L’ultimo colombo


venerdì 3 novembre 2017
    

L’anno scorso eri già malato. Rivedo il tuo sorriso forzato mentre dicevi: «Andate voi col cane, io non ho voglia di camminare. Preferisco stare in cima al colle, accanto alla quercia grande, per cercare di tirare a qualche colombo.»  

Gli anni precedenti ti prendevamo in giro quando cercavi di percorrere i viottoli più comodi e meno scoscesi con l’ennesima sigaretta accesa fra le labbra. Capivo, vedendo la voluttà dipinta nei tuoi occhi ogni volta che aspiravi, che non avresti mai smesso di fumare. Lo avevano notato anche gli altri. Nessuno ebbe il coraggio di farti la predica, di consigliarti ancora una volta di farla finita col fumo che ti occludeva i polmoni. Mentre scendevamo giù per la vallata alla ricerca di qualche fagiano, speravo di sentirti sparare.  Immaginai la tua faccia sofferta mentre aprivi il nuovo pacchetto di MS, dopo avere appoggiato il fucile alla grande quercia.

«Che pensi?» mi chiese Sergio, vedendomi pensieroso.


«Andiamo verso il fiume, vediamo di smuovere un po’ di colombi posticci» gli risposi.


Sergio capì che volevo farlo per te, caro Renzo,  per cercare di farti sparare almeno un colpo. Riuscimmo nell’intento. I colombi, spaventati dal cane, risalirono la collina e ti passarono a tiro. Sentimmo, nitide, le fucilate partite dalla tua doppietta. Sergio mi guardò soddisfatto. Quando, passato il fiume, gli altri iniziarono a scalare la collina che portava nella zona più lontana dalla fattoria, io tornai indietro e venni a tenerti compagnia. Mi sorridesti,  col sorriso angoscioso degli ultimi tempi, e mi mostrasti il colombo abbattuto. «Ho fatto un bel tiro, mi dicesti, questo fucile mi viene veramente bene» e guardasti la doppietta, fatta da un artigiano delle Sieci, con l’affetto che suscitano in noi le cose che più abbiamo amato e ci dispiace lasciare.   


Avevi riscosso da pochi giorni la liquidazione. Una cifra importante, una somma che ti avrebbe consentito di toglierti diverse soddisfazioni, ma non riuscivi a  gioire. Ricordo che mi dicesti: «Quest’estate, se ci sarò ancora, voglio ristrutturare la casa che ho ai Lidi Ferraresi e passarci diversi mesi con la mia donna.»


Mi raccontasti che ti piaceva andare a mangiare il pesce pescato e fritto in una di quelle costruzioni in muratura dotate di una grande rete a bilancia, sul canale che va al mare. Mi parlasti dell’ospitalità dei pescatori del luogo. Un giorno ti eri fermato per chiedere un’informazione proprio mentre stavano tirando su la grande rete e, notando il tuo interesse, ti avevano invitato a rimanere con loro a mangiare il pesce appena pescato. Avevi accettato l’invito e, dopo aver prelevato dal bagagliaio e posto sulla tavola apparecchiata un fiasco di vino del Chianti, ti eri unito alla compagnia. Avevate subito legato, regalandovi momenti di allegria. Sei sempre stato un tipo scherzoso, burlone. Il tuo caratteristico sarcasmo toscano aveva fatto breccia nel gioviale ed esuberante temperamento di quei simpatici abitanti della Romagna. Aspettavi, dunque, l’estate, con la speranza di rivivere altre giornate spensierate, ma sentivi, sapevi, che non ce l’avresti fatta, che la fermata era vicina. Eri già stato al cimitero della Rufina, ti eri informato per un posto. L’addetto del Comune ce lo disse il giorno del funerale. Ricordò che quando ti eri rivolto a lui, notando il suo stupore (gli sembravi troppo giovane per interessarti di certe cose), gli avevi detto: «Voglio sapere dove finirò, sa, ho un cancro.» In quel momento, ho rivisto il tuo strano sorriso mentre mi mostravi il colombo abbattuto e mi parlavi del mare e dei progetti per l’estate, e ho capito: era un sorriso senza luce, coperto da una greve lapide di marmo.

E’ passato un anno. Mi trovo nuovamente qui, vicino alla grande quercia. Gli altri sono più giù, dietro al cane che sta cacciando.  Un colombo ha risalito la vallata, sta  passando proprio dal tuo posto. «Sopra», mi viene spontaneo gridare, con gli occhi pieni di lacrime, immaginando che tu sia ancora lì, con la  doppietta che ti veniva così bene, e con, in bocca, l’immancabile sigaretta accesa.   



Piero Andrea Carraresi

 

Tratto da RACCONTI DI CACCIA, PASSIONE E RICORDI
Raccolta di racconti in ordine di iscrizione al 3° concorso letterario “Caccia, Passione e Ricordi”
A cura di: Federcaccia Toscana – Sezione Provinciale di Firenze fidc.firenze@fidc.it    www.federcacciatoscana.it

 


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