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Racconti

Due cinghiali


venerdì 16 ottobre 2015
    

Davanti, verso sud nella piccola catena di monti di media altezza che ripara le basse terre della Toscana dal mare, si staglia sul profilo azzurro del cielo la Rocca di Miemo; sembra ancora intatta nella sua funzione di sentinella e di fortezza che domina la vallata del torrente La Sterza; sotto scendono boschi di lecci querce e cerri in questo periodo chiari e bruni del colore delle beccacce, estesi su tutto il versante e che quindi risalgano verso questo luogo incantato e selvaggio dove mi trovo in attesa che un cinghiale esca dalla macchia e mi arrivi davanti. Infatti sotto di me, sta salendo tra i macchioni impenetrabili di spine e rovi la piccola squadra di amici canai, ecco, un cane fa un abbaio forte poi tace, Mauro canaio esperto grida: “Attenti sopra, la Foresta abbaia a fermo”.

Dopo alcuni minuti di silenzio riprende ad abbaiare in maniera sostenuta, altri cani, si aggiungono, insieme i canai urlano, vociano, sparando a salve per far fuggire il cinghiale dal covo “Dai abbaialo, dai, via, gatto via, abbaialo, Lido dai: ecco è partito, arriva, attenti sopra, attenti!”

Sono vicino ad una vecchia casa colonica diroccata al margine di una strada campestre scoscesa, un cinghiale grosso e irsuto con la coda ritta e il pelo gonfio esce dalla macchia e vola letteralmente attraverso la strada dirigendosi poi verso uno scamporato di erba gialla. Non sono riuscito a sparare subito per la sua velocità e poi sotto c’erano i canai che salivano e poteva essere pericoloso, ma dopo d’imbracciata sparo velocemente il primo e un secondo colpo con la mia carabina 30-06. Il cinghiale ferma la sua corsa trascinando  le zampe posteriori per il proiettile che da dietro l’ha quasi attraversato,  arriva la “Foresta” poi altri cani: lo mordono ferocemente, ma dopo gli ultimi sussulti è morto, seguitano a morderlo con odio, con rabbia strappandogli ciuffi di peli, corro a vedere e li allontano con qualche difficoltà. E’ un grosso verro con difese notevoli e acuminate che escono dal grifo brinato. Arrivano i canai si complimentano con me e con loro stessi:  sono riusciti a stanarlo io ad ucciderlo in una sintesi perfetta, la sosta è lunga, qualcuno fa una foto per  aumentare la memoria di momenti indimenticabili.

Ma la cacciata deve riprendere, saliamo più in alto, ai margini di un canalone pieno di rovi compatti che promette bene; ad un certo punto i cani ricominciano ad abbaiare: è ancora la Foresta per prima poi Selvaggio, i canai ancora gridano e sparano a salve per stanarlo: un altro cinghiale esce dal canalone dirigendosi verso un  boschetto scuro di lecci;  c’è di posta Mario, piccolo e tozzo, che gli spara due colpi con la sua doppietta del 12: il cinghiale fa un guizzo in alto e cade. Sono lontano ma vedo la scena come in un film. Mario corre verso la sua preda con il fucile spianato, il cinghiale potrebbe rialzarsi e caricare oppure rialzarsi e scappare. Anche qui i cani sono addosso e ripetono la loro scena feroce e selvaggia: la natura l’istinto e l’addestramento lo consentono, ringhiano e lo mordono: negli ultimi sussulti di vita agita le zampe in aria e grugnisce debolmente. Poi più niente.

Corro anch’io per vedere, anche gli altri, le Poste vicine e i canai come quasi sempre avviene, per curiosità, arrivano a guardare: anche questo è grosso ma con poche difese essendo una femmina. Giudico il peso “è molto grossa sarà circa 80 Kg” certamente più pesante dello sparatore, guardo i colpi che hanno raggiunto il cinghiale e mi rivolgo a lui “Con un colpo l’hai preso bene alla spalla e di lì è di certo arrivato al cuore, bravo! Ma con l’altro colpo l’avevi sbagliato, gli hai solo fatto un graffio sul ventre!”
“Bèh, disse Mario,  dalla battuta toscana pronta e svelta” quello era il primo colpo, l’ho tirato lì per prendere la misura!

Poi il solito rito il recupero faticoso dell’animali uccisi, il dispiacere e il dolore della morte vista da vicino insieme al piacere della preda, del risultato positivo di un’azione di ricerca, di speranza, di caccia.
Ormai in questo mese di dicembre le giornate sono cortissime, la cacciata è finita  con la notte che avanza velocemente estendendo il suo manto sul profilo scuro dei monti e sul cielo ancora senza stelle mentre in basso le valli si coprono piano piano di una nebbia fina fina e i colori così vivi  della campagna e dei boschi si spengono; risuonano ancora le voci dei canai che chiamano qualche cane che si è allontanato seguendo la pista di un misterioso animale. Se non arrivano subito li troveranno più tardi nel posto esatto dove li hanno scesi dalle macchine.

Dispiace che una bella giornata di caccia sia finita, vorremmo vincere la notte e seguitarla, ma durerà ancora nella memoria di tutti noi insieme alla speranza di una prossima cacciata ancora migliore.


Alfredo Lucifero

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