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18/11/2016 16.47 



Il colombaccio è il maggiore dei columbiformi selvatici di doppio passo in Italia, insieme alla più piccola colombella (Columba Oenas) ed al Piccione Selvatico (Columba Livia)
Biologicamente esso appartiene all’ordine dei columbiformi, alla famiglia columbidae, la specie è Columba Palumbus; è uccello apparentemente simile nella struttura fisica al piccione domestico e torraiolo, ma all’osservazione accurata appare molto più robusto e forte, ha una lunghezza di circa 40/45 centimetri ed un peso che può andare da 400 a 550 grammi.

La testa è color azzurro con l’occhio giallo oro con la pupilla nera. Il collo forte ed esteso ha ai lati piume cangianti a riflessi verdi e porpora, dorso ed ali sono grigio piombo e le timoniere della coda molto lunghe.

Balzano all’occhio le mostrine bianche sui gomiti delle ali che dividono il nero delle punte dal grigio della porzione mediale, le mostrine sono evidenti sull’uccello posato ed evidentissime soprattutto in volo, la parte inferiore è grigia e nerastra.

Altri caratteri distintivi sono la banda nera e bianca sulla terminazione della lunga coda e le macchie bianche sui fianchi del collo, presenti solo negli esemplari maturi, non nei giovani e nei “roscioli”.

L’ala è un piccolo capolavoro di ingegneria aerospaziale, forte ed è imponente con una notevole apertura ed una struttura potente e muscolosa, chiaramente concepita per il volo d’alta quota; le remiganti sono nere, forti, nette e perfette nelle loro forme e nella sovrapposizione ordinata, paiono dotate di una loro insita elevatissima tecnologia.

Il petto e l’addome, fino alla radice della coda, sono coperti da un fitto consistente piumino, impermeabile, assestato in modo ordinato e tale da formare una coltre invalicabile al freddo ed all’umidità delle correnti d’alta quota che lo investono nei lunghi voli di migrazione, il colore del petto gia dalla gola assume un tono vinaccia che sfuma sui fianchi e sull’addome in un grigio chiaro.

Le zampe sono forti e grandi, color carminio, il becco è giallo sulla punta e rosso alla radice, tenendo un colombaccio ucciso per il becco ne sapremo la classe d’età, se esso fletterà avremo in mano un individuo giovane, se rimmarrà rigido sarà un colombo adulto e maturo.

La femmina può avere fino a due covate l’anno, depone le sue due uova generalmente a fine marzo o inizio aprile e le cova si protrae per poco più di due settimane.

I piccoli colombacci vengono nutriti dalla madre con un particolare secreto parzialmente digerito che la femmina del colombaccio elebora nel suo stomaco e poi rigurgita direttamente nel becco dei piccoli, il noto “latte di piccione”, i nidiacei iniziano a uscire dal nido in base alle condizioni di sviluppo e di clima verso la terza o quarta settimane di età.

Il colombaccio è sempre stato considerato specie prevalentemente migratrice, il passo interessa la nostra penisola generalmente nel periodo compreso tra l’inizio e la fine del mese di ottobre col culmine coincidente al periodo di due settimane centrali comprese tra il giorno 6 (per San Brunone le palombe a battaglione) e il giorno 20. Oltre alla grande massa di colombacci in migrazione che attraversa il nostro territorio in stuoli a volte di alcune migliaia di unità, osserviamo un numero via via crescente di individuiche rimangono stanziali per tutto l`anno sul nostro territorio.

Se fin a dieci dodici anni fa questi colombacci stanziali si fermavano soltanto in pochi precisi punti dello stivale (Bosco della Mesola, Pineta di Ravenna, Parco di San Rossore, pinete della Versilia e della costa marchigiana, zone boscate di Calabria e Sicilia ) oggi la diffusione di soggetti stanziali è molto maggiore e sulla dorsale appenninica in zone comprese tra i 600 ed i 1200 metri, si osservano come regolarmente presenti un numero elevato di colombacci stanziali che si insediano ai bordi di boschi, lungo grandi siepi e più in generale in zone caratterizzate dalla presenza di alberi adulti.

Le correnti migratorie hanno doppio passo, infatti oltre al periodo principale di ottobre si riscontra il ripasso primaverle di marzo e aprile.

Anche dopo tanti anni di caccia è impossibile restare indifferenti davanti ad un carniere di alcuni colombacci, è innegabile come non si possa evitare un sentimento di emozione al cospetto di questo potente e affascinante volatore in livrea grigio azzurra.

Dagli stormi enormi di colombacci avvistati ai valichi montani nelle soleggiatissime e gialle mattine di ottobre come dai branchi rumorosi ed ondeggianti che giungono agli azzichi di un palco aereo toscano ricavato su di un vecchio leccio o ad una vecchia posta umbra o marchigiana, otteniamo sempre la medesima emozione sempre lo stesso sentimento di ammirazione per la bellezza e per la potente espressione di se che la Natura ha voluto mostrarci e trasmetterci con questo suo piumato ed azzurro figlio e padrone dei cieli.

Il colombaccio più che una preda qualsiasi è infatti, come diceva il grande Granelli un azzurro aereo da crociera, la sua cattura illude il fortunato cacciatore di aver ottenuto un anelito di libertà, un tratto di quel cielo in cui è signore questo splendido e potente columbiforme.

I vecchi e più esperti cacciatori sanno riconoscere e prevedere le linee migliori in base alla presenza di particolari condizioni metereologiche e di certi venti apparentemente quasi insignificanti.

Classicamente il colombaccio viene cacciato da anni seguendo alcune tecniche tradizionali quanto conosciute: l’attesa ai valichi montani su linee di affilo conosciute negli anni come quelli di miglior passo, la caccia dai palchi e dalle “poste” aeree collocate su piante di alto fusto come querce e lecci situati nelle zone di transito e di buona frequenza di colombacci stanziali oppure, in maniera minore ma non trascurabile, in capanno da terra, con stampi e richiami vivi imbragati nelle zone di pastura.

In base alle tipologia di caccia si presentano di volta in volta condizioni e distanze di tiro differenti e questo fatto rende necessario l’impiego di armi e munizioni leggermente differenti nelle caratteristiche tecniche.

La caccia ai valichi montani

Ai valichi la caccia è impostata sull’attesa, protratta per intere giornate, sulle linee di passaggio elle correnti migratorie, che è accertato abbiano linee preferenziali e tradizionali.
Ai valichi, le selle, le confluenze di valli ma a volte anche zone diverse che apparentemente non hanno necessariamente delle caratteristiche orografiche “logiche” sono i punti preferenziali di passaggio e quindi di attesa degli stuoli di palombe in migrazione.

Questa caccia che è sicuramente la meno impegnativa tra quelle praticate non è tuttavia priva di forte suggestione e se viene praticata con ottima conoscenza dei luoghi, delle linee di migrazione e soprattutto della loro dipendenza e collegamento alle condizioni metereologiche e dei venti, può portare a carnieri tuttaltro che dispezzabili.

L’attesa del branco, l’avvistamento, la speranza che la direzione sia proprio quella del capanno rendono questa caccia molto singolare e profondamente appassionante ed emozionante.

Nella caccia al valico i tiri possono essere estremamente lunghi; con tempo sereno e privo di vento, i colombacci transitano solitamente a elevata quota e quindi non di rado si richiede a fucile e cartuccia il massimo rendimento e la maggior portata ricorrendo spesso a armi e cartucce magnum o quantomeno alle cariche maggiorate di piombo piuttosto grosso.

Per l’importanza del terzo colpo sui branchi sarà elettiva in questa specifica caccia la scelta del fucile automatico, anche in considerazione di quanto appena detto, sono da considerare scelta elettiva quelli in calibro 12/76 di peso medio compreso tra 3250/3450 grammi con canne da 700 a 760 mm. e strozzature medio-accentuate (** o *) oppure ancora meglio dotte di strozzatori interni intercambiabili.

Il calibro 20 è adeguato solo in versione magnum quindi con camere da 76 millimetri e con cartucce pesanti con 32 e 35,4 grammi di piombo, che in questo caso qundo abbinate a strozzature accentuate e canne di almeno 710 mm. non differiranno troppo in rendimento dalle normali corazzate del calibro 12.

Le canne corte e larghe ed i moderni fucili leggeri non offrono in questa caccia una buona resa, salvo condizioni particolarissime ed occasionali in cui il transito del passo avvenga a bassa quota per forte vento contrario e tempo perturbato o con nebbia, oppure le condizioni del tiro siano per la natura del luogo di caccia limitate a spazi ristretti e a breve distanza, condizioni queste tuttavia inconsuete e anomale in questa specifica forma di caccia al colombaccio.

I basculanti, siano essi doppiette a canne parallele o sovrapposti, non esprimono la miglior condizione di impiego e funzionalità nelle cacce alla migratoria, in cui il terzo colpo può spesso avere notevole importanza, tuttavia se con queste armi c’è un notevole affiatamento e dimestichezza nel tiro possono essere certamente impiegate scegliendo tra quelle dotate di canne lunghe almeno 700 mm. e con strozzature adeguate di ***/* e **/* escludendo invece come già premesso quelle corte e larghe e quelle molto leggere ed inadatte all’uso di cartucce pesanti.

Il sovrapposto, per la sua conformazione, soprattutto nei tiri lunghi risulta dotato di una maggior precisione di puntamento e di tiro ed è quindi da preferire tra le due versioni di arma basculante.

Le cartucce dovranno essere ottime e provate per la loro capacità di fornire rosate strette e compatte sulle medio-lunghe distanze, tra i caricamenti originali si darà la preferenza alle buone corazzate e supercorazzate, con non meno di 36 grammi di piombo temperato o nichelato del n. 5-6, oppure per le magnum a quelle non troppo pesanti e quindi dotate di 50/53 grammi di piombo n. 4-5.

La borra contenitore è chiaramente elemento indispensabile per guadagnare preziosi metri nell’estensione della portata del tiro.
 
 
 
Gianluca Garolini

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Re: COLOMBACCIO: IL SIGNORE DELLE MIGRAZIONI

Grande Gianluca. Cacciatore eclettico, esperto, sensibile, poeta.

da Rindo  29/11/2016 17.08
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