TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO


lunedì 18 ottobre 2010
    
Stefano MasiniA lungo nella caccia si è andati avanti grazie ad un equilibrato mix di due ingredienti, che si sono temprati reciprocamente con efficienza ed equità: un’austera anarchia e un’intelligenza affettiva. Questi ingredienti, semmai oggi fossero ancora rilevabili, non sarebbero più sufficienti. Proprio perché dobbiamo cambiare quel mix, nel guardare a un auspicato rinnovamento  non dobbiamo commettere l’errore di chi, indicando la luna con un dito, poi, si sofferma a valutare l’inclinazione del dito, perdendo la visione della luna, di fronte, e la sua rotazione.
 
Un simpatico libricino illustrato di Staino, pubblicato di recente, introduce il piccolo dizionario ambientalista, che disegna l’ambientalista come un individuo ironico, normalmente appartenente al mondo occidentale, di cultura medio alta, benestante, il quale, non avendo meglio da fare, infastidisce le persone perbene con assurde teorie comportamentali in nome di una non meglio definita tutela dell’ambiente. Questa definizione ironica è quella che noi abbiamo sempre percepito, sottovalutando, in realtà, un fenomeno, con la conseguenza che, oggi, troviamo, purtroppo anche al Governo, i nipoti di un modo di pensare l’ambientalismo che rappresenta, proprio, questa definizione. In una recente intervista pubblicata sul Corriere della Sera alla signora Brambilla, alla domanda sull’origine della sua vocazione ambientalista, lei risponde che, fin da piccola ha convissuto con cani, gatti, pecore e galline, che i pulcini pigolavano in soggiorno ed i conigli giravano nella sua stanza. Insomma, una concezione aberrante dell’ambiente.

Rispetto a ciò soccorre la lettura di un testo, sempre ironico, di un grande economista, Carlo Maria Cipolla, che ho letto qualche tempo fa, di recente ristampato, dal titolo Allegro ma non troppo. L’autore dice una cosa, che, a mio parere, evidenzia un grave problema culturale e rappresenta il motivo per cui il movimento della caccia non ha saputo intercettare i nuovi fenomeni dell’ambiente. Secondo Cipolla, “da Darwin sappiamo di condividere la nostra origine con le altre specie del mondo animale e tutte le specie si sa, dal vermiciattolo all’elefante, devono sopportare le loro dosi quotidiane di tribolazione. Gli esseri umani, tuttavia, hanno il privilegio di doversi sobbarcare un peso aggiuntivo, una dose extra di tribolazioni quotidiane causate da un gruppo di persone che appartengono allo stesso genere umano. Questo gruppo è molto più potente della mafia, è molto più potente dell’internazione comunista, è un gruppo non organizzato, che non fa parte di alcun ordinamento, non ha un capo, non ha un Presidente, non ha uno Statuto, ma che riesce ad operare in perfetta sintonia, come se fosse guidato da una mano invisibile. Questo gruppo - dice il nostro economista - è formato dagli individui stupidi – aggiungendo, poi, in maniera molto seria, una serie di leggi fondamentali applicate all’economia - ma le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide e – aggiunge – la persona stupida è la persona più pericolosa che esista”.

Ora, da parte dei cacciatori, sono stati commessi nel tempo due errori, che si continuano a commettere:
 
1) sottovalutare gli ambientalisti “stupidi”, di cui abbiamo fatto un esempio;

2) ritenere che tutti gli ambientalisti siano stupidi.

Questo è il grave errore che è stato commesso: una grande forza sociale come il mondo della caccia deve essere consapevole di doversi battere per i propri interessi, senza, però, ignorare le ragioni e le idee dei cittadini. E quella dell’ambiente, oggi, è una ragione diffusa, di tutti, non soltanto degli “stupidi”. Nell’espressione di uso comune i cacciatori vanno a caccia risiede il primo elemento della diagnosi di una malattia grave, che deve essere estirpata, perché, oggi, i cacciatori non possono permettersi più di andare solo a caccia.

A questo proposito, credo che qualche riflessione disordinata, quasi eretica, possa essere utile. Vorrei partire da una strofa di una canzone degli anni sessanta, che intonava il declino della campagna descrivendo l’incipiente sviluppo di fabbriche e città. Mi riferisco al ragazzo della Via Gluck, che rappresenta una metafora, a mio avviso, significativa. La canzone, del 1966, parlava di un ragazzo che viveva fuori città, che aveva una casa in mezzo al verde, finché un giorno disse ad un amico “vado in città” e lo diceva mentre piangeva e l’amico rispondeva “ma non sei contento vai finalmente a stare in città e lì troverai le cose che non hai avuto qui”. In città c’erano altre cose: c’erano, tra l’altro, anche i supermercati, mentre in campagna i supermercati non c’erano.

Ora, non è passato molto tempo, circa trent’anni e la campagna è tornata a fare parte dell’immaginario dei cittadini, come un’aspirazione, un sogno. Credo di avere ragione nell’affermare che la gente quando ha un minuto di libertà va in campagna, a fare una passeggiata, ad acquistare una bottiglia di vino, magari, se può, a fare vacanza nell’agriturismo (i dati inerenti alle vacanze negli agriturismi, in campagna, negli ultimi anni segnano un trend assolutamente crescente, un vero e proprio boom).

Questo mi fa venire in mente una battuta che la nonna di Ignazio Silone fa quando questi si reca a salutarla, per annunciare l’emigrazione: “povero figlio mio mangerai pane comprato”. Oggi, la nonna di Ignazio Silone ha una rappresentazione della realtà efficacissima, perché tutti noi vorremmo tornare ad allora. A questo proposito vi segnalo che in questi giorni, la Coldiretti ha vinto una battaglia con il Ministero delle Finanze, il quale ha finalmente riconosciuto agli agricoltori la possibilità di fare il pane. Infatti, una legge del 1967 impediva a questi la panificazione: ora, oltre al pane dei commercianti potremmo tornare a mangiare il pane dei contadini. Sostanzialmente, i cittadini stanno facendo un percorso a ritroso. Da questo punto di vista, l’agricoltura ha avuto ed ha idee di successo, è stata capace di diventare un modello positivo - perché sostenibile - di economia e la chiave di questo successo è stata, proprio, quella di far partecipi i cittadini-consumatori di un modello di sviluppo, che è stile di consumo, attuando, così, un’inversione di marcia.

Una delle malattie più gravi che ha interessato l’agricoltura – peraltro assistita dai contributi comunitari – è stata l’abbandono del territorio ed il suo rapporto con l’ambiente. L’agricoltura, per un periodo, è stata un’attività che distruggeva ciò che produceva. Qualcuno di noi ha immagini ancora vive delle distruzioni perpetrate dalle aziende, che intervenivano sul mercato per controllare i prezzi dei prodotti. Una concezione con cui noi non abbiamo più nulla a che fare e che ha rischiato di portare l’agricoltura sulla strada dell’asservimento a modelli culturali che l’avrebbero, inevitabilmente annientata, impoverendola di risorse e di valori.

Poi è intervenuta una svolta, che ha condotto a privilegiare il consumo di elementi di qualità e sicuri: la mucca pazza del 2000 ha cambiato il mercato, le normative, l’attenzione verso il territorio. Oggi si parla di identità locale, di tradizione, di prodotti tipici.

Giorni fa, in allegato al Sole 24 ore, c’era un supplemento, con una una mucca in copertina, dedicato al modo con cui oggi ci si alimenta, in termini di innovazione e di qualità, che dà l’idea della rivoluzione di idee a cui stiamo assistendo. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un dialogo aperto e trasparente con i cittadini-consumatori.

Voglio aggiungere un dato attinente ai media: nel 2009 è stata rilevata la presenza delle organizzazioni agricole nelle principali televisioni per un totale di 2.269 apparizioni (quelle della Coldiretti sono il 67%: ben 1.611). Si tratta di servizi in cui le organizzazioni agricole parlano di agricoltura, di cibo, di alimentazione, di ambiente, di salute. Parlare di economia rurale, oggi, non è per nulla marginale, perché il cibo è occasione di socialità, di tempo libero, di incentivo al turismo, di cultura, di impegno sociale, di tradizioni e stile di vita. Inoltre, grazie all’esempio, si vende vino, si offrono stimoli: i nomi dei vitigni, dei luoghi, il piacere della degustazione. Insomma è necessario avere la forza di svolgere un racconto e non solo di vendere prodotti.

Anche la caccia deve, finalmente, tornare a svolgere un racconto. Per questo bisogna essere temerari,  sapersi leggere dentro, valutare le eventuali contraddizioni, senza ipocrisie ed esitazioni, per individuare i limiti. La domanda che ci dobbiamo porre è: il mondo della caccia ha qualcosa da rimproverarsi, sì o no? La risposta più comoda sarebbe quella di rispondere di no e, quindi, continuare a non fare nulla. Secondo me, invece, bisogna essere temerari ed interrogarci sulla sostenibilità di alcuni fattori, come, ad esempio, l’immagine nella comunicazione, la percezione di questa immagine da parte della società, la reputazione, ossia la fiducia che gli altri ci accordano, la continuità e la contiguità con gli interessi dei cittadini. Come possiamo costruire un’immagine della caccia capace di far diventare i cittadini amici della nostra occupazione?

L’ultimo slogan di Coldiretti - lo cito perché mi piace particolarmente – è Coldiretti, “una forza amica”, non un partito, un sindacato, un’associazione, ma una forza amica. E ciò allude all’attenzione verso un modello di condivisione.

Credo che anche la caccia possa essere una forza amica, amica dell’ambiente. Credo che si dovrebbe avere l’abilità di mettere da parte i pensieri logici e ordinati e pensare a nuove opportunità e, cioè, vedere le cose come non sono state mai viste prima.

Torniamo alla metafora iniziale e concentriamoci sull’oggetto della comunicazione. Voglio fare un esempio, che riguarda i giornali della caccia, i quali, purtroppo, appaiono sempre più corporativi. Deve essere chiaro che sono perfettamente consapevole del fatto che si tratta di importanti significati per chi ci ascolta. Ma la pubblicità delle sigarette non parla di percentuali di nicotina e di catrame alle persone interessate al piacere, all’evasione, al ristoro. Ed è questo che dovrebbe fare la caccia.

E’ stata una grande soddisfazione, per me, leggere, alcune domeniche fa, una pagina bellissima di Repubblica - che è il giornale che più attacca la caccia - intitolata: “Cinghiale: onore al maiale guerriero”. Questo è il seme di una grande possibilità di comunicare la caccia attraverso significati diversi rispetto a quelli del fucile, perché accompagnato anche da parole intelligenti. Infatti, uno dei massimi storici dell’alimentazione, Massimo Montanari, nel tirare anche una frecciata agli ambientalisti, afferma che, non solo il maiale/cinghiale è buono e ci fa tornare al gusto dei contadini medievali, ma è anche troppo diffuso nelle campagne e, quindi, deve essere abbattuto. E’ chiaro il riferimento al concetto di prelievo sostenibile.

Conosco i dati dell'indagine su gli italiani e la caccia del prof. Finzi, che dice che la maggioranza degli italiani non è contraria alla caccia regolamentata e sostenibile. Non mi ha convinto. Si tratta di un lavoro egregio, che, però, va accompagnato ad altre riflessioni. Non tanto perché un altro sondaggio, che lui ha criticato sul piano metodologico, dice tutt’altro (ossia che sono fortemente contrari alla caccia il 70% degli italiani), ma per quanto riguarda le conclusioni che trae. L’affermazione che “se il mondo venatorio saprà conquistare consensi all’idea di una caccia sostenibile, potrà godere di un sostegno maggioritario sempre più esteso”, non mi vede per nulla d’accordo e vi spiego il perché. Occorre modificare i valori invece di continuare a spiegare le modalità dell’esercizio venatorio ed insistere sulla sua regolamentazione. E’ una questione culturale: la gente non capisce più la cultura che sta dietro alla caccia. Nulla cambierà finché non avremo la capacità di incidere su ciò che la gente pensa e su come la gente si comporta. La caccia rappresenta, prima di tutto, un tema culturale ed anche le norme di settore ne sono una emanazione. La Legge n. 157 del 1992 contiene ottime disposizioni, che, però, non vengono applicate, proprio perché manca il tessuto valoriale che, ricordiamolo, in un’interpretazione storicistica, è alla base della norma medesima.

I comportamenti sono il frutto della testa delle persone nonché delle caratteristiche del contesto di riferimento. Quindi, fare progetti di cambiamento senza ri-orientare la cultura significa illudersi con disegni astratti. Noi non potremmo uscire dalla sitazione in cui ci troviamo, se non investiamo nel cambiare in modo significativo la cultura della caccia nel nostro Paese.

E qui, per ora mi fermo.

In Bocca al Lupo

21 commenti finora...

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Caro Salem, visto che siamo ai chiarimnti, tengo a sottolineare che il sottoscritto se si eccettua due o tre uscite con l'arrivo dei tordi, e sempre che sia fortunato, nella migliore delle ipotesi in uno di questi giorni mi capita di incarnierarne una decina e grasso che cola, per il resto essendo un appassionato di beccace, in tutto l'arco della stagione venatoria, al massimo, sempre dea della sorte permettendo, sparero si e no 15/20 cartucce.

da Nato cacciatore 21/10/2010 13.25

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

bravo a masini. non si poteva dire meglio

da felice modica 21/10/2010 13.03

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

tutto si decide sulla migratoria, altro che sulla caccia di selezione. E' la migratoria, quella sì, che fa parte della nostra tradizione venatoria. Quindi, chiarito il dilemma, ribadisco tutto quanto ho già scritto.

da Salem 21/10/2010 12.33

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Fichè si continuerà a confondere e mischiare ambientalismo e animalismo non si combinerà mai nulla di buono. VERE associazioni ambientaliste in Italia già esistono e chiedono da anni ormai anche l'aiuto e la collaborazione dei cacciatori. Ma "noi" continuiamo a fare la corte a quei 4 gatti ma fortissimi mediaticamente di LIPU & c. che potessero ci farebbero sparire... Fate vobis...

da Ezio 21/10/2010 11.38

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Caro signore del dardo, (matusalemme?) c'è chi fa il cacciatore e al contempo si preoccupa della caccia, fermo restante che concodo con te, (mi consenti il tu confidenziale?) sull'ultima parte del del tuo post, mi resta alquanto difficile pensare che chi vuole l'abolizione della caccia tout court possa cambiare idea, se ci metiamo a fare i chirichetti nel tempo libero per loro. Nel caso non l'avessi fatto ti consiglio di dare un'occhiata nei siti ambientalisti, per non parlare di quelli animalari, senza contare gli interventi di alcuni decerebrati che propongono con le loro pillole di "saggezza" sui nostri siti. Ora veniamo al nocciolo della questione, se per te e Masini ri-orientare la cultura venatoria significa caccia di selezione e/o ai polli di allevamento in zone dedicate a ciò, a questo punto posso dire senza tema di smentita che la caccia sarà definitivamente morta, e resteranno qualche migliaio di "cacciatori" con maggiordomo al seguito, pronto a caricargli la doppietta all'occorrenza.

da Nato cacciatore 21/10/2010 9.08

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

c'è chi vuol fare il cacciatore e chi si preoccupa della caccia e dei cacciatori. Chi vuol fare il cacciatore, vada a caccia, ma lasci perdere le considerazioni di maniera. Chi ha interesse alla caccia, quella di oggi e quella di domani, quella che può vedere impegnati nel dibattiti agricoltori, produttori e società, rilegga bene i concetti espressi da masi. Ci rifletta. E si dia da fare. Altre strade, aldilà delle chiacchiere e della rincorsa al tesserato, si fanni sempre più strette. Se non avremo ricambio - giovani, giovani, giovani. E preparati, sensibili, impegnati - il futuro è gramo.

da Salem Matu 21/10/2010 8.15

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Certo che abbiamo un'abilità nel farci del male da soli che non è riscontrabile in nessun'altra categoria di qualsivoglia ceppo di appartenenza, gli animal/ambientalisti non hanno bisogno di far nessuna fatica nel trovare il modo di farci fare passi indietro giorno dopo giorno, anno dopo anno, Sig.r Masini non me ne voglia, tante belle parole, ma di una cosa sono certo, sono cacciatore, e resterò tale fino alla fine dei miei giorni, e non sento minimamente il bisogno di giustificare ne a parole ne con atteggiamenti il mio essere cacciatore in un contesto, quello rurale in cui mi sento perfettamente a mio agio, che che se ne pensi qualcun'altro. Potrò tentare di adottare tutte le strategie da lei così brillantemente esposte, con lei e noi due assieme ai restanti 749mila.998 amici, almeno stando ai numeri recenti, (750.000mila) pare tanti saremmo quelli rimasti, non cambieremmo di una virgola gli intendimanti degli ambientalisti, e soprattutto degli "animalari", che in sostanza prevede l'estinzione fisica del cacciatore, come figura rurale, e a parte quella minoranza rom@@@@@le, così ben descritta da Staino, la stragrande maggioranza dei cittadini, è distratta da problemi ben più grandi e di spinosa natura, e quantunque di tanto in tanto vengono coinvolti in simili quesiti sono facilmente influenzabili dalle proprio esigenze personali del momento, o da quale parte spira il vento. Ovviamente fermo restando, laddove vi siano individui tra noi che offuscano con il loro comportamento la nostra categoria, sono il primo a sostenere che vanno eliminati, in quanto non degni di far parte di quel ceppo di uomini (in senso lato) che hanno visto le loro origini perdersi nella notte dei tempi.

da Nato cacciatore 19/10/2010 15.51

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Non vorrei che questa ottima occasione per parlare dei problemi della caccia si risolva poi con il solito brodo di commenti osannanti, che a mio avviso rivelano solo l’imbarazzo su una questione e dove si cerca di afferrarne, al volo, un’altra, per sviare brevemente e far solo atto di presenza: premesso che ogni parola sia giusta e condivisibile che allora, a maggior ragione, si possa discutere sul come e sul chi possa poi portare in porto questa idea e su che cosa ci si debba aspettare, realisticamente, da tutti quei cacciatori ai quali tale idea viene proposta. Tutti avrete notato che sono ormai mesi che nessuno parla più di un’ associazione unita o confederata, pare che le stesse associazioni singolarmente, abbiano subito una discreta emorragia di tesseramenti. Molti cacciatori che seguono le correnti del web hanno deciso di stare da soli, non vogliono più ascoltare, ma potrebbero essere i primi a riunirsi sotto una seria concreta iniziativa che sia condotta da uomini che, almeno sulla carta, abbiano i titoli per convincerli. Non basta però comunque, chi si è già scottato è peggio di San Tommaso, vuol mettere il dito nella piaga e le iniziative sono oggi molte e disparate, forse troppe e comunque decisamente embrionali. Embrioni che si scontrano contro i regolamenti nazionali, regionali, provinciali e comunali che deflagrano la comprensione di come, ognuno poi in casa propria, possa condividere la bontà di queste iniziative. Allora è tutto da rifare, e c’è troppa salita davanti, questa è la convinzione. La prova è che io rimango l’unico fesso a star qui a ragionar da solo. Non c’è più nemmeno dibattito, solo osanna spenti e ripetitivamente preconfezionati.

da Fromboliere 19/10/2010 11.11

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Grande Masini mi sei piaciuto. Vorrei far capire agli ambientalisti...che noi cacciatori non siamo schiaccia sassi della natura. Noi vogliamo tanti boschi...campagne coltivate...tanti animali, ma tanti...cosa sarebbe un cacciatore fra case e città? Basta costruire case...industrie...quelle che ci sono sono sufficienti per il momento. Con la crisi poi...

da Marco da Cerreto Guidi 19/10/2010 10.21

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

SONO PIENAMENTE DACCORDO IN PARTICOLARE SUL DISCORSO DI CULTURA...... Se vogliamo cambiare e contrastare l'opposizione a questa meravigliosa attività DOBBIAMO CRESCERE.

da alex22 19/10/2010 7.19

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Eh va bene, capisco che non ci possa essere un dibattito. Discutere aiuta meglio a capire i problemi ma devo rinunciare, mi accontento, per ora, di quanto sia riuscito a capire da me stesso. Mi auguro che, per lo meno fino a Giovedì, ci sia tempo per farlo. Comunque ringrazio l'editorialista per le belle parole, la dotta argomentazione, le citazioni culturali riportate, e magari anche per i concetti, ma non ho ancora capito fino a che punto li possiamo condividere. Se ciò non potrà avvenire mi permetto allora di suggerire: scriva anche lei una bella lettera, ad un ministro, magari un ministro che le viene a fagiolo, alla Prestigiacomo. Ruralmente, forse anche rudemente, ma con stima la saluto.

da Fromboliere 18/10/2010 23.00

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Mi permetto di far notare a Stefano Masini che è un errore accostare il termine "ambientalista" a determinati modi d'essere/comportamenti chiaramente e solo "animalisti". Il nostro nemico, e per nostro intendo di tutte le persone di buon senso, non è certo l'ambientalismo, che prevede studi e conoscenze, umiltà nel sapere riconoscere errori di valutazione. L'ambientalismo, a mio modestissimo avviso, parte dal concetto di base che l'essere umano, in qualità di gestore della risorse che ha a sua disposizione, può essere "causa" ma anche "soluzione". Per la religione animalista, invece, l'animale è una sorta di divinità, mentre l'uomo il cancro del pianeta che va estirpato con ogni mezzo. E non è prevista l'accettazione di pensieri non allineati. Da li in poi tutto ne consegue.... :-((

da Ezio 18/10/2010 19.48

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Vede, signor Masini, che non si può andar più da nessuna parte...

da Fromboliere 18/10/2010 19.02

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Per Continua (sempre il sig. Masini?) il suo ragionamento non solo è utopistico ma è anche poco etico.

da Jegher 18/10/2010 18.36

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

ma economicamente molto efficienti e che noi critichiamo inutilmente e anche stupidamente. Quindi volendo essere provocatorio ed ovviamente, ulteriormente utopico, vi lancio il seguente slogan. Versa due euro ADDOTTA UN CACCIATORE!!!! Ora dopo questi mesi passati, nell’oggi odierno, che mi sono voluto addirittura migliorare tornando a cacciare, questa realtà personale si è annichilita ed ancor più giorno dopo giorno si annichilisce, ogni giorno che esco a caccia. Non conta di per sé il mio carniere è lo spirito frustrato da una realtà punitiva resa surreale da uno qualsiasi dei calendari venatori che infrascano, come un’edera soffocante, l’albero della caccia, un albero ormai morente. Ci sono realtà nelle quali mi percepisco solo come bracconiere, temo di mettere le cartucce nel fucile, temo di estrarlo dal fodero, temo perfino d’averlo con me, in macchina. Ed ora cosa mi sento chiedere? sulla base di questa cocente punizione di costruirmi una nuova mentalità. No no, non ci capiamo, non credo d’aver capito, non credo che questa esortazione possa essere in alcun modo rivolta a me, cacciatore.

da Fromboliere 18/10/2010 15.26

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

produttività imprenditoriale agricola, esercitata ed eticamente contabilizzata, secondo regole strettamente biologiche, usufruibile a costi di mercato, anche dai soci cacciatori, arcieri, cinofili e tiratori, ove vengano accentrati eventi nazionali ed internazionali, ma anche da chiunque voglia accostarsi alla natura, agrituristica rurale, senza schifarsi del fatto di poter mangiare e anche cacciare, selvaggina e suoi derivati, oltre ché di poterla anche osservare, nello stesso identico modo che avveniva nelle campagne, decenni fa. Chiunque di voi è libero di credere che tutto ciò sia un’utopia, se ricondotta alla volontà di realizzarla nel nostro ambito associativo, e che perfino non rivesta valore rappresentativo ed ancor meno mediatico, ma nessuno può negare che queste realtà esistono ovunque e molte sono oggi appannaggio di coloro che ci avversano. Tutti gli animali del bird watching che emigrano, che passano e ripassano, attraversando migliaia di chilometri dove la caccia è permessa, quando arrivano alle oasi, pare mediaticamente, a tutti gli italiani, che sia solo per merito di Fulco Pratesi. Nessuno immagina che quegli animali frequentavano quei posti anche quando vi si praticava la caccia, caccia che, va riconosciuto, è spesso stata esercitata in modo deleterio, perché priva di controlli e di regole ed ora esageratamente avversata solo per interessi associativi, esattamente opposti ai nostri

da Continua 18/10/2010 15.25

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Enunciar concetti, conditi di belle parole, è facile, già dissi, in un simile contesto quanto segue, nel maggio scorso: Ciao Nino; a tutti gli effetti queste realtà esistono già, da qualche….. secolo. Sono i siti dove duchi baroni e marchesi andavano a caccia. Una realtà vera, tangibile, ed anche acquistabile, a tre milioni di euro. 50 ettari di boschi, 50 di seminativi, antico casale in pietra di quattrocento metri quadrati, inseriti in un consorzio venatorio di duemila, 2000, ettari riservato ai soli proprietari ed ospiti. Ora bisogna capire il senso di quanto ho scritto, relativamente alle leggi, che devono essere rispettate ed io non propongo in alcun modo il contrario ed ancor meno di aggirarle. Presupporre che la cricca anticaccia ti perseguiti sempre, comunque ed ovunque e con l’aiuto dell’ISPRA, creandosi leggi a piacere solo per impedire la creazione di un‘immagine, che senso avrebbe, con tanti mezzi a disposizione, non sarebbe allora mille volte più facile chiudere definitivamente la caccia? Deve altresì essere compreso che io propongo, non impongo, un’idea che rappresenti un modello produttivo di una associazione tra cittadini, i più numerosi possibile. Una specie di società per azioni. UNICA. Una azienda che promuova la divulgazione della caccia, come se questa non fosse mai esistita, ma che non abbia nella caccia solo logiche di profitto. Un’azienda agricola modello, una realtà virtuosa di esempio produttivo, rurale, agrituristico e sociale, dove la caccia sia inserita nello stesso modo in cui la era ai tempi dei baroni e come gli stessi la esercitavano. Una realtà che rappresenta tutti i cacciatori italiani ma che non è a disposizione di tutti i cacciatori in quanto opportunità venabile, bensì come monumento della caccia italiana, ma non solo. Un’associazione che trae frutto, oltre che dalle tessere, anche dalla

da Continua 18/10/2010 15.24

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Forse già lo stiamo facendo. Il mettersi in discussione e l'interrogarci, lo vedo come un passo necessario rivolto al futuro. Difficile poi trovare cose non sensate in quello che Masini ci dice.

da Silvano B. 18/10/2010 14.51

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Ma guardi Benny Croci che le deroghe, di per se, sarebbero comprese a tutti gli effetti. Dico sarebbero perché in fondo nemmeno importa sapere che ci siano, a determinata gente. Quale gente e quale comprensione? Quella gente che riempie i ristoranti locali. Quella gente che va per la ‘panza’, che perfino inavvertitamente sostiene la filiera di un certo bracconaggio. E giustamente, come detto dal Masini, è la gente che fa l’economia. A questo punto che vogliamo fare? antiche arti culturali e tradizionali che addirittura sostengono un’economia. Questo dice tutto già da solo. Allora i NOA chi ce li manda? Se c’è qualcosa che io possa fare che qualcuno me lo faccia sapere.

da Fromboliere 18/10/2010 14.11

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Va bene la riflessione, ma se vogliamo tornare al discorso del pane e del percorso inverso che sta facendo la società, dobbiamo convenire che il cacciatore deve tornare a fare il cacciatore e non deve diventare un tecnico; tanto meno il tecnico faunistico. A ognuno il suo mestiere!

da SANDRO LEVAN 18/10/2010 11.02

Re:TORNIAMO A SVOLGERE UN RACCONTO

Chi vuole occuparsi di cultura rurale, provi a riflettere su questi principi enunciati da Masini. Dopodichè, cerchi di adoperarsi per applicarli, non alla difesa della cultura rurale visto che c'è già chi lo fa e lo sa fare molto bene, ma a modificare i valori culturali della caccia tenendo presente le cambiate sensibilità della gente. E' impossibile fr capire alla gente perchè si pretendono le deroghe, se a monte non siamo riusciti a convincerla che dietro tutto questo ci sono valori e impegno e risorse che provengono dalla caccia e che sono indispensabili per conservare qualità tradizioni, storia cultura di popolo.

da Benny Croci 18/10/2010 10.46