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22/06/2018 15.10 

 
 
Se c’è una cosa alla quale non posso e non voglio rinunciare per niente al mondo è trascorrere una piacevolissima giornata a Canino in compagnia dei miei vecchi, cari amici discendenti degli etruschi! Poi, se ci scappa anche l’occasione di partecipare ad una bella battuta al cinghiale nei boschi e negli immensi uliveti che circondano quel florido paesino della Tuscia Viterbese, famoso in tutto il mondo per la produzione di un olio extra vergine di oliva di qualità eccezionale, allora è proprio il massimo. C’è anche da dire che, quando una battuta la organizzano Luigi Pasqualetti e Carlo Mariotti, rispettivamente proprietario e concessionario dell’Azienda Venatoria Faunistica Pasqualetti, è sempre uno splendido evento mondano. Poi, mi sento in dovere di ricordare, che l’Azienda è una splendida e moderna realtà zootecnica dove è presente un allevamento biologico di bovini in selezione, di pregiatissima razza Limousine di oltre 300 capi. Esemplari adulti, accuratamente scelti dai signori Pasqualetti, si sono distinti alla mostra annuale che si tiene in occasione della fiera di Verona, ottenendo molti premi e riconoscimenti a livello europeo e internazionale!



A Canino la passione per la caccia al Re della Maremma è talmente sentita e rispettata da essere tramandata come un arcano rituale sin dalla notte dei tempi. Così, un bel giorno, alla fattoria che funge anche da casa di caccia, come al solito trovai ad aspettarmi Gianni, Luigi, Luciano e Alessio, i miei amici “canai”, e subito iniziammo a scherzare come bimbetti. Che ci volete fare? Nessuno è perfetto. Tutte le volte che c’incontriamo, è sempre la stessa storia! Un continuo di battute e di sfottò da prima che inizi la battuta fino alla spartizione dei capi abbattuti. Carlo e Luigi comunicarono ai cacciatori presenti che avremmo battuto la macchia del Bucone, un monte misto di rigogliosi uliveti e di boschi impenetrabili, incuneato tra il noto comune dell’Alta Tuscia e quello di Tessennano! Il quartetto di canai capeggiato da Gianni da una settimana monitorava giorno e notte insistentemente la zona, col solo intento di far divertire gli ospiti di quel singolo evento. Stando alle tracce lasciate dagli animali presso i “governi”, negli insogli, lungo le cesse e nei campi, i tenaci cacciatori caninesi erano “quasi matematicamente” certi che nel Bucone doveva trovarsi un grosso branco di cinghiali.

Dopo neanche un’ora io, mio cugino Romano e la nostra mascotte Alfonsetto avevamo segnato il numero del porto d’armi nella lista dei partecipanti alla battuta, ed eravamo già di posta, comodamente seduti sui nostri sgabellini a treppiedi. Ecco, questa è una caratteristica che apprezzo molto in chi organizza una grande battuta di caccia al cinghiale, la velocità con cui può riuscire a muovere l’intera, complessa macchina venatoria, che è una cosa tutt’altro che facile da fare. La giornata era splendida, anzi, faceva persino fin troppo caldo per essere a gennaio inoltrato. Al rialto m’ero già mangiato tre–quattro pezzi di pizza e nello zaino avevo una bella focaccia con la porchetta, cosa avrei voluto di più dalla vita? Magari riuscire a sentirmi una bella canizza con annesso un bell’abbattimento! Due sarebbero stati davvero il Top! Purtroppo la macchia del Bucone (che io definirei più un monte intero) è molto dispersiva, si estende per un territorio molto ampio dove spesso può capitare che un versante sia tutta una canizza, mentre nell’altro regna il silenzio più assoluto. Praticamente quel che accadde quel giorno.

Per scelta personale, ma anche come strategia di caccia e per comodità, non uso la radiolina. Oltre a darmi fastidio, penalizza troppo il senso principale che deve avere un buon cacciatore alla posta: l’udito. Così non seppi che era già stato trovato un grosso branco di cinghiali. La battuta era in atto, ma si stava svolgendo talmente lontano da dove eravamo appostati io, Romano e Alfonso che a malapena riuscivamo a sentire qualche sparo. La mia postazione comunque era perfetta. Avevo un’ottima visuale verso una tagliata di un anno quasi completamente priva di fogliame, proprio il genere di territorio che prediligo per la caccia al cinghiale in battuta: sporco il giusto e la poca sterpaglia residua del taglio è un ottimo avvisatore di movimento dei selvatici che cercano di avvicinarsi furtivi. Proprio in funzione del terreno, piuttosto aperto, quel giorno avevo deciso di portare con me la Browning BAR Composite Long Trac calibro 30-06, corredata di puntatore elettronico, del nuovo rialzo regolabile del nasello originale e di micidiali munizioni originali Winchester Ballistic Silvertip da168 grani, una combinazione davvero micidiale per la caccia al Re del bosco in battuta.



Da buon veterano, anche se non si sentiva praticamente nulla, ero comunque molto attento. Infatti, tre poste sopra di me, tirarono rapidissimi due scariche di carabina. Mio cugino, che all’orecchio sinistro aveva un auricolare stile Body Guard, con le dita mi segnalò prima un due e poi una croce, segno inequivocabile che un paio di cinghiali erano già stati abbattuti. Finalmente in lontananza cominciammo ad avvertire anche gli splendidi segugi Maremmani di Gianni, Alessio e Luciano. Tutta la battuta si stava svolgendo praticamente sull’altro versante del monte, ma ogni tanto un cinghiale decideva di farci visita. Ma alla fine uno fu tutto mio. Anzi mia, visto che era una grossa scrofa! Sentivo i cani lontani, ma una tagliata di un anno non è come il forteto maremmano, i cinghiali scorrono veloci. Mi sembrò di sentire un rumore, poi vidi un’ombra scura solcare la ramaglia finché non fu a tiro. Era talmente veloce che feci appena in tempo a tirargli due colpi prima che attraversasse la linea delle poste. Devo essere sincero, non la vidi né cadere né accusare i colpi, ma fui fiducioso perché quando avevo stretto il grilletto della BAR, il vistoso Red Dot  “era dove doveva essere”. Fui tentato di “parare” i cani quando arrivarono, invece li lasciai passare. Fu una decisione giusta e sensata perché, solo pochi metri più avanti, smisero subito di abbaiare per prendere a morsi un grosso cinghiale morto.

Nonostante infervorasse la battuta, io e i miei due vicini di posta dovemmo andare a smacchiarlo per recuperare i cani che non avevano nessuna voglia di smettere di azzannare la spoglia. E’ vero o no che quando hai già abbattuto un bel cinghiale la cacciata prende tutto un altro sapore? Mio cugino mi guardava implorante, come a volermi dire:”Riuscirò a tirare una botta anch’io?”. Gli feci segno di si, ma di stare tranquillo e sempre molto attento. Purtroppo non era ancora il suo momento perché, nel silenzio ovattato della tagliata, sentii di nuovo un familiare galoppo in avvicinamento. Un rumore simile (anche se l’andatura del cinghiale è inconfondibile!) non vuol dire che preannunci sempre l’avvicinarsi di un bel verro, ma è meglio prepararsi. Concentrai la vista tra due dei pochi alberi rimasti e come vidi apparire una testa irsuta dotata di grifo, gli spedii subito contro una Ballistic Silvertip da 168 grani risolutrice. E due!

Nonostante il clou della battuta fosse lontano e il vento non proprio a favore, lungo la mia linea avevano cominciato a tirare anche altri cacciatori. Nonostante la brezza “capricciosa”, la nostra zona doveva essere piuttosto frequentata dai cinghiali perché arrivavano spediti senza avere neanche i cani dietro. Con la coda dell’occhio intravidi Romano irrigidirsi e poi mettersi in punteria. Prima ancora di farlo anch’io, incrociai le dita sperando che se uno di noi due avesse dovuto tirare, quello che avrebbe avuto più diritto a farlo sarebbe stato mio cugino. Sentii il primo sparo senza neanche aver visto a cosa avesse tirato, ma un grugnito mi fece ben sperare. Ne seguirono altri due, poi tutto tacque. Dal sorriso a 32 denti che mi fece Romano, indovinai da solo il risultato dei suoi tiri!



Di solito al Bucone non si fanno mai grossi carnieri, perché si è quasi sempre in pochi, ma quel mattino ipotizzai che dovessero essere stati già presi diversi cinghiali, sempre stando al solito calcolo filosofico-scherzoso che prevede un capo abbattuto ogni cinque colpi sparati! Alla mia sinistra Evaristo, che tramite radio non si perdeva un attimo della battuta, mi sussurrò orgoglioso che lungo la nostra fila “non erano stati fatti prigionieri”, mentre nell’altro versante del monte la situazione era tragicomica. Non rido mai quando mi dicono che durante una Cacciarella sono state fatte tante padelle, perché conosco la realtà delle braccate. Di come partecipino più cacciatori anziani armati “tradizionalmente” che aitanti giovani tecnologicamente dotati. Poi, qui lo dico e qui lo nego, non è affatto raro trovare nei tableau finali qualche cinghiale spolverato a pallettoni! Un altro motivo questo per cui metterei l’arma rigata obbligatoria anche per la caccia in battuta, come lo è per tutta l’altra selvaggina ungulata.

La cacciata aveva preso decisamente una bella piega; tra me e mio cugino Romano avevamo abbattuto tre animali e non era ancora finita. Due tre poste sotto di me sentii sparare alcuni colpi seguiti subito dopo da altrettante coreografiche imprecazioni che mi fecero scattare il campanellino d’allarme. Vidi tutti i miei vicini di posta con i fucili già imbracciati ma io, che non ho l’abitudine di portare la carabina alla spalla se prima non ho visto arrivare il selvatico, attesi con l’arma pronta all’altezza del petto nella classica posa “skeet”! Mi concentrai verso la tagliata dove ipotizzai sarebbe potuto arrivare il cinghiale ed infatti lo intravidi fuggevolmente tra lo scarto del taglio fresco del bosco. Sparai rapidissimo due colpi nell’unico varco libero che m’offrì la vegetazione, e fortunatamente riuscii di piazzarli entrambi a segno. Sono azioni come queste che servono a confermare prepotentemente la superiorità dei mirini elettronici rispetto a quelli metallici. Se avessi avuto solo tacca di mira e mirino non avrei assolutamente avuto il tempo di allinearli a dovere e di indirizzarli nel punto giusto. Quello appena abbattuto era davvero un grosso verro, che prese a scalciare per almeno un minuto buono prima d’immobilizzarsi per sempre! E tre!

A quel punto non seppi più resistere, così presi il telefonino e cominciai a mandare messaggini ai miei amici braccaioli Gianni, Alessio e Luciano per incitarli a mandarne degli atri perché stavo appena cominciando a divertirmi! Nel mondo della caccia a palla c’è sempre stata e sempre ci sarà l’eterna diatriba tra gli appassionati della battuta e quelli che invece la vedono come il fumo negli occhi. Ecco, secondo me, alla battuta contribuiscono anche tanti bellissimi momenti di goliardia pura assenti nelle altre forme di caccia. Strano ma vero, anche quei momenti sono un modo come un altro per ritornare un pochino quasi bambini. Si scherza e si ride, a volte si litiga e ci si offende, ma poi tutto finisce sempre bene davanti a un bel piatto di pasta scotta e ad un bicchiere di pessimo vino, perché quello buono se lo bevono tutti a casa loro! Comunque, dopo qualche minuto la battuta volse al termine e noi ci ritrovammo al punto di partenza, al piazzale antistante la casa di caccia, dove assistetti ad un episodio alquanto singolare, che in un modo o nell’altro si riallaccia a quel che ho scritto pocanzi rispetto “alle stravaganze” delle persone che partecipano alle battute al cinghiale. Al mattino, poco prima che venissero assegnatele poste, uno pseudo signore aveva fatto il giro del piazzale con due vassoi di torte e pasticcini mostrandoli a tutti, in particolare ai signori Luigi Pasqualetti e Carlo Mariotti, con il palese scopo di accattivarsene le grazie. Ma alla fine della bellissima battuta, che fece registrare un totale di ben ventotto capi abbattuti, il poveretto (chissà, forse perché non aveva sparato un colpo!) ricaricò tutte le sue prelibatezze in macchina e sgommando se ne andò per riportarsele a casa! Ecco, alle battute possono accadere anche delle scenette tragicomiche come queste!

Marco Benecchi


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