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Racconti

La fontana dell’Acqua Chiara


mercoledì 8 gennaio 2020
    

Per Umbro era consuetudine fare una veloce tappa al bar per un caffè prima di ogni battuta di caccia. I bar a quell’ ora, soprattutto nei giorni festivi, erano frequentati quasi esclusivamente da cacciatori o da ragazzi che rientravano dalle serate in discoteca e non era raro incontrare qualche vecchia conoscenza anche in locali molto distanti da casa sua. Quella mattina incontrò e salutò Pasqualino un signore che conosceva da moltissimi anni, il quale incuriosito, forse perché indossava un gilet e un cappello di colore arancione, gli chiese se per caso facesse la caccia al cinghiale.

Umbro gli rispose di no, che praticava quella alla beccaccia e che il colore visibile del suo abbigliamento era solo per motivi precauzionali che aveva adottato da quando si era trovato circondato da carabine proprio nel bel mezzo di una battuta all’ ungulato. Pasqualino gli chiese dove fosse diretto e poi in uno slancio di altruismo, senza che Umbro gli avesse chiesto nulla, gli indicò un posto che, a suo modo di vedere, era molto buono per la regina del bosco. “Intorno alla fontana dell’ Acqua Chiara tutta la zona è buona per la beccaccia”. Umbro si fece spiegare in modo abbastanza dettagliato la strada per arrivare a questa fontana. Il percorso per raggiungere la zona era abbastanza agevole ma quando arrivò trovò un’ estensione di boschi a perdita d’ occhio e di “strada che scende verso il basso”, come dalla minuziosa descrizione di Pasqualino, non ce ne era solo una ma svariate che formavano una specie di ragnatela che solcava in modo irregolare tutto lo sterminato bosco. Trovare la fontana sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio. Poco male pensò e si mise alla ricerca addentrandosi nella macchia.

Il bosco gli apparve subito ottimale per la sosta della beccaccia, oltre questo aveva un qualcosa di fatato: immenso, silenzioso, percorribile grazie a queste strade di terra e attraverso molteplici stretti sentieri che lo solcavano, trasudava anche del fascino che ha ogni cosa inesplorata, da scoprire.


La macchia era la tipica mediterranea, costituita da radi lecci, roverelle, cerri e da un sottobosco fittissimo di ginepri, ginestre ed erica. L’erica, un arbusto molto comune nei boschi di media e alta collina, i cui rami, semplicemente legati tra loro, un tempo venivano utilizzati  per realizzare scope grossolane da usare per la pulizia di ambienti rustici  soprattutto stalle e  magazzini. Queste venivano chiamate dai contadini “scoponi”  per distinguerle dalle comuni scope usate per le faccende domestiche che  invece erano realizzate con la  più fine saggina. La presenza di queste eriche garantisce un habitat ideale per la vita della beccaccia perché la loro chioma fittissima e sempreverde mantiene un’umidità del terreno che permette a vermi e invertebrati, che costituiscono la sua alimentazione prevalente, di proliferare. Umbro pensò che se fosse stato una beccaccia gli sarebbe piaciuto stare là. Assorto in questi pensieri  sentì il beeper di Perry che suonava poco sotto di lui. Corse a servirlo e incarnierò la beccaccia. “Aveva ragione Pasqualino” pensò. Nei giorni successivi ritornò sempre là, non si sa se per cercare regine o questa intrigante fontana che trovò solo dopo molto tempo. Nel frattempo il bosco gli regalò molte beccacce e per alcuni anni quello divenne il suo posto di caccia preferito. Un tardo pomeriggio, quando ormai non ci pensava nemmeno più, scoprì che di quella che Pasqualino gli aveva descritto come “fontana” in realtà era rimasto poco più di una pozza, ricavata direttamente nel vivo della roccia e alimentata da un rigagnolo di acqua che fuoriusciva da una crepa tra due pietre. Al momento era completamente abbandonata, ricoperta da muschi e fango e circondata da felci per cui non era facile individuarla tra la vegetazione. All’occhio superficiale poteva sembrare una cosa insignificante ma Umbro, dopo averla osservata curiosamente, entrò subito nella sua macchina del tempo che tornò indietro di molte decine di anni.

La fontana si trasformò ai suoi occhi attoniti in una sorgente di vita. Intorno a lei ruotava tutta la quotidianità della casa colonica che si trovava sulla sommità di un poggio a poche centinaia di metri. Sentì in lontananza le grida divertite dei bambini che si rincorrevano nell’ aia, il canto degli animali da cortile, il vociare dei contadini nei campi sottostanti. Dopo un po’ vide arrivare una vecchia donna con una brocca sul capo e due nelle mani. Quella sulla testa era poggiata sopra un panno arrotolato mentre le altre due venivano tenute per il manico. La vecchia, che forse non era neppure tanto vecchia, aveva il volto solcato da profonde rughe e la pelle avvizzita dal sole. Riempì le brocche direttamente dal rigagnolo che sgorgava tra le rocce poi si avviò verso casa. Umbro immaginò l’ andirivieni dal casolare alla fontana per le necessità quotidiane: lavarsi, prendere l’ acqua per bere, fare il bucato ecc.


Nel frattempo dalla strada sottostante risaliva un carro trainato da due vacche chianine che il contadino di tanto in tanto incitava con la voce e col frustino: “dajè Rondinè, daje Tosca”. Le vacche sembravano non curarsi delle frustate che neppure dovevano essere dolorose ma solo di sollecitazione e proseguivano col loro incedere lento e rassegnato. Arrivati alla fontana si abbeverarono, le vacche nel “trocco” e il contadino direttamente dalla sorgente. Umbro pensò che in fondo la vita del contadino non fosse molto diversa da quella delle vacche. Una quotidiana lotta per la sopravvivenza, per tirare avanti, ripetendo con monotonia le stesse cose per giorni, per stagioni, per anni. Forse non prendeva frustate, forse si, dal fattore o dal padrone. Forse non erano frustate fisiche, chissà….. Forse erano ancora più dolorose. Anche il contadino si avviò verso casa. Da lì a poco sarebbe stato buio e doveva ancora accudire agli animali rimasti nella stalla. Forse nel frattempo qualcuno aveva tagliato un po’ di erba da dare alle bestie altrimenti gli avrebbe dato gli steli del granturco fresco che portava sul carro. Appena si fu allontanato arrivarono alcuni uccelli ad abbeverarsi, e dopo poco Umbro vide in fondo alla strada una ragazza che teneva una cavalla per la cavezza che si stava avvicinando. Dal basso comparve un giovane che probabilmente proveniva da uno dei poderi sottostanti. La giovane con pochi movimenti sicuri assicurò la cavalla ad un querciolo nei pressi della fontana, questa si abbeverò con noncuranza mentre i giovani, baciandosi con avidità, si inoltrarono abbracciati nel bosco sottostante dove sarebbero stati coperti da sguardi indiscreti. Nel frattempo Umbro pensò alla famiglia della ragazza, chissà se sapeva. Forse la madre era consapevole e complice come sono di solito le madri e magari anche il padre sapeva anche se faceva finta di non sapere per mantenere fede alla sua figura di uomo burbero e severo. Chissà ….


Tornò in se e si rese conto che il beeper di Perry suonava da chissà quanti minuti, bisognava correre a servirlo ….





Maurizio Famoso

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