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28/10/2022 8.48 

 
“Non contano gli anni che mi restano da vivere, ma quante stagioni di caccia al camoscio mi saranno ancora concesse!”. E sì, volendo imitare il grande conte Paul Palffy, a me piacciono più i camosci che i cervi! Poi, se per cacciare il cinghiale in battuta, il cervo al bramito, caprioli, daini e mufloni alla cerca e all’aspetto non occorrono grandi doti fisiche, per inseguire il Signore delle Vette occorre invece essere super allenati e con tutti i controlli medici a posto. 

Credo che la caccia in montagna dovrebbe essere considerata come una vera e propria verifica dello stato fisico di un cacciatore e delle sue reali possibilità, perché spesso lo sforzo necessario per catturare un camoscio può farci conoscere davvero i nostri limiti. Detto ciò, mi sembra superfluo ricordare che, in previsione di un’uscita autunnale in montagna, bisogna provvedere con largo anticipo a fare un duro e costante allenamento. 

Comunque, grazie alla mia infinita passione, alla mia caparbietà e alla preziosa collaborazione di pochi ma sinceri amici, nella mia vita ho avuto la fortuna d’inseguire tutta la selvaggina cacciabile in Italia e buona parte di quella europea e, di tutte le cacce che ho praticato, quella che mi ha maggiormente entusiasmato e di cui ho i ricordi più belli è sicuramente  la caccia al camoscio in alta montagna. 

Persino le mie ferie estive sulle Alpi sono in parte dedicate alla continua e frenetica ricerca di nuove occasioni che possono mettermi nelle condizioni di cacciare il Re delle nostre Alpi e per preparare il mio “non più giovanissimo” fisico per l’eventuale, splendida avventura. 

Ho scoperto a mie spese che c’è una grande differenza tra il camminare nella macchia per un giorno intero dallo scalare sentieri rocciosi, magari per poche ore soltanto! Ma, per trascorrere una bellissima, indimenticabile giornata di caccia in Alta Montagna, occorre anche un’altra cosa: un vero amico che ti accompagni, come Vittorio! 



Conosco Vittorio da una via e sin dal primo giorno che ci presentarono fu subito amore a prima vista. Lui, conoscendo la mia immane passione per la montagna, appena le condizioni lo consentono, non perde occasioni per invitarmi ad andare a trovarlo. Ci sono zone di caccia belle, bellissime ed altre meravigliose, come il Cadore Dolomitico, posti dove da decenni amo trascorrerci le mie vacanze estive e ogni volta che ho l’occasione di ritornarci, mia mogie Nadia è sempre felicissima di accompagnarmi nell’avventura.  Anche perché sia la cucina sia gli alloggi degli agriturismi e dei B & B montani sono davvero eccellenti! 

Di solito, per cacciare il camoscio non sono necessarie delle levatacce, ma quando lo si caccia alla “vecchia maniera”, a piedi, partendo dalle strade asfaltate con carabina e zaino sulle spalle e scarponcini robusti ai piedi, occorre camminare parecchio prima di raggiungere le zone di pastura dei nobili animali. 

La sveglia trillò alle 4, dopo una notte praticamente insonne a rigirarmi nel letto con un turbinio di pensieri nella testa. Dopo quasi mezzo secolo di caccia ho ancora l’entusiasmo, ma soprattutto le   angosce di un adolescente. 

Trovai Vittorio ad attendermi fuori il B & B col suo solito, irresistibile sorriso stampato sulla faccia! “Sei pronto?” mi disse, a mò di saluto. “Sono nato pronto!” gli risposi, sorridendo con molto meno del suo entusiasmo. Vittorio è più giovane di me di una decina di anni ed è montanino doc di nascita. Quindi, oltre all’età e ad essere molto più allenato, possiede una conformazione fisica sicuramente molto più adatta per quelle altitudini. 

Dopo aver percorso forse meno di una decina di chilometri, parcheggiammo il fuoristrada vicino ad una vecchia stalla, prendemmo le nostre attrezzature e cominciammo a salire. Un cielo terso e tempestato di stelle preannunciava una bellissima giornata. 



Vittorio, dotato di una esperienza infinita ed essendo un instancabile arrampicatore, partì subito veloce, facendomi faticare non poco per riuscire a stargli dietro. Tenni il suo passo per una mezz’ora, poi dovetti cedere. Il dislivello mi aveva letteralmente mozzato il fiato e occorsero diversi minuti prima che riuscissi a regolarizzare la respirazione. La temperatura era fin troppo mite per il periodo e l’erba bagnata di rugiada inzuppava i nostri scarponi. 

Procedevamo in silenzio, con un’andatura piuttosto lenta ma senza incertezze, spesso dovendoci aiutare nella salita anche con le mani. Non facevamo praticamente nessun rumore, tolto quello provocato dal nostro sommesso ansimare, dal mio in particolare. 

Dopo aver camminato per oltre un’ ora pregai il mio amico-guida-accompagnatore di fare una lunga sosta perchè ero letteralmente zuppo di sudore. Dovevo procedere con un primo cambio di T-shirt e camicia e bere un po’ d’acqua, dato che rischiavo di disidratarmi. Non credo ci si debba vergognare quando il nostro fisico da sessantenni c’implora un minimo di riposo. Questa è la vita! Non a caso le  ultime  parole che mi sussurrò Nadia mentre  mi alzavo dal letto indolenzito dal lungo viaggio del giorno precedente, furono. “Non strafare, ricordati sempre che hai una certa età, una moglie, un figlio e un nipotino in arrivo!” Comunque, senza neanche sapere come possa esserci riuscito, appena cominciò ad albeggiare ero anch’io in vetta con Vittorio ad ammirare estasiati un immenso anfiteatro montano, di una bellezza mozzafiato. L’intera zona era un caleidoscopio di colori che mutavano in continuazione col sorgere progressivo del sole. L’alba mi riempì il cuore di gioia, perché come dice il proverbio? “ Il buon giorno si vede dal mattino”. 

Fui preda di un entusiasmo degno di un novellino, come vidi Vittorio estrarre dal suo zaino l’ottica già montata su un piccolo, ma efficientissimo treppiede.  Quell’operazione mi eccitò perché, conoscendolo, se aveva deciso di usare il Lungo,  doveva aver avvistato qualcosa d’interessante. “Li hai visti anche tu?” “No”, ammisi sincero, perché ancora non mi ero ripreso del tutto dall’immane fatica provata per salire in quota. “Sull’altro versante c’è un branchetto di camosci”, disse Vittorio, indicandomeli. Una volta saputo dove guardare, li individuai  anche io facilmente e il battito del mio cuore accellerò immediatamente. In bella mostra, come se fossero stampati sopra ad una cartolina, cinque camosci pascolavano apparentemente ignari della nostra presenza. “Sono quattro femmine senza piccolo e un giovane maschio. La femmina più grande, quella più scura sulla destra, è stupenda. Ad occhio e croce dovrebbe avere oltre dieci anni. Sarebbe proprio il capo perfetto da prelevare. Controlla la distanza!” Senza farmelo ripetere di nuovo, lanciai subito l’impulso laser del mio binocolo 8 x 42 e sul display comparve il numero 650. Di comune accordo decidemmo che erano decisamente troppi per tentare il tiro da dove eravamo, ma il territorio sembrava favorevole per tentare un avvicinamento. Cosa più facile a dirsi che a farsi perché, essendo già sfinito dalla salita, vedevo quei ghiaioni scoscesi come dei nemici molto aggressivi e pericolosi. 

Con Vittorio che s’arrampicava come un camoscio senza difficoltà, raggiungemmo il crinale di un piccolo dosso e appena sporgemmo oltre, il mio cuore cominciò a battere ancora più forte, semmai fosse stato possibile, visto che tamburellava nel mio petto come impazzito! I camosci erano ancora là e noi eravamo riusciti a ridurre la distanza a circa 350 metri. Distanza che considerammo accettabile vista la mia abilità come tiratore e l’efficienza della mia attrezzatura.  Senza perdere tempo prezioso mi preparai al tiro, adagiando la mia Weatherby Ultralight Mark V calibro 270 Magnum sul bipiede   sul rest posteriore. Quella splendida arma è in grado di fare una rosata di quattro colpi in due – tre centimetri a duecento metri di distanza e possiede una radenza ed una letalità eccezionali. Il camoscio prescelto si trovava a trecentocinquanta metri esatti, ma era parecchio più in alto di noi. Quindi, considerando l’Angolo di Sito e la precisione delle mie ricaricate preferite con palle Hornady Spire Point da 130 grani, decisi di tentare il tiro come se l’animale si fosse trovato a 300 mt. o magari anche meno. Posizionai il correttore di parallasse dell’ottica sui 300 metri, misi a 20 - 22 gli ingrandimenti e mirai la femmina designata al centro della spalla. Calmo regolai il respiro, armai lo stecher e quando mi sembrò che fosse tutto a posto e di non aver tralasciato nulla al caso, sfiorai il leggerissimo grilletto. Mi augurai di fare un abbattimento netto e pulito, ma di sicuro non di farlo in quel modo. 

Il colpo fu di una tale precisione chirurgica che abbatté la vecchia camozza letteralmente sul posto, fulminandola. Senza dubbio quello è stato uno dei tiri più belli che abbia mai fatto sui camosci in vita mia. Dopo poco più di due ore di durissimo cammino e neanche mezzora di cerca, avevo abbattuto uno splendido animale. Un calorosissimo e sincero “Weidmannsheil” pronunciato da Vittorio, abbinato a un’energica pacca sulla spalla, furono il miglior premio che ambivo. Ero felicissimo del risultato e orgoglioso del fatto che, ancora una volta, avevo sparato bene con precisione e  che il mio fisico aveva risposto a dovere alle chiamate. Veloci ci organizzammo per il recupero della preziosissima spoglia che c’era stata donata con generosità da quella splendida valle incantata. Raggiunta la vecchia femmina di camoscio ci commovemmo. 

Era un capo super – ultrameraviglioso, con un trofeo talmente bello e importante da sembrare quello di un maschio. La valutazione iniziale di Vittorio era stata esatta, perché gli anelli di crescita confermarono che l’età doveva essere circa di una decina d’anni. Ed il suo trofeo, bello, forte e simmetrico era sicuramente una”medaglia!” Porgemmo i dovuti onori al nobile animale poi procedemmo con l’eviscerazione, non prima ovviamente di avergli scattato “qualche” (non credo meno di una cinquantina!) meritatissima foto. 

Eravamo nel regno dei camosci e dei mufloni, con la possibilità d’incontrare ancora degli animali che rientrassero nel piano di abbattimento della riserva, tutt’altro che remota,  ma “chi si accontenta gode”.  E noi due, Vittorio ed io, per quel giorno, avevamo già goduto anche troppo. Così decidemmo di rientrare per pranzare insieme a Nadia,  in un ristorantino della zona e ci scappò persino il tempo per fare un salto a Cortina, dove acquistammo un piumone per il nostro bel lettone in Maremma! Insomma, la giornata non poteva essere più bella, di quelle dove ogni ingranaggio s’incastra alla perfezione col successivo e fa girare tutto liscio come l’olio nel verso giusto. La ciliegina sulla torta arrivò quando Vittorio mi chiese se l’indomani avessi avuto voglia di ritornare a caccia in montagna, praticamente come chiedere ad un’aquila se gli piacesse spiccare il volo!

FINE PRIMA PARTE 

Marco Benecchi 
 
 
 

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4 commenti finora...

Re: Caccia a camosci e mufloni sulle dolomiti

Il .222 mi e; sempre piaciuto ma sta diventando obsoleto. Meglio il.223 senza alcun dubbio perche' e' il piu' flessibile dei tre nominati. C'e' un' ampia scelta di carabine ma quelle per fare TUTTO sono con il passo di rigatura 1:8". Con questo twist si possono utilizzare ad esempio le Sierra MatchKing da 69 grani per il tiro di precisione a 300 metri ( ed anche oltre per chi sa...) oppure, volendo, le Noselr Accubond da 70 grani oppuire Banes TTSX da 62 grani. Personalmente con le Sierra GameKing da 65 grani ci ho capottato diversi cinghiali. Tutti sparati in testa, tutti rimasti sul posto fino a distanze di 150 metri. Tutti questi proiettili che ho citato non si possono usare nel .22-250 perche' ha un passo di rigatura troppo lento, tipicamente 1:14". Si potrebbe fare solo con armi custom.....
Inoltre la disponibilita' di munizioni in .223 e' senza paragoni rispetto agli altri 2 calibri. Dopo il .22 lr, il .223 e' quell che vende piu' munizioni a livello mondiale! Infine, il .22-250 se lo usi per il tiro a segno sparando parecchio, la canna non dura molto.

da Flagg  14/11/2022 16.22

Re: Caccia a camosci e mufloni sulle dolomiti

Volendo acquistare un buon 22 a percussione centrale credo che OGGI la scelta debba cadere sul 223 per pura convenienza commerciale visto che ormai le cartucce sono diffusissime e ancora a buon mercato.
Poi ha la potenza sufficiente per abbattere pulitamente anche un capriolo.

Secondo me il 222 sarebbe più accurato, più preciso e più adatto per il tiro informale e per la piccola selvaggina, vedi tu...
Mentre il 22-250 è davvero molto più energico. Nasce come calibro da caccia né da plinking né militare!

Guarda cosa trovi in giro tra un 222 e un 223.
Saluti
M

da Marco B x Filippo 60  11/11/2022 7.09

Re: Caccia a camosci e mufloni sulle dolomiti

Buonasera Marco. Vorrei regalarmi un ba, anche usato, per il plonking e la piccola caccia e forse caprioli. Vorrei un 22;cosa mi consigl? 222R, 223RM, oppure opto x un salto di energia e passo al 22-250? Cosa conviene x sparare assai e divertirmi e spendere relativamente poco? Penso che inizierò a far ricarica. Grazie

da Filippo60  10/11/2022 21.31

Re: Caccia a camosci e mufloni sulle dolomiti

Ben scritto!!!

da Vecchio cedro  28/10/2022 12.18
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