BigHunter.it intervista l'Assessore veneto Daniele Stival: Spazio alla scienza, meno conflitti


mercoledì 16 marzo 2011
    
Daniele Stival Daniele Stival, Assessore regionale all'Agricoltura e alla Caccia in Veneto, archivia soddisfatto la passata stagione venatoria. Ha assicurato il proseguo di una tradizione molto sentita dai cacciatori veneti, quella della caccia alla piccola migratoria in deroga alle Direttive UE e predisposto in tempo un calendario venatorio a prova di ricorsi al Tar.
 
Convinto della sostenibilità della caccia e della necessità di intensificare il ruolo della gestione faunistica, Stival ha dato dato spessore alla presenza istituzionale della Regione alla più grande fiera di settore del triveneto: l'Hunting Show, aprendo la strada alla discussione allargata sulle problematiche faunistiche regionali. Un passato lavorativo come agente di commercio, l'impegno politico nella Liga Veneta e l'incarico di segretario provinciale della Lega Nord Veneto Orientale precedono il suo ingresso in Regione (anno 2000), dove oltre che consigliere è stato Presidente della Commissione Cultura, Turismo, Formazione Professionale, Università Sport, Sanità, Sociale prima della nomina ad assessore. Lo abbiamo intervistato per scoprire cosa ha in serbo per la caccia veneta.


Assessore Stival, come vede la caccia oggi?

Come ho avuto modo di evidenziare fin dai primi incontri avuti con gli addetti ai lavori e con i vari soggetti comunque interessati alla gestione faunistico-venatoria del territorio ritengo che la caccia possa oggi essere ricompresa tra le forme di fruizione compatibile con l’ambiente a condizione che la caccia stessa si realizzi secondo regole precise sulla base di una forte condivisione del mondo venatorio rispetto ai principi ai principi di sostenibilità.

Cosa pensa dei cacciatori della sua regione?

Come noto il Veneto risulta tra le Regioni maggiormente interessate da una radicata tradizione venatoria che si qualifica, soprattutto nel nostro Veneto, par una straordinaria ricchezza di forme specialistiche strettamente correlata all’ampio ventaglio di ambienti naturali e di risorse faunistiche (ambienti alpini, collinari, lacustri, pianura, aree vallivo-lagunari, ecc.). ogni forma di caccia porta con sé esperienze e cultura materiali meritevoli di attenzione e di riconoscimento, posto che ogni forma di caccia presuppone, ai fini del proprio mantenimento, di un atteggiamento di responsabilità del mondo venatorio. Ho potuto in questi pochi mesi apprezzare la disponibilità  ad accettare  molte associazioni di cacciatori del Veneto un confronto costruttivo con la pubblica amministrazione per ricercare soluzioni condivise rispetto non solo ai problemi contingenti ma anche rispetto agli sviluppi strategici del settore. Emblematico, a riguardo, è risultata la positiva partecipazione del mondo venatorio e dei propri rappresentanti, agli incontri tematici nell’ambito della manifestazione Hunting Show 2011 tenutasi a Vicenza dal 19 al 21 febbraio, ove è emerso un atteggiamento alquanto responsabile nei confronti della sostenibilità ambientale che incoraggia l’amministrazione ad avviare i lavori di riscrittura del Piano faunistico-venatorio regionale potendo contare su un mondo venatorio disposto a mettere da parte le pur presenti contrapposizioni di veduta e ricercare intese basate sui riscontri delle conoscenze tecnico-scientifiche che sono tanto più necessarie per affrontare in maniera pragmatica le tematiche faunistico-venatorie.

Come pensa vada articolato il rapporto fra cacciatori, agricoltori, ambientalisti e società in genere?

Questo è un aspetto importante che tocca uno dei pilastri che stanno alla base di ogni strategia volta a modernizzare il settore. Il buon rapporto tra cacciatori, agricoltori e ambientalisti è il principale presupposto che sta alla base della stessa legge quadro nazionale 157/92, la quale affida la gestione faunistica-venatoria del territorio ad organismi associativi (Ambiti Territoriali di Caccia) governati da rappresentanti delle suddette tre fondamentali componenti. Queste ultime debbono collaborare e condividere strategie gestionali non solo conformi all’ordinamento ma anche in grado di rapportare la gestione faunistica-venatoria alle specificità degli ambienti. Particolare attenzione deve essere posta al mondo agricolo, tenendo nella massima considerazione le esigenze poste dalle attività agro-silvo-pastorali, sulle quali non debbono essere esercitati impatti negativi da parte dell’esercizio venatorio. Al contrario, un buon rapporto tra cacciatori ed agricoltori può rappresentare l’elemento su cui costruire progetti di gestione faunistico-ambientale condivisi in grado di rappresentare un’interessante fonte reddituale integrativa per il mondo agricolo. È nostro intendimento procedere ad una attenta e puntuale valutazione dei risultati conseguiti con la pianificazione 2007-2012 per poter affrontare l’impegnativa riscrittura degli strumenti di piano implementando in essi tutte le sensibilità e tutte le soluzioni gestionali atte a migliorare ulteriormente il rapporto tra chi mette a disposizione i terreni e chi pratica in essi l’esercizio venatorio.

La società contemporanea, sempre più distratta, affronta spesso l'argomento caccia da un punto di vista più emotivo che razionale. Lei pensa che sia possibile dare una giusta informazione di cosa è la caccia oggi e dei suoi aspetti benefici per il territorio e la società? Come?

Per quanto concerne l’intera società civile i richiamati incontri tematici tenutisi recentemente a Vicenza in occasione di Hunting Show 2011 ( “Gli Italiani e la Caccia”, “Gestione del cinghiale nel Veneto”, La beccaccia: conoscere per gestire”, “Il cervo nel comprensorio del Cansiglio – da problema a risorsa da gestire”) hanno evidenziato come risulti carente la conoscenza presso la collettivitdei meccanismi di regolazione e svolgimento dell’esercizio venatorio e come questa carenza conoscitiva si traduca in un pericoloso appiattimento del confronto su base emozionale. C’è quindi tutto lo spazio per migliorare il rapporto tra collettività regionale e caccia, dando di quest’ultima un’informazione a trecentosessanta gradi che ne evidenzi i profili di sostenibilità se non addirittura le connotazioni di attività in grado di realizzare un costante presidio degli ambienti naturali.

D'altro canto, i cacciatori non di rado sono incapaci di rappresentare i loro valori al di fuori della cerchia degli appassionati. Cosa si sente di suggerire loro, affinchè riescano a raccogliere maggiore attenzione e consensi?

Anche questa domanda stimola una riflessione serena. Innanzitutto suggerirei ai cacciatori e al modo venatorio di dissipare meno energie nelle contrapposizioni interne che spesso, anche nel recente passato, hanno contribuito a dare un’immagine del cacciatore quale persona poco incline al confronto, alla condivisione di strategie e quindi di persona più chiusa nel cerchio ristretto di appassionati che persona aperta a confrontarsi con i principi della condivisione, del confronto di idee e dell’accettazione di posizioni diverse. Suggerirei poi di non avere timori  a remore nell’utilizzare tutti i moderni strumenti di comunicazione, anche con il supporto della Regione, per diffondere una conoscenza non superficiale di quello che è il mondo venatorio, che è fatto non solo di carnieri e fucili da caccia ma anche di una presenza quotidiana nell’ambiente e di una conoscenza approfondita dei meccanismi biologici che regolano gli ecosistemi naturali. Spesso chi è in grado di raccontare ai nostri giovani come si gestisce e si difende l’ambiente dall’inquinamento, dagli impatti dell’urbanizzazione, dal disturbo delle attività antropiche e di come si può mantenere l’ambiente integro e in grado di dare rifugio e alimentazione alla fauna presente in essi è proprio il cacciatore. Questa non è retorica ma è una costatazione che mi sento di proporre all’attenzione di tutti con senso di responsabilità.

Da tempo in Parlamento si prova con scarso successo ad aggiornare la 157/92. Lei cosa si sente di raccomandare? Quali sono secondo lei i punti della legge che andrebbero comunque modificati?

 La vicenda dell’aggiornamento della Legge 157/92 risulta emblematica: il formarsi di due “schieramenti” all’interno del mondo venatorio ha fatto sì che non si sia raggiunto alcun risultato nel tentativo di aggiornare e ammodernare la legge quadro di riferimento. I nemici dichiarati del mondo venatorio hanno così buon gioco nel frapporre ogni possibile ostacolo ad ogni tentativo di aggiornamento legislativo. Questa situazione è assolutamente ingiustificata. Nei tavoli che contano il mondo venatorio deve presentarsi unito e proporre soluzioni percorribili, credibili e, perché no, ambiziose. Per quanto concerne i punti della legge da modificare ritengo in prima analisi si debba por mano ad un intervento di decisa semplificazione e razionalizzazione gestionale sulla base di una ripartizione di competenze che, così come più volte auspicato dalla giurisprudenza costituzionale, affidi alla competenza statale il presidio del nucleo centrale di protezione e relativi istituti giuridici contenenti della richiamata legge quadro lasciando alla competenza regionale l’individuazione e la regolamentazione degli istituti giuridici volti al conseguimento dei principi informativi dettati dallo Stato in applicazione dei principi comunitari. Solo attraverso una rivisitazione della legge 157/92 che persegua contestualmente il rispetto dei principi di sostenibilità, un generale ammodernamento del sistema ispirandosi a vicini modelli europei e l’eliminazione di ogni inutile appesantimento amministrativo in termini di superflui vincoli e complessità amministrativo-gestionali può conseguire la condivisione di tutto il mondo venatorio e della stessa società stessa.

In Italia, la ricerca scientifica applicata è da molti ritenuta inadeguata rispetto alle esigenze, soprattutto per quanto riguarda il tempestivo ed esauriente aggiornamento dei dati sulla fauna migratoria. Lei cosa ne pensa?

L’inadeguatezza della ricerca scientifica applicata la stiamo purtroppo sperimentando da anni. Non è un mistero che la Regione del Veneto così come altre numerose regioni italiane ritengono insoddisfacente il supporto fornito dall’Istituto nazionale di riferimento. Non è questo il luogo per affrontare e risolvere questo delicato problema. La mia idea personale è che si debba puntare ad un istituto forte in grado di produrre pareri tecnico-scientifici attendibili che aiutino il settore a crescere. Non si dà sostegno emanando pareri che mettono in difficoltà ingiustamente Amministrazioni regionali e provinciali e che fanno sistematicamente dell’inversione dell’onere della prova lo scudo con il quale difendere posizioni preconcette che si intende non rivisitare se non per appesantire vincoli e restrizioni. Non chiediamo di avere un istituto accondiscendente ad ogni richiesta del mondo venatorio. Chiediamo, questo sì, un istituto in grado di assumere una posizione “neutra”, soprattutto nell’ambito delle interlocuzioni che hanno per oggetto la fauna migratoria la cui corretta gestione certamente impone i necessari sforzi ed investimenti con approccio aperto ai contributi di tutti i centri di ricerca europea.

Si fa un gran parlare dell'applicazione o meno delle deroghe, previste dalla Direttiva comunitaria 79/409. In particolare il Veneto è preso a riferimento per la sua puntuale applicazione in risposta alle sollecitazioni di parte agricola e venatoria. Lei cosa ne pensa?

Questo tema ci vede coinvolti in modo importante tenuto conto del fatto che la Regione del Veneto ha pure subito una sentenza di condanna conseguente all’applicazione della “vecchia” Legge regionale 13/2005. la buona gestione della materia conseguita nella passata stagione non deve essere interpretata come il superamento di tutti i problemi bensì come il punto di partenza da cui far partire un tentativo di definitiva regolamentazione di concerto, è questo il nodo centrale, con i competenti uffici comunitari. Faremmo un cattivo servizio ai nostri cacciatori se, dormendo sugli allori, non affrontassimo con la massima attenzione i risvolti giuridico-amministrativi che discendono dal pronunciamento della Corte di Giustizia e non avessimo il coraggio di confrontarci con una riprogettazione del regime venatorio che consegue, su base giuridica, il mantenimento di una tradizione venatoria.

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