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29/09/2020 

 
 
Sono molto interessanti le conclusioni raggiunte da Ben Bramble, docente di filosofia presso l'Australian National University. Se non altro per il coraggio dimostrato di andare al midollo del pensiero animalista, teorizzando (e dunque svelandone l'assurdità ) applicazioni pratiche di un pensiero delirante come è quello di voler snaturalizzare la natura.

Spieghiamoci meglio. Seppur la natura stessa dell'articolo sia puramente speculativa, e probabilmente si tratti in sostanza di un esercizio retorico, in esso si parte da presupposti errati, senza capo ne coda, che per assurdo potrebbero essere presi sul serio da qualcuno. Andiamo ad analizzare il testo. Bramble scopre che gli animali provano dolore nonostante l'uomo (ebbene sì) e che il motivo principale per cui questi poveretti soffrono, sono i denti e gli artigli di altri animali, ovvero la predazione degli uni sugli altri. Sconvolto evidentemente da questa legge di natura, cerca soluzioni pratiche. Soluzione numero uno: veganizzare i predatori.
 
Nell'articolo, pubblicato sul Journal of Applied Philosofy, ipotizza di poter modificare geneticamente il dna dei predatori più incalliti di modo che la prole successiva si evolva gradualmente generando erbivori. Direte voi: completamente folle e impraticabile. E infatti Bramble, che la sa lunga, ha pronto il piano b: uccidere (rigorosamente in modo indolore!)  i predatori.
 
Ecco fatto, problema del dolore risolto. E le lotte per il territorio? E il dolore derivante da malattie e ferite accidentali? Pensare di poter eliminare il dolore dalla vita animale non solo è qualcosa di utopico ma, ci perdoni il liuminare, è qualcosa di oggettivamente insensato.
 
La Redazione
 
 
Pubblichiamo di seguito il commento di un'altra studiosa, la italiana Giulia Corsini, che crediamo abbia centrato in pieno la questione.
 
"Cosa succede quando metti un filosofo di etica animale con un bias utilitarista, senza alcun minimo background sulla biologia, ecologia, evoluzionismo, fisiologia, biotecnologie, epistemologia della scienza a ciarlare di animali?
Questo paper è così sbagliato su tutti i fronti che non basterebbe un trattato infinito per esporre le carenze sotto tutti i punti di vista.
Il filosofo ha fatto una scoperta incredibile: gli animali soffrono in natura e non solo per mano dell'uomo, tuttavia riconduce la sofferenza animale alla predazione e si pone un quesito: converrebbe veganizzare tramite l'ingegneria genetica i cattivi predatori oppure ucciderli in modo indolore? Opta per l'uccisione indolore.
Esistono numerosi problemi, partendo dalla definizione di sofferenza.
 In generale può essere intesa come incapacità di mantenere l'omeostasi, ovvero l'equilibrio dell'ambiente interno, con le sue proprietà chimico-fisiche. Questa è una caratteristica propria della vita stessa.
Poi ci sono dei tratti adattivi funzionali al mantenimento dell'omestasi e dunque alla sopravvivenza quali il dolore. Un campanello di allarme, una minaccia all'equilibrio interno, tant'è vero che delle persone affette da una condizione chiamata analagesia congenita, una malattia rata nella quale non si sente il dolore, hanno ridotta aspettativa di vita.
A volte si  intende come sofferenza una condizione riconducibile al dolore.
Il dolore non è inflitto solo durante la predazione, ma anche nelle dinamiche sociali, per esempio la scelta del partner sessuale, nella lotta per le risorse gerarchie e altre cose poco comuniste che avvengono in natura.
Se ora, in un mondo utopico, si uccidesse in maniera umana molti predatori, comunque dalla sofferenza non si scapperebbe.
Questo approccio porterebbe a una crescita esponenziale di una popolazione di erbivori oltre alla capacità portante del territorio, inoltre ci sarebbero stravolgimenti ambientali che inciderebbero sulle altre specie in termini numerici e di sofferenza, oltre che nella popolazione stessa per le risorse e quindi ci sarebbe un aumento delle lotte e conflitti sociali.
Dalla sofferenza e dal dolore non si scappa.


Chiede in ultimo, come si sentirebbe un predatore se in qualche modo comprendesse la natura del dolore che infligge alla preda dando per scontato che ci sia la possibilità di teoria della mente antropomorfica che porti alle stesse identiche conclusioni della nostra cornice spazio-temporale.


È più che mai chiaro che la questione animale, in quanto interdisciplinare, non  può essere affrontata partendo da una prospettiva puramente filosofica. Il rischio, in termini utilitaristici, è che ci renderebbe soggetti attivi responsabili di sofferenza e dolore inutili ed evitabili, causate dall'aver ignorato le evidenze scientifiche".
 

 

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