momento che stava vivendo. Aveva un florido conto in banca, guadagnava bene e ‘casa di suo’, come si dice. La moglie... beh, quando pensava a Susan provava ansia, malinconia, il rammarico di non aver risolto un problema. Era il suo turno di guida; avevano sparato molto e meglio del solito, agli strozzini c’erano tanti ma tanti uccelli tra lodole e fringuelli, un gran bell’insieme marroncino chiaro, con qualche fiammata di giallo dovuta a calenzoli e zigoli.

Franco Antonelli

 

 

Tratto dal libro Caccia sul Monte Sacro

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1 commenti finora...

Re:Le Lodole dell'Aquilaia

Bellissimo racconto di caccia,di questa stupenda passione

Voto:

da Iano62 02/12/2018 18.37