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21/12/2018 18.16 


Purtroppo, oramai, le occasioni di incontro con quella che un tempo era la regina della caccia italiana con il cane da ferma sono ridotte al lumicino già prima dell’apertura, mentre generalmente arrivano a zero un paio di giorni dopo l’inizio della stagione. Così il cacciatore del terzo millennio, soprattutto se le sue licenze non sono moltissime, deve accontentarsi dei surrogati più o meno validi che si trovano in peraltro rare aziende faunistico-venatorie. Eh sì che da un lato ci si può considerare fortunati a non aver mai conosciuto il frullo vero delle starne nate libere, in maniera tale da poter ancora provare delle emozioni quando, poco prima dell’apertura, si scopre qualche branchetto inaspettato, magari frutto della gara dell’ultima ora di questa o quella associazione venatoria. Invece, per tutti i nembrotte non più di primo pelo, le starnette d'allevamento non possono che suscitare rabbia o, nel migliore dei casi, tenerezza.

Sciogliendo Zirka, la mia pointer bianco-arancio che non sarà mai specialista sulle starne, almeno su quelle italiche, torno a fantasticare su com’era la caccia a questo galliforme a metà del secolo scorso, prendendo atto del fatto che, per i cacciatori come per la selvaggina, il tempo rende assai difficile trovare memoria storica di un qualcosa che non esiste più da decine di anni. Per fortuna, però, nella zona in cui vivo esiste ancora qualche cacciatore che le starne vere se le ricorda bene.

È il caso di Gino, una vita sulle montagne sopra casa sua, una carriera di cacciatore lunga decine e decine di stagioni, che si è improvvisamente interrotta quando la starna ha smesso di popolare la sua terra natale. “Non era più caccia, per me” mi ha detto sorridendo un giorno mentre prendevamo il caffè insieme. “Hai voglia a buttar giù fagiani o altri pollastri d’allevamento! Quella che facevo io era una caccia che voi giovani non potete immaginare. Ancora ricordo le guidate chilometriche dei cani, le rimesse da un monte all’altro, la calma e tutte le accortezze da usare a stagione inoltrata, per evitare che il branco, ormai smaliziato, si involasse cento metri prima dell’arrivo del cacciatore… E poi l’etica: ai miei tempi non c’era bisogno di mettere dei limiti al carniere, perché tutti noi sapevamo che distruggere interi branchi avrebbe significato non ritrovare più le starne l’anno successivo. Adesso dov’è finito il cosiddetto rispetto del selvatico? Non c’è più, e nemmeno le mie starne”. 

Ho ancora negli orecchi i consigli e i suggerimenti del mio anziano mentore quando, uscendo da una macchietta di faggi, scopro Zirka in ferma statuaria in mezzo al falasco. Ci siamo! Mi avvicino, attento a non fare rumore, chinandomi leggermente per non spaventare la brigata e deciso più che mai a servire la mia fedele amica, che tanto si è prodigata per il suo e mio piacere: ecco, prendo posizione, è il momento... Brrrrrrrrrrr! Il branco che parte mi trova come sempre sorpreso, i due colpi esplosi dal mio sovrapposto salutano le grigie che volano via indenni, a testimonianza che anche dopo venti e più licenze si può padellare con il cane in ferma e in condizioni più che mai favorevoli.


Daniele Ubaldi

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