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13/07/2017 13.15 

Dal 1953 allevo e addestro per pura passione cani da ferma e considero la pratica venatoria un insostituibile laboratorio per sperimentazioni, verifiche e riscontri.

Il mio interesse per il cane in tutte le sue manifestazioni è stato sempre assiduo e alla fine sono giunto alla conclusione che la sua vera natura presenti ancora dei lati oscuri.

Ogni proprietario di cani è convinto di sapere tutto su di lui, ma io penso che ciò dipenda dalla lente deviante dell'antropomorfismo causato dalla convivenza e alla sbalorditiva capacità di adattamento del cane che gli fa recepire spontaneamente i ritmi della vita domestica e venatoria del padrone, frutto di opportunismo istintivo (più che di intelligenza od affetto).

Il tema dell'olfatto del cane e della sua flessibilità operativa in proposito è sintomatico. Per diffusa convinzione la potenza olfattiva è ritenuta la qualità più importante del cane da ferma, sul presupposto che essa serve ad individuare e fermare i selvatici.

La mia opinione è che questa concezione sia "meccanicistica" (percezione olfattiva-ferma) e quindi una semplificazione inadeguata alla complessità del fenomeno.

Penso che l'apparato neuronale e sensoriale del cane sia un sistema complesso che utilizza un concorso sinergico di potenzialità in parte sconosciute che registra, valuta, analizza e metabolizza ogni stimolo esterno, elaborando un impulso nervoso reattivo, cioè un comportamento adeguato.

Sull'adeguamento del modo di cacciare e adoperare l'olfatto del cane da ferma, le osservazioni di Cesare Bonasegale, lucide ed appropriate come sempre, sono illuminanti.

La tecnica venatoria del cane (da cui dipende la resa venatoria) è il frutto di un equilibrato concorso di prestanza atletica, esperienza, olfatto, altezza del portamento di testa, velocità, ampiezza della cerca, sfruttamento del vento o del terreno, senso del selvatico, facilità di incontro, talento nel fermare alla distanza "giusta" (cioè tale da indurre il selvatico alla difesa passiva dell'immobilità, senza farlo frullare), percezione dello stato di allerta o di quiete del selvatico.

Il cane di talento adegua di volta in volta in tempo reale la sua tecnica venatoria alle citate condizioni ambientali, che influenzano la mobilità, l'altezza e la persistenza delle particelle odorose lasciate dal selvatico, vale a dire temperatura, umidità, pressione barometrica, tipo ed intensità della ventilazione, tipo e densità della vegetazione, natura del terreno e tecniche agricole con cui è trattato.

In conclusione la mia opinione è che il cane, a seconda del talento genetico e dell'esperienza, adegua e varia la sua tecnica venatoria, e quindi anche il modo di usare l'olfatto, alle citate condizioni ambientali.

 
Enrico Fenoaltea

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