Diamo una mano alla starna


lunedì 15 aprile 2019
    

 
Giorni fa, mentre strimpellavo su facebook in cerca di qualche stimolo che mi fornisse nuove ragioni per sperare nella caccia e nei cacciatori, ho cliccato sul sito del CIC, International Council for Game and Wildlife Coservation. L'organizzazione mondiale della caccia che raccoglie una sessantina di paesi con una quarantina di rappresentanze governative, e partners come l'UNESCO, la FAO, la IUCN, la FACE,  la CBD (Convention on Biological Diversity), il CITES, l'UNEP (United Nations Environment Programme),l'OIE (The World Organisation for Animal Health), l'AEWA (Agreement on the Conservation of African-Eurasian Migratory Waterbirds). Il gota della caccia collegato alle più autorevoli organizzazioni conservazioniste, a livello planetario, dagli USA alla Cina, tanto per dire, che incrocia tutta l'Europa, gran parte dell'Africa, delle Americhe, del Sudest asiatico, fino all'Oceania. Un melange di culture, non solo venatorie, che danno un'idea del radicamento di questa attività nelle società umane. Ho letto cose interessanti, in parte lontane dalle nostre modeste esperienze, ma in ogni caso molto educative. Interessante, soprattutto, a mio parere,  anche se ovvia, l'importanza che questi signori, spesso uomini di stato e di potere (il CIC ha avuto presidenti come il fratello dello Scià di Persia, il Conte Enrico Marone Cinzano) danno all'opinione dei giovani cacciatori, tanto da costituire un apposito board cosmopolita che si riunisce periodicamente e riflette insieme sulla natura e sulle cose del mondo. Per garantire, soprattutto, un futuro per la biodiversità del nostro continente. Come riconoscere, implicitamente, che saranno i giovani a fornire la soluzione al problema che oggi attanaglia le  moderne società. Un'anticipazione, strutturata, di quel fenomeno, di quella consapevolezza, che proprio in questi giorni interessa le nostre metropoli invase da centinaia di migliai di giovanissimi dimostranti.

Perchè, ha sostenuto di recente Karmenu Vella, Commissario europeo all'ambiente, anche le comunità dei cacciatori hanno bisogno di una sana biodiversità. E quando la biodiversità è sana, è spesso perché le comunità nel loro insieme si sono riunite per mantenerne l'equilibrio. Nella convinzione che la caccia possa essere una forza positiva per la conservazione, a condizione che sia svolta in modo responsabile e sostenibile. Lo stesso manifesto elaborato e sottoscritto dai componenti del CIC a tutela della biodiversità offre un'eccellente panoramica di come le azioni mirate dei cacciatori contribuiscono agli obiettivi della strategia dell'UE sulla biodiversità. È dimostrato che i cacciatori sono sempre più coinvolti nella gestione e nella conservazione degli habitat. E hanno un compito molto importante nell'assicurare che le politiche dell'UE siano effettivamente messe in pratica.

Un occhio di riguardo alle giovani leve è di sicuro una politica lungimirante per quei paesi che la sostengono. In Olanda, per esempio,  circa il 50% delle persone che ottengono il permesso di cacciatori sono giovani. Per promuovere la caccia fra le giovani generazioni, in quel paese hanno adottato programmi di formazione in collegamento con cacciatori più anziani ed esperti.

Una potente opportunità, per esempio, è stata riconosciuta da questo board anche alle nuove teconologie, per costruire reti di giovani cacciatori. In Danimarca già funziona un programma di questo genere. Utile per promuovere campagne di comunicazione atte a far capire alle società metropolitane l'importanza della caccia per la sostenibilità sociale. Come del resto la promozione della carne di selvaggina è stata riconosciuta come importante elemento per sviluppare coesione sociale fra cacciatori e non cacciatori. E di questo abbiamo buone esperienze anche da noi, seppur ancora frammentate e scollegate fra loro.

Ma la chiave di volta di un progetto integrato per la diffusione dell'interesse per la caccia da parte delle giovani generazioni, i giovani del board del CIC lo riservano alla promozione delle conoscenze "venatorie" a favore della conservazione dell'ambiente. Buone pratiche, insomma, che senza tanti fronzoli ma con competenza e dedizione si integrano spesso non sussidiariamente alle carenze di conoscenza e d'impegno del mondo ambientalista ufficiale, che - lo stiamo verificando ogni giorno di più - è a supporto di un modello di sviluppo che fa danno all'ambiente naturale, invece che portarne beneficio.

E il board dei giovani del CIC riflette su un portale (Perdix-Portal) che svolge una lodevole attività in UK, per promuovere la falconeria ma nello stesso tempo informare su ciò che serve per mantenere integro il territorio adatto ai falconi, che stanno al vertice della catena ecologica. Insieme alla selvaggina che serve a farlo spravvivere in natura. Le starne, per esempio.

La perdita di biodiversità, come sappiamo, è spesso dovuta a cambiamenti nell'uso del suolo. Ciò è particolarmente vero per la starna (Perdix perdix) le cui popolazioni sono state influenzate negativamente dall'aumento della agricoltura intensiva. Insieme, i falconieri britannici e la  Game and Wildlife Conservation Trust stanno collaborando per ripristinare l'ambiente adatto alla starna, dando vita a un nuovo approccio alla conservazione. Un progetto, che nel proteggere il  patrimonio naturale, dà valore alla reputazione di coloro che lo fanno conoscere in tutta Europa e aiuta i falconieri. Ma non solo loro, perchè prevede una multidisciplinarietà diffusa a livello continentale, che partendo dalla starna, oggi in grave crisi ovunque, proprio a causa dei cambiamenti degli ambienti rurali, ha l'ambizione di interessare le diverse specie di fauna selvatica, soprattutto le più significative per la caccia, e i territori che almeno un tempo le vedevano abbondanti.  

L'aumento vertiginoso della popolazione umana che si attesta sempre di più in ambiti metropolitani - dicono questi baldi giovani del CIC -  allontana le persone dalle fonti del cibo che mangiano,  che conoscono la fauna selvatica per lo più tramite la televisione o Internet. In buona sostanza non si rendono conto, i nostri concittadini metropolitani, dell'impoverimento degli habitat dovuto alla perdita di biodiversità, che loro stessi provocano con la richiesta sempre più pressante di prodotti dell'agricoltura intensiva, che altera  gli ecosistemi naturali e impoverisce il patrimonio di fauna selvatica. Le aree protette inventate per conservare la biodiversità, paradossalmente ne consentono il suo rapido impoverimento.

Non tutto è perduto, dicono, anzi, ne sono convinti. Siamo ancora in tempo a ricostituire i terreni adatti alla fauna selvatica. L'esperienza che stanno maturando sulla starna, un tempo comune ovunque in Europa, costituisce un fiore all'occhiello che può servire a sollecitare la collaborazione con altri "utenti" degli ambienti naturali, attraverso pratiche di sostenibilità.

Io credo che bisognerebbe dar loro una mano.



Antonio Craveri


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8 commenti finora...

Re:Diamo una mano alla starna

Faccio un elenco, minimo, dei predatori considerati antagonisti (un tempo il grande Scheibler li chiamava NOCIVI, e ci scriveva un trattato che ancora oggi è un monumento alla gestione responsabile) non solo, ma soprattutto, della starna: Volpe, Faina e simili, Cinghiale, Fagiano, Corvidi, Uomo, Tasso, Istrice, Gabbiani, Falconiformi. Tutta gente che non fa sconti. E dico gente, perchè ormai non mancherà tanto a che le brambille nostrali non ne reclameranno l'assistenza pubblica, la Mutua anche per loro, insomma. Il fallimento degli ATC rappresenta il fallimento dei cacciatori, almeno dove non funzionano. In quasi tutte le regioni del nord l'esperienza è molto più accettabile. In tutto il resto d'Europa, IDEM. Occorrerà interrogarsi e darci una risposta alla svelta, se vogliamo recuperare un minimo di credibilità nei confronti delle istituzioni e dell'opinione pubblica.

da Augusto T. 18/04/2019 9.04

Re:Diamo una mano alla starna

Farci incedere dagli austro-ungarici

da X Vecchio Cedro 16/04/2019 12.47

Re:Diamo una mano alla starna

Leggo dei begli interventi che condivido in toto. Come fare per passare dal pensiero all'azione? é questo il problema.

da vecchio cedro 16/04/2019 10.59

Re:Diamo una mano alla starna

Condivido il pensiero di MarcoC e Atc il nulla, è vero. Purtroppo la latitanza nelle vera gestione condivisa del territorio. il dialogo tra i vari attori come agricoltori e istituzioni, controllo degli opportunisti e dei nocivi a 2 e 4 zampe, ripopolamenti oculati e seri con selvatici di buona qualità introdotti non solo come pronta caccia. Hanno portato alla perdita dei vai habitat e la rarefazione di diverse specie. Per non parlare della piaga dilagante dei parchi nati come funghi con il solo intenti di vietare e non di gestire. Vietare appunto solo la caccia, che non è pratica dannosa se ben gestita e organizzata, ma non vietare tutte quelle altre pratiche che invece sono davvero dannose per i vari habitat, a incominciare con la cementificazione selvaggia del territorio e lo sfruttamento intensivo delle risorse idriche. Insomma, si, si può fare e si può ancora aiutare questa specie e altre specie oggi in pericolo, ma va cambiata completamente la testa di molte persone. Non serve a nulla vietare e basta.

da Peppe67 16/04/2019 5.37

Re:Diamo una mano alla starna

Il fallimento degli atc fare annegare anche la caccia. Gli atc sono inutili carrozzoni esattamente come i parchi. Altrimenti fagiani lepri pernici rosse e qualche strana cibsarebbero state.

da Atc il nulla 15/04/2019 19.47

Re:Diamo una mano alla starna

Dare una mano a questa specie è fattibile,non è un sogno, ma occorre una drastica inversione nella mentalità e nella cultura dei cacciatori e degli agricoltori. La parcomania è la non gestione ha fallito. Impossibile oggi pensare a una ripresa di questa specie con orde di Cinghiali in giro. I primi predatori di nidi e non solo. Impossible pensare a una ripresa con l agricoltura attuale, fatta di pesticidi, diserbanti, automazione, concimi chimici e altro. Occorre una drastica riflessione, su molte cose, e non la rincorsa a nuovi parchi o creare fonti problemi ambientali, con lo scopo di limitare i chiudere. Si è visto che non è vietando che si risolve il problema. Lo si è visto con la coturnice per esempio. Queste preziose e nobili specie, si possono recuperare, ma occorre un passo in dietro da parte di più attori.

da MarcoC 15/04/2019 19.40

Re:Diamo una mano alla starna

Io penso invece che tutto il territorio nazionale dovrebbe essere costantemenete monitorato secondo principi di tutela naturalistica, per così dire. Quindi niente parchi, stipendificio per ambientalisti della domenica, magari con laurea e cattedra, ma tutto un parco, dove chi non rispetta i piani regolatori, quelli paesistici e ambientali paga pegno.

da bernie 15/04/2019 14.25

Re:Diamo una mano alla starna

Le aree protette inventate per conservare la biodiversità, paradossalmente ne consentono il suo rapido impoverimento.>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>> Allora incominciamo da queste aree ! 150 parchi in Italia sono troppi e troppo estesi, per cui eliminiamo e riduciamo incominciando dalle aree contigue ai parchi dove i residenti che sono pochissimi e con pochi soldi non fanno niente per gli habitat. Pace e bene

da jamesin 15/04/2019 12.45