Sull'intelligenza del cane le opinioni degli etologi e quelle di coloro che con i cani convivono sono del tutto diverse. Credo che ciò dipenda dallo speciale rapporto che si instaura nella convivenza, tra il cane e il padrone, perchè quest'ultimo finisce per considerare il cane un membro della famiglia (lo tratta come si usa con i bambini con leccornie, vezzeggiativi, carezze). Le assidue festosità accattivanti del cane suscitano l'affetto del padrone e questo lo porta a giudicarlo con criteri umani antropomorfici, come se le sue manifestazioni fossero imputabili a gratitudine o intelligenza.
La mia lunga esperienza di cinofilo mi fa pensare che la vera natura dei meccanismi mentali del cane sia ancora poco conosciuta, anche perchè la scienza, dopo i remoti esperimenti di Pavlov (sui riflessi condizionati) ha trascurato il cane domestico, perchè ritenuto un prodotto artificiale della selezione e solo dalla metà del secolo scorso grazie a K. Lorenz gli etologi, sulla scia degli studi sul lupo selvatico, sono tornati ad occuparsi del cane.
Il lavoro degli etologi è stato fondamentale perchè ha dimostrato che ogni comportamento in natura è funzionale all'autoconservazione (la sopravvivenza è la legge fondamentale della natura) e che l'istinto di fronte agli stimoli produce pulsioni automatiche adattative (geneticamente fissate per selezione dei più adatti) governate dal meccanismo "piacere-dolore", cioè le azioni utili a sopravvivere sono rafforzate dal piacere che ne consegue, mentre un blocco inibitorio (paura-dolore) dissuade da compiere azioni pericolose.
Gli etologi ripercorrendo a ritroso le tappe del processo evolutivo che ha dato origine al cane domestico, sono riusciti a distinguere nel suo modo di essere i comportamenti che direttamente o indirettamente sono collegabili agli istinti ancestrali del lupo, da quelli che sono il frutto della selezione.
Con una certa approssimazione si può dire che nel cane sono dovuti alla selezione (e ignoti al lupo) la docilità, la capacità di adattamento a qualunque regime alimentare e di vita; la plasticità neuronale che consente agli allevatori di ottenere con relativa facilità modificazioni genetiche, la sinaptogenesi (attiva nel periodo sensibile del cucciolo fino ai 24 mesi) che sollecitata da stimoli esterni accresce le attitudini cognitive del cane (che riesce così a svolgere ruoli di attiva collaborazione con l'uomo nelle varie "attività" per cui è selezionato); la fedeltà eterna al padrone (del cane quando è "appadronato") e l'elevato tasso di addestrabilità.
Ma per tutto il resto, ciò che fa il cane ha un collegamento più o meno diretto con gli istinti ancestrali del lupo selvatico, in un perimetro opportunistico istintivo (la natura ignora altruismo o generosità perchè pericolose dissipazioni di risorse e di energie).
Così, la territorialità lega il cane alla residenza del padrone, il senso della gerarchia gli fa accettare la dominanza del padrone (visto come capo branco, da cui dipende per la sicurezza e per il cibo); la socialità gli fa accettare i ritmi nella vita domestica al punto da fargli preferire la compagnia degli umani a quella dei consimili.
Ma il cane domestico si distingue dagli altri animali domesticati (ovini, bovini, suini, animali da cortile ecc) perchè questi sono solo "macchine" create dall'uomo per produrre in modo ottuso e meccanico carne, latte e forza lavoro, mentre il cane, grazie alla selezione e all'addestramento, è in grado di svolgere con una certa autonomia innumerevoli compiti utili all'uomo.
Ma a mio parere al fondo delle azioni del cane c'è sempre l'istinto, perchè il cane compie spontaneamente e volentieri tutte quelle azioni che in qualche modo sono conformi al suo istinto, mentre si rifiuta di obbedire a ciò che contrasta con l'istinto (ad es. interrompere l'inseguimento di un gatto o di una lepre, o di una cagna in calore ecc).
In questo ultimo caso l'ordine del padrone e la sua disapprovazione non sono sufficienti per ottenere obbedienza e solo con l'addestramento, cioè con una tecnica coercitiva, si può riuscire a frenare l'istinto.
L'addestramento utilizza sistemi premiali (per indurre il cane e fare qualcosa) e sistemi punitivi (per dissuaderlo da azioni vietate).
Ma punizioni o premi sono efficaci solo se contemporanei alle azioni del cane, perchè questo non è in grado di stabilire nessi logici tra i fatti, in quanto le sue associazioni sono elementari e strampalate perchè basate solo sulla vicinanza cronologica dei fatti e cioè se il fatto B segue immediatamente il fatto A, per il cane quest'ultimo è la causa di B.
Punire il cane solo dopo che ha commesso una mancanza è inutile, perchè il cane non avendo senso morale, non collega la punizione attuale con la mancanza precedente.
Non inganni l'atteggiamento contrito del cane che dopo la disobbedienza torna dal padrone, perchè non è pentito per ciò che ha fatto ma teme l'inevitabile castigo che sa di dover subire (ma che non sa collegare al mal fatto).
In conclusione gli istinti sono comuni a tutti gli esseri viventi (incluso l'uomo) ma mentre negli animali selvatici e in quelli domesticati la reazione allo stimolo è sempre uguale a se stessa, nel cane può variare (nei limiti della "animalità") per effetto della selezione (che ha migliorato la capacità di apprendimento e di adattamento) e per l'addestramento, nell'uomo grazie allo sviluppo intellettivo, la recezione agli stimoli può variare, assumendo forme originali e creative, così da dare soluzioni innovative ma sempre più appropriate ai problemi.
Basti pensare che solo l'uomo è l'unico animale culturale, l'unico capace di programmare il suo futuro, l'unico che ha inventato idee, religioni, arti, scienze, morale, l'unico che non dipende dai prodotti della natura per sopravvivere, ma che "costringe la natura" (di cui ha conosciuto le leggi) a produrre ciò di cui ha bisogno, per concludere che è mproprio ogni confronto tra "l'intelligenza" attribuita al cane e quella propria dell'uomo.
Enrico Fenoaltea