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26/11/2018 14.51 

 
Ispirato dalla storia di un lettore, torno sul tema del consenso per analizzare alcuni casi-chiave

Che il consenso, ovviamente in un cane da ferma, sia l'arte del rispetto nonché indice di intelligenza venatoria, è cosa ormai appurata e trattata anche da questa rubrica. Ciò, tuttavia, non vuol dire che i soggetti che non lo possiedono innato o che non lo maturano nel corso delle prime uscite e dopo i primi sbagli siano per forza di cose da scartare o da condannare alla caccia "in solitaria". Sollecitato da un mio affezionato lettore, al quale ho senza dubbio risposto con superficialità poiché interpellato in un periodo di concitazione dal punto di vista professionale, colgo qui l'occasione per tornare nuovamente sul tema del consenso, portando ad esempio dei casi-chiave che possano riassumere, per quanto possibile, una vasta gamma di problematiche comuni a molti ausiliari da ferma di buon sangue. Mi sembra anche il modo migliore per porgere le scuse al mio giovane e appassionato lettore, che potrà qui - spero - trovare risposte più esaurienti al suo quesito.

Primo caso: l'eccesso di carattere. Il giovane soggetto vive con un cane più vecchio di lui, ne condivide gli spazi. I due ausiliari sono gli unici posseduti dal cacciatore. Spesso accade che il giovane, tollerato dall'anziano malleabile, si prenda continue licenze sul collega, per esempio al momento del pasto oppure appena sciolti in aperta campagna. Atti di sottomissione all'interno del box, con o senza il cibo di mezzo, se perpetrati da parte del più giovane nei confronti del cane esperto potrebbero rendere il consenso del primo nei confronti di quest'ultimo molto difficile da realizzarsi. Anzi, minore sarà la confidenza che il giovane esuberante ha con il collega di turno o di cacciata, più alte saranno le probabilità che rispetti l'azione dell'altro ausiliare qualora dovesse filare o entrare in ferma. Tuttavia, se si è giunti al punto di dover impartire il consenso al giovane utilizzando, come "cane istruttore", proprio il soggetto adulto col quale condivide gli spazi e che regolarmente sottomette, allora occorre prima sottomettere noi il cucciolone. Come? Con ogni mezzo possibile, purché incruento.
 
 

Un tempo, in mancanza di conoscenza e di sensibilità, si ricorreva a mezzi violenti per sottomettere i cani di gran carattere che non volevano piegarsi a rispettare il lavoro degli altri ausiliari. Questi soggetti, quelli che - per intendersi - sembrano dire "o io o nessun altro", venivano sottomessi con il "Flobert" caricato leggero e un'invidiabile scelta di tempo. Il che spesso, tuttavia, li rendeva estranei a partecipare a qualsiasi azione di caccia all'infuori dei propri incontri: in altre parole, alla vista di un altro cane in ferma, il soggetto maltrattato girava semplicemente al largo senza consentire ma anche senza disturbare. Il che, probabilmente, era sufficiente per il proprietario ai fini del buon esito dell'incontro. Tuttavia, ora che i decenni sono trascorsi e che la sensibilità dell'uomo - almeno in teoria - si è alzata di livello, soluzioni dolorose sono sempre e comunque sconsigliabili, a maggior ragione da chi i cani sostiene di amarli come la maggior parte dei cacciatori-cinofili. Pertanto, per sottomettere il giovane irruento occorre innanzitutto insegnargli per bene i comandi da cortile, primo fra tutti - come suggerisce anche Felice Delfino nel suo proverbiale Manuale - il "terra".

Non importa il tempo che ci si impiegherà: finché il giovane non sarà sottomesso ai comandi di base, risulterà inutile condurlo sul terreno in compagnia del compagno più anziano. Anzi, un'ottima idea sarebbe quella di dividere i due cani - se si possiede abbastanza spazio - e di proseguire con i comandi al più giovane, senza permettergli mai di accompagnarvi nelle uscite a caccia. Una volta assimilati i comandi, specialmente il "terra", lo si conduca con la corda lunga sul cane più anziano già in ferma, possibilmente su di una quaglia d'allevamento che però sia ottima volatrice. Si trattenga con forza il giovane che tenta di caricare il collega fermo, senza indugio alcuno tanto più se il carattere dell'allievo si rivela ancora spavaldo malgrado l'addestramento da cortile. Si ripeta "terra" più volte, con fermezza, e si premi una volta ottenutolo. Carezze e strattoni vanno alternati con la giusta misura, fino a ottenere la collaborazione dell'allievo, dovessero volerci anche 30 o 40 minuti.
 
 
 
Solitamente, comunque, se il soggetto ha recepito il "terra" a dovere e lo mette in pratica, pochi secondi bastano a fermarlo in un consenso forzato. A questo punto, avvalendosi di un collaboratore, si faccia guidare il cane in ferma d'autorità, accompagnando al contempo il soggetto in un lento avvicinamento al centro dell'azione e facendogli così esprimere il vero significato della parola "consenso", che non si limita solamente al fermarsi in segno di rispetto nello scorgere un collega già puntato, ma si concretizza anche e soprattutto nel muoversi accompagnando in guidata il titolare dell'incontro, senza mai avvicinarsi tanto al punto da disturbarlo. Consentire, insomma, vuol dire rendersi conto di cosa realmente si sta facendo e "per chi" lo si sta facendo, vale a dire l'uomo.  L’azione sarà soggetta a varie pause, durante le quali si farà sostare il giovane, tranquillizzandolo se necessario. Infine, si faccia concludere sempre l'azione al cane adulto, di modo che l'allievo venga ulteriormente trattenuto, prima di premiarlo con una ghiottoneria. Già dopo un solo esercizio di questo genere l’atteggiamento del giovane potrebbe cambiare ma, nel caso ciò non dovesse succedere, occorre ripetere la prova altre due-tre volte. Ma il segreto, come detto, sta tutto nella precedente sottomissione in cortile con i comandi "seduto", "dietro" e soprattutto "terra".


Secondo caso: ancora eccesso di carattere ma con la consapevolezza dell'azione ormai maturata. Se si possiede un giovane cane da ferma di gran fondo e avidità, che quando arriva sul selvatico resta immobile per un tempo indeterminato e comunque fino al perfetto piazzamento del suo conduttore, beh... Si è già molto ricchi così. Se, tuttavia, questo cane da ferma perfettamente consapevole del proprio ruolo, cambia atteggiamento in maniera drastica allorquando si trova ad arrivare "secondo" sul selvatico, allora... Occorre solo che impari le buone maniere. Eh già, perché qui non si tratta di non aver compreso qualcosa, ma semplicemente di malizia e gelosia - che dalle mie parti si riassumono nel termine "paraculaggine" - che inducono il giovane soggetto a non rispettare il lavoro degli altri, pur ricevendo da loro rispetto ogni qual volta è lui a reperire e fermare per primo. Attenzione però: in questo caso ci si potrebbe trovare di fronte ad uno dei cani più forti che incrociano la strada di un cacciatore durante tanti anni di licenza. Il che, ovviamente, non vuol dire che questo soggetto possa saltare impunemente l'esame del consenso. Al contrario, occorrerà avere polso ancor più fermo del precedente primo caso, poiché il giovane demonio con l'animo da trialler potrebbe addirittura fingere di essersi sottomesso alla corda lunga, salvo poi caricare in un momento di rilassamento da parte di chi quella corda la tiene in mano! Una peste, insomma: ma una peste perfettamente consapevole del fatto di essere una primadonna, croce e delizia del suo proprietario. Croce, senza dubbio, poiché in grado di far saltare in aria splendide azioni di caccia e brigate su brigate di starne fermate dai suoi colleghi; ma anche delizia, poiché capace di fermare quaglie, cotorni e beccacce già durante la prima stagione venatoria, anticipando di centinaia di metri - e di diversi anni - cani più esperti di lui. Che fare in questi casi? Il consiglio è sempre la pazienza. Se l'allievo la merita, pazienza, pazienza e ancora pazienza. Pazienza, lo dico un'altra volta, e selvatici. Tanti selvatici. Ma anche punizioni, ovviamente: prima fra tutte il lasciarlo nel box mentre si portano fuori tutti gli altri: chi l'ha detto che il cane non ragiona!? Anche in questo caso, ovviamente, l'addestramento da cortile sarà importante, anche se non sufficiente. Occorrerà attendere il magico "click" nel cervello dell'aspirante campione. Poi, però, il mondo correrà in discesa.
 
 

Terzo caso: scarsa intelligenza venatoria. E', fra i tre casi, indubbiamente il più grave. Un cane che non si rende conto di cosa accade intorno a sé dovrebbe essere, a mio avviso, scartato a prescindere. Tuttavia, poiché il mondo è bello in quanto vario, può capitare di affezionarsi a un soggetto anche valido se condotto da solo ma che, al cospetto di altri cani in ferma, pare non rendersi conto di cosa stia accadendo. Un cane, cioè, che non realizza di trovarsi di fronte al proprio stesso lavoro eseguito da un collega. In questo caso si possono verificare due reazioni principali: la prima, tollerabile ai fini venatori, è il disinteresse totale dell'azione; la seconda è il buco del consenso con conseguente, eventuale presa di punto d'autorità o, più probabile, involo del selvatico senza dare il tempo al cacciatore di piazzarsi. In presenza di un caso del genere, che denota mancanza di cognizione e quindi di intelligenza da parte del soggetto, si può anche provare con la corda lunga ma, per esperienza, difficilmente si riuscirà ad interagire con l'allievo. Meglio, decisamente meglio, sarà allora addestrarlo meccanicamente al "terra" e tramutare il comando vocale in un sibilo particolare a lui solamente riservato. In questo modo, in presenza di un cane in ferma, sarà possibile mettere fuorigioco l'ausiliare incapace di consentire in maniera rapida, semplice e soprattutto silenziosa. Del resto, dove non arriva la psiche dell'allievo, nulla può persino l'insegnante più paziente e ossequioso del metodo.
Un cenno a parte, ovviamente, lo merita la caccia alla beccaccia. Raramente un cane da ferma potrà esprimersi in un consenso da lontano in presenza di folta vegetazione: anzi, a beccacce di solito il consenso si può verificare solamente a pochi metri dal cane in ferma d'autorità, dato che la visibilità è molto limitata. A meno che, ovviamente, non si utilizzi il beeper, se non altro in modalità "in ferma". Il cane intelligente che già conosce il beeper, si bloccherà automaticamente in consenso al solo sentirlo suonare a fermo. Potrà certamente avvicinarsi un po' all'azione, guidato dall'udito verso il collega che ha trovato e fermato un'emanazione; ma, se il consenso fa parte del suo bagaglio tecnico, non disturberà mai l'azione di caccia, e anzi il suono del beeper lo aiuterà proprio a evitare di essere d'intralcio.
 
E' un dato di fatto: chi non utilizza il beeper a beccacce impedisce ai propri cani di regolarsi sulla presenza del compagno o dei compagni di cacciata. E' chiaro che questo discorso non toccherà certamente l'interesse di chi, fedele al vecchio detto, va a beccacce con due fucili e un solo cane, ovviamente esperto. Ma chi più del carniere ama godere del lavoro di due, tre, quattro, cinque o addirittura sei cani da ferma, non curandosi del numero degli abbattimenti quanto piuttosto della qualità delle azioni cinofile cui assiste, non esiterà a utilizzare il beeper per aiutare i propri ausiliari più che se stesso. E a chi sostiene che il beeper è uno strumento da bandire perché mette nelle condizioni di uccidere più beccacce rispondo che è sempre l'uso che si fa della tecnologia a renderla utile oppure sleale. Andare a beccacce con quattro cani e altrettanti beeper, magari con i campani e il solo suono della ferma attivato, mette il selvatico nelle condizioni ideali di poter sfruttare la benché minima sbavatura di uno degli ausiliari, specialmente se giovane (e a mio avviso è buona regola cacciare sempre con almeno due giovani nel "branco"). Provino, questi passatisti a oltranza, a insidiare la Regina in questa maniera: scopriranno di avere anche loro ancora molto da imparare...
 
 
 
Daniele Ubaldi
 
 
 

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