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16/03/2017 

Capita e purtroppo un giorno capiterà a tutti, perdere un affetto caro con il quale sono state condivise svariate avventure di caccia. Ahimè capita, perché partire da questo mondo, anche prematuramente, fa parte delle leggi della vita. E quando il legame è forte e i ricordi tra il verde e l’azzurro di quei cieli sono così tanti, non è facile ripercorrere da soli gli stessi sentieri. Un vecchio ceppo, un angolo di bosco, il profumo di un alba, saranno sempre causa di refoli di vento, che faranno sfogliare in quegli attimi, le pagine del nostro libro del ricordo.

Non avrei mai immaginato che l’ultima pagina di quel libro, l’avremmo scritta quel giorno. Era impensabile immaginare che quella fosse stata l’ultima uscita insieme. Partimmo al buio, come era solito fare. Appuntamento alle 5,40 sotto casa mia. Mio zio era puntuale, infatti già cinque minuti prima era sotto casa ad aspettarmi. Era una mattina come le altre, ricordo un cielo stellato e un leggero freddo. Durante il tragitto lungo la strada che ci portava via dal paese, decidemmo il luogo in cui dirigerci per lo spollo. Mio zio a caccia andava solo ed esclusivamente a tordi; era una forma di caccia che particolarmente l’accendeva. Dopo una manciata di minuti arrivammo sul posto deciso assieme. Scesi dalla macchina e con noi Diana, la mia cocker-springer, andammo verso le postazioni, aspettando il gioco meraviglioso dell’alba. In quei momenti ci si sente estranei dal mondo. Il risveglio comincia col canto dei pettirossi, che a volte così curiosi, vengono a corte distanze, come se volessero salutarci. E poi il cielo s’accende di colori. E dopo quei momenti, si comincia a vedere e sentire qualche tordo. Quella mattina lo spollo non fu dei migliori, s’era visto solo qualche tordo e sentito qualche sparo nei dintorni. Ma noi non c’abbattemmo, anzi eravamo felici di trovarci in quel posto, in quel momento e soprattutto a condividere lo stesso cielo.

Quando le ultime briciole di rugiada spiccarono acrobatici voli annunciando il dì sereno, decidemmo di spostarci per raggiungere un’altra zona di caccia. Qui, appena giunti sul luogo, diversi tordi volarono dagli uliveti disturbati dal nostro arrivo in macchina. Entusiasti della speranzosa visione, percorremmo un viottolo a piedi per raggiungere le nuove postazioni che c’avrebbero ospitato fino all’ultimo minuto di quell’avventura. Dopo qualche minuto i tordi iniziarono a danzare tra le cime del bosco di castagno. Inoltre una serie di zirli provenienti dalla parte più interna dello stesso, segnalavano una buona presenza in zona. E così fu. Con una certa frequenza, i tordi venivano fuori per tuffarsi negli uliveti, dove noi eravamo appostati. Non era una buona annata di olive, ma i tordi trovano sempre una pianta per accontentarsi. Passata la prima mezz’ora, ne facemmo un paio e per fortuna senza padelle. Mio zio raramente sbagliava i tiri, aveva ormai una certa esperienza consolidata dal tempo. Era mancino come me. E’ bello pensare che chiudevamo lo stesso occhio per guardare con l’altro ciò che solo un cacciatore può vedere e capire in quegli attimi. La caccia è prima di tutto emozione.

La lancetta dei minuti rincorreva con entusiasmo quella dell’ore. S’erano già fatte le otto, e il carniere era discreto. In aria si vedevano danzare gruppetti di allodole che andavano alla ricerca di appezzamenti di terreno dove tuffarsi e riposare dal lungo viaggio migratorio. Piccoli stormi di colombacci coloravano il nostro cielo, ma passavano ad altezze non accessibili al tiro di un fucile da caccia. Anche il sole cominciava a farsi sentire, coi suoi raggi che profumavano i colori della natura. E io, anche se distratto dalla battuta, ogni tanto guardavo mio zio. Era li, seduto sul seggiolino con un piccolo abete davanti che lo nascondeva dall’occhio dei tordi. Era li con quella giacca, sempre la stessa, che la ricordo sin da quando mi portava con se da bambino. E mentre consumava quella sigaretta, in quel fumo non avrei mai pensato che si celava il bruciare degli ultimi attimi di caccia vissuti assieme. Non avrei mai pensato che quelle fossero state le ultime immagini che la mia mente avrebbe scattato su di lui. Uno zio speciale, un cacciatore speciale, che ha contribuito molto a farmi immergere in questo meraviglioso mondo della caccia.

La mattinata di caccia si stava concludendo. Il quadrante segnava le 10,30 quando mi avvicinai con Diana verso di lui e consumammo una manciata di minuti nella sua postazione. Discutemmo della mattinata trascorsa e si parlava di come organizzarci per la prossima, vista la buona resa della cacciata. Ad un tratto, io sentii uno zirlo proveniente dalle nostre spalle e dissi: “Attento zio”. Era un tordo molto veloce e difficile d’abbattere. Mio zio d’istinto imbracciò il suo semiautomatico, e con un maestoso tiro che ancora oggi c’ho negli occhi, fece quel tordo, con una caduta strepitosa prima di toccare il terreno ricco di alte erbacce. Fu quello l’ultimo momento di caccia, che si concluse assieme all’intera mattinata, col riporto di Diana dell’ultimo tordo che i miei occhi videro abbattere da mio zio. Poi ci dirigemmo verso la macchina, percorrendo col sorriso quel sentiero e già con la mente orientata alla prossima avventura da condividere felicemente insieme. Ma così non sarà più.

Dopo qualche giorno dalla sua prematura dipartita, scrissi di getto “Sento ciò che vivrà ancora”, poesia che in una prima parte, ripercorre piccoli attimi e sfumature vissute insieme, nei vent’anni che c’hanno resi attori della stessa passione. Un cacciatore s’immedesimerà facilmente tra i fotogrammi di quei versi, perché in fondo ognuno di noi lascia sempre parte del proprio cuore, tra i preziosi meandri della meravigliosa natura.



 
 
 
 
 
 
 
SENTO CIÒ CHE VIVRÀ ANCORA

Sento la tua macchina partire
il suo clacson contento, per le strade,
sento ancora il respiro dell’emozione
il volto del buio, svelato dai fari.
Sento le albe piene di promesse
il cielo stellato, la gelida tramontana,
sento ancora l’odore della tua sigaretta
il suo fumo bianco, dipingere l’aurora.
Sento i tuoi passi esperti e sicuri
tra i ciuffi d’erba e le labili felci,
sento ancora la tua voce scherzosa
che dal solito angolo, mi chiama.
Sento dei nostri cani, gli abbai fedeli
l’odore di muschio e di terra bagnata,
sento ancora l’acuto fischio dei richiami
gli zirli, gli spari e i carnieri d’allora.

Sento il nostro essere mancini
chiudere lo stesso occhio, saper mirare,
sento ancora il carrello del tuo fucile
il fresco odore della polvere da sparo.
Sento il canto e il volo dei fringuelli
i racconti, i sorrisi mentre si camminava,
sento ancora lo scrosciare delle foglie secche
e tra gli ulivi, il suono del tuo cellulare.
Sento il sole caldo delle belle giornate
il dondolio dei rami nudi di castagno,
sento ancora il tuo essere sempre felice
il tuo ampio sguardo, seguendo uno stormo.
Sento il rumore delle cartucce nello zaino
a terra il cumulo delle tue carioca rosse, vuote,
sento ancora la pioggia che forte cade
il volo di quel tordo, verso l’orizzonte…

E sul limine del silenzio
giunge malinconica, una fitta nebbia
che mormora misteriosi echi
che attraversano i colori degli anni
lasciando domande irrisolte.
Chi calcola il giorno e l’ora?
Chi calcola questi numeri, e poi
disegna il volto del destino?
La casualità?
O una mano segreta
che scrisse, da sempre scrisse
il tuo cammino?
E se solo potrei rivederti
solo per il tempo di una parola
ti direi, solo “grazie”
solo uno, un grazie per tutto.
E anche se, questo piccolo tempo
non ce lo darà mai nessuno,
il mio grazie, lo grido lo stesso:
sono sicuro che tu, lo sentirai.

Sì, lo sentirai… come io
sento ciò che vivrà ancora.

 
Vincenzo Scordo

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6 commenti finora...

Re: Vivrà ancora

bella bella.........

da nik   11/04/2017

Re: Vivrà ancora

Volano gli anni come fosse niente ci rimane il ricordo degli amici che prematuramente ci hanno lasciato anche voi tra poco sarete cibo per vermi ma non preocupatevi ci saremo noi a ricordarvi su questo blog .Morite tranquilli.

da Giacomo gia'   10/04/2017

Re: Vivrà ancora

Sono passati 40 anni ma una infinita piacevole tristezza mi invade l'anima . mentre sono a caccia nel bosco l'odore della terra delle foglie che sono cadute l'odore della beccaccia,l'odore dei tordi, il profumo di tutto questo e non esiste cura , mi riporta a 40 anni orsono per qualche minuto resto come imbalsamato negli occhi l'immagine di mio padre che si toglie la giacca di fustagno impregnata di odore di tabacco misto a profumo di selvaggina e me la mette sulle spalle mentre rotolano in terra 4 cartucce di cartone rosse eravamo a beccacce vicino lucca e il freddo era freddo e non come adesso che a dicembre sembra primavera .

da Sante   06/04/2017

Re: Vivrà ancora

Caro Vincenzo tuo zio sarà sempre con te anche nelle future cacce. Insieme a tuo zio ricordo il mio nonno Ettore che mi ha contagiato quella grande passione che mi infiamma il cuore da più di 60 anni. Anche lui vive ancora nel mio cuore.

da Giorgio   31/03/2017

Re: Vivrà ancora

Vincenzo sto piangendo , sono certo che tuo zio era e sarebbe tutt'ora orgoglioso di averti come nipote ,ma sopratutto come compagno di caccia. Credo che la sua aurea presenza non ti abbandonerà mai . Saluti da Filippo

da Filippo da piacenza   26/03/2017

Re: Vivrà ancora

Sono commosso.sono anch'io uno zio di un magnifico nipote che ho iniziato e ancora porto a caccia con me.

da Iano caruso   16/03/2017
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